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Lun
20 Maggio 2013
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Società

Roma. Storia da un carcere

Roma. Storia da un carcere

di Rosa Ana De Santis

La scorsa settimana, la lettera di una giovane donna pubblicata sul sito online del Corriere della sera, ha raccontato di un arresto per detenzione di stupefacenti: cannabis preferita a Toradol e Valium. Le medicine che la giovane protagonista di questa storia è costretta a prendere da troppi anni per placare i dolori che le procura la neoplasia scheletrica che la affligge da quando era piccola e che l’ha resa ormai invalida.

Il trattamento subìto dalla giovane donna malata é stato semplicemente disumano: le sono state tolte le stampelle e i lacci alle scarpe ed è stato un miracolo riuscire ad ottenere un water normale invece del bagno alla turca che le era stato imposto, difficilmente utilizzabile da una persona che da sola non può deambulare. Nessuna attenzione alla sua condizione di disabilità: la stessa latrina maleodorante riservata a tutti coloro che sono di passaggio per i più disparati reati.

Non c’è stato lo scalpore che ci saremmo aspettati da una vicenda tanto scandalosa, se non l’estemporaneo tam tam che viaggia sul web. Eppure il trattamento offertole, invece che umano e relazionato con le sue condizioni, é stato caratterizzato da insensibilità, disprezzo per il suo stato e accanimento vero e proprio, al limite del sadismo. Le richieste di aiuto sono state ignorate durante tutta la notte della detenzione e la mattina seguente, durante il processo per direttissima, le denigrazioni sarebbero proseguite fino a rivendicare in aula la correttezza del trattamento impostole. Se non fosse stata colpevole di un reato non le sarebbe toccata la sorte che ha avuto, pensa il pm e gli addetti delle forze dell’ordine presenti. Pensare che il reato contestato non venga contestualizzato nella storia di questa disabile è non solo atroce sul piano umano, ma anche su quello strettamente tecnico-legale.

Non serve chissà quale competenza tecnico-legale per cogliere le differenze tra un malato cronico che usa cannabis per lenire i dolori ed evitare un’intossicazione da farmaci allopatici e lo spacciatore o il consumatore abituale, verso i quali la normativa vigente vorrebbe porre l’azione repressiva. In Italia sono tante e in aumento le persone, tra cui i pazienti oncologici in fase terminale, che ricorrono ai benefici palliativi di questa sostanza (difficilissimo però ottenere i farmaci derivati dalla cannabis, come il nabilone per i malati di sclerosi multipla) e la sentenza di Reggio Calabria del 2002 per un uomo di 46 anni sieropositivo con marjuana e hashish ha in certa e ridotta misura fatto scuola nel merito. Moltissimi sono infatti i paesi che si sono adeguati a questa necessità terapeutica con appositi dispensari ospedalieri di cannabis per situazioni sotto stretto controllo medico.

La denuncia di questa ragazza non è in ogni caso legata al reato contestatole, ma alle condizioni degradanti della sua detenzione che sono ingiuste in ogni caso, anche per i consumatori, e ancor più insopportabili per una persona afflitta da un handicap tanto grave. Basta questa notte, insieme ai tanti tragici epiloghi di molti detenuti, a capire bene in quale stato versino le carceri italiane. Non per tutti ovviamente. Come se il degrado umano fosse la prova di un regime di detenzione duro ed efficiente. Forse l’unica arma mediatica in mano ad un paese in cui l’impunità regna sovrana. Dove le condanne per reati minori non vengono trasformate in pene alternativa e rieducative.

Come se la facile prigionia per uno spinello in più ci facesse sembrare un paese con il polso di ferro verso i colpevoli. Due detenuti su 3 sono malati nelle carceri dell’Emilia Romagna e sul resto del territorio le cose non vanno meglio. Sovraffollamento, water a vista, in 13 in una cella, malati compresi. Tra questi molti quelli in attesa di giudizio o messi dentro per reati minori con percentuali terribilmente in alto rispetto ai numeri dei paesi europei.

Carceri da paesi in via di sviluppo e imperdonabile silenzio sull’urgenza di una riforma della Giustizia: invocata da tutti, ma mai messa in opera. E’ in questo limbo che la lentezza di un sistema poco efficiente garantisce all’Italia un buon primato sull’impunità. L’81% dei delitti denunciati rimane senza colpevole, il 96% dei furti altrettanto per non parlare della giustizia civile, o della corruzione o dei grandi reati di mafia e terrorismo.

Bisognerebbe ripartire da qui e non rivendicare con orgoglio che una cella sia una latrina, che una prigioniera per giunta disabile sia umiliata per la sua disabilità. Mancano solo i ceppi di ferro alle caviglie dei prigionieri (tutti, quale che sia l’accusa) a renderci un paese pre illuministico. Dovrebbe insegnarci qualcosa la vicenda giudiziaria norvegese sul killer di Utoya o un po’ di scuola su qualche pagina sul valore rieducativo della pena.

Non è una disabile lasciata senza stampelle o la colonna vertebrale rotta di Stefano Cucchi, per venire ad un’altra triste pagina della cronaca giudiziaria, a renderci un paese dall’ efficiente sistema giudiziario. Lo stesso paese che elogia e premia sui giornali l’atleta malato Oscar Pistorius, affetto dalla stessa patologia di questa detenuta, e che in un carcere ne umilia un’altra e arriva ad approfittare della sua vulnerabilità fisica solo perché accusata e condannata per un reato.

Quando la giustizia si avvale di categorie primitive come questa allora essa è estinta, è caricaturale, è invertita. E non merita di essere annoverata nel sistema di civiltà che ha fatto grande la storia del diritto moderno europeo.

 

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