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28 Novembre 2014
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Società

Disabili: invisibili e senza futuro

 Disabili: invisibili e senza futuro

di Tania Careddu

Sono tanti ma invisibili. Sono sempre più diseguali. E crescono. Le persone disabili sono il 16,7 per cento della popolazione totale, cioè quattro milioni. E nel 2020, secondo stime ISTAT e secondo quanto si legge in uno studio del Censis, arriveranno a quarantotto milioni. Quelle con sindrome di Down sono circa quarantottomila, di cui il 21 per cento ha fino a quattordici anni. La fascia d’età più ampia è quella dai quindici ai quarantaquattro anni e il 13 per cento ne ha più di quarantaquattro.

Le persone affette da disturbi di tipo autistico sono circa cinquecentomila, pari all’1 per cento della popolazione. Di quelli che hanno fino a diciannove anni, frequenta la scuola il 93,4 per cento ma il dato cala al 67,1 per cento tra i ragazzi dai quattordici ai venti anni per arrivare al 6,7 per cento tra chi ha più di venti anni. I bambini Down in età prescolare sono l’82 per cento e quelli di età compresa tra i sette e i quattordici anni sono il 97,4 per cento. Dai quindici ai ventiquattro, invece, la percentuale di quelli che frequentano la scuola scende a poco meno della metà, anche se l’11,2 per cento prosegue il percorso formativo professionale.

Dopo la scuola, il nulla. Oltre l’età scolastica, gli adulti Down e autistici scompaiono. Con minime possibilità di inserimento sociale e di integrazione in termini di pari opportunità. Nel mondo del lavoro, infatti, l’inclusione è pressoché inesistente: solo il 31,4 per cento delle persone Down over 24 svolge un’attività e la maggioranza di quelli che lavorano non è inquadrata con contratti di lavoro standard.

Per lo più sono occupati in mansioni all’interno di cooperative sociali, spesso senza un vero e proprio contratto. Talvolta, nel 70 per cento dei casi, senza nessuno stipendio. E  fra gli adulti autistici, a lavorare è il 10 per cento degli over 20. Rimangono a casa. In famiglia, che è l’unica risposta alla disabilità e che si fa carico in toto della responsabilità, con sostegni istituzionali limitati, e ridotti al solo supporto economico.

Ristrettissimo: pari a quattrocentotrentasette euro pro capite l’anno, inferiore alla media europea (cinquecentotrentacinque euro). Ridotta è pure l’opportunità di accesso ai servizi: fra gli over 25 affetti da sindrome di Down, solo il 32,9 per cento frequenta un centro diurno e il 50 per cento fra i soggetti autistici. I restanti? Non fanno niente, inseriti in quel contesto di isolamento in cui si trovano anche le loro famiglie, che diventano il soggetto centrale della cura e che dedicano complessivamente diciassette ore al giorno per la gestione assistenziale dei loro ragazzi disabili.

Una marginalità che, nel tempo, aumenta insieme al senso di abbandono e alla quota di quelle che non possono contare sul sostegno di nessuno quando pensano alla prospettiva vita futura dei loro figli. Una condizione, quella dei disabili, che la maggior parte dell’opinione pubblica scotomizza: un italiano su quattro, infatti, afferma che non gli è mai capitato di avere a che fare con un disabile e due italiani su tre intendono la disabilità come limitazione dei movimenti ignorando che quella intellettiva è ben più diffusa, più misconosciuta e più rimossa.

E pensare che proprio lì dove risiede l’unica risposta istituzionale alla disabilità, cioè l’inclusione scolastica  - che, pur con tutti i suoi limiti e lacune, rappresenta la sola occasione di integrazione sociale - arrivano i tagli dello Stato e dei Comuni. In cinque anni, al Sud, dove sarebbe più necessario investire, è arrivata una sforbiciata pari al 13 per cento e tutta ai danni degli alunni disabili, scuolabus e mense.

Vittime dei tagli anche gli insegnanti di sostegno che, solo nell’ultimo biennio, nel Sud e nelle isole sono stati ridotti di oltre quattromila, di cui più di duemila in Sicilia e novecento in Campania. Per colmo, delle ventiduemila assunzioni programmate per l’anno prossimo, quasi diciottomila si effettueranno al Nord.

Le regioni più penalizzate saranno Basilicata, Campania, Calabria e Sicilia. I docenti precari continueranno a cambiare scuola, non garantendo quella continuità didattica e di rapporto, fondamentali per l’apprendimento da parte dei bambini disabili. I quali nelle scuole statali sono aumentati del 3,7 per cento, diventando più di duecentonovemila. Anche questo ce lo chiede l’Europa?

 

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