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Gio
5 Maggio 2016
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Società

Diritto e psichiatria, crimine e follia

Diritto e psichiatria, crimine e follia

di Tania Careddu

“Se ti fu provato inequivocabilmente che Elio Prisco era in tale stato di furore da avere perduto ogni discernimento per un incessante delirio della mente e che non vi è sotto alcun sospetto che la madre sia stata da lui uccisa simulando follia, puoi trascurare la sua condanna, essendo egli punito a sufficienza dallo stesso furore; tuttavia, sarà da sorvegliare più attentamente e, se credi, anche da tenere in catene: dal momento che il carcere avrà come scopo non tanto la punizione, quanto la sua protezione e la sicurezza di coloro che gli sono più vicini”, risposero così Marco Aurelio e Commodo a Tertullio Scapula, nel libro primo dei Digesti.

Parte da qui - e vi è racchiuso tutto il controverso rapporto fra diritto e psichiatria - il concetto, tanto discusso, della capacità di intendere e di volere. Con furor, in cui vengono meno le capacità intellettuali e l’uomo che ne è colpito diventa irresponsabile, e insania, in cui prevale l’assenza di calma ed equilibrio. E con la pietas, che salva il malato di mente dalla pena. Che va assistito e non punito.

Secondo quanto racconta la psichiatra e psicoterapeuta Maria Rosaria Bianchi, in occasione del convegno ‘Diritto, Psichiatria e Società civile. Una convivenza difficile’, organizzato dall’associazione di promozione sociale Carminella e svoltosi alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, fra la demonologia, i tribunali della Santa Inquisizione Romana, per i quali i rei rompevano il patto con Dio, e i Philosophes, che non riusciranno a escogitare rimedi alternativi alla Bastiglia, si arriva al superamento della giustizia come vendetta.

Ma è, ovviamente, lungi da venire (almeno come idea embrionale) il superamento del carcere, il quale rappresenta la difficoltà di gestire fenomeni sociali dentro i quali c’è tutta la malattia mentale. Si faranno, ancora per lungo tempo, i conti con i metodi repressivi come il manicomio criminale e quello civile per l’internamento. Obbligatorio per qualsiasi malato di mente “pericoloso per sé, per gli altri o di pubblico scandalo”. La pericolosità sociale, con il Codice Rocco, assume una rilevanza giuridica: pur se il reo è riconosciuto infermo di mente e per questo prosciolto, non esce fuori dal circuito penale, stando in quello delle “misure di sicurezza personali detentive”.

Bisognerà attendere gli anni settanta per vedere realizzata l’abolizione dell’iscrizione dei malati mentali nel casellario giudiziario e riconosciuta agli psichiatri un’identità sanitaria al posto di quella di guardiania poliziesca che li aveva finora caratterizzati. Più tardi, i manicomi giudiziari diventano Ospedali Psichiatrici Giudiziari, a esaltarne l’identità sanitaria rispetto a quella (precedente) penitenziaria.

Con l’effetto, piuttosto, di “penalizzazione della malattia mentale e il conseguente sovraffollamento delle strutture giudiziarie”. Senza alcuna idea di cura, relegando i malati di mente alla custodia e al diritto penale. Che, invece, dovrebbe viaggiare verso lo scopo per il quale è nato: separare il concetto di vendetta da quello di giustizia.

Diritto e psichiatria dovrebbero parlarsi. E non relegare i loro rapporti alla storia dell’abitare gli stessi luoghi. E’ il parere della ricercatrice di Diritto Penale dell’Università Roma Tre, Antonella Massaro. La difficoltà di comunicare è legata sostanzialmente all’osticità di condurre un accertamento, già di per sé complesso, quale quello relativo al vizio di mente, secondo i meccanismi e i principi che caratterizzano il processo penale.

Di più: il giudizio normativo non può prescindere da quello scientifico che spesso, però, riconduce la malattia mentale a una matrice biologico-oggettiva, trascurando i fatti personali. Con il risultato che, sempre più frequentemente, l’ultima parola resterebbe affidata a un volontarismo giudiziario arbitrario, cognitivamente inadeguato e teleologicamente disorientativo.

Il delicato, sottile e labile rapporto tra giustizia e psichiatria (e tra crimine e follia) chiama in causa, a detta della consigliera della Regione Lazio, membro della Commissione Politiche sociali e salute, Marta Bonafoni, la ricerca di equilibrio tra il diritto alla sicurezza della società civile e i diritti umani. Di quei folli rei che non vanno solo custoditi ma curati. Come risarcimento alla società civile. Perennemente in bilico tra le esigenze di custodia e quelle di cura del soggetto internato, nella consapevolezza (di pochi) che la necessità di difesa sociale non possa condurre a un sacrificio della salute del singolo.

Per un reale (ora si può) superamento dell’istituto di pena, auspicato caldamente tanto nel mondo del diritto dal presidente della Commissione Diritti umani del Senato, Luigi Manconi, quanto in quello della psichiatria dal professor Massimo Fagioli.

 

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