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Mer
23 Aprile 2014
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Società

L’Italia della social card

L’Italia della social card

di Rosa Ana De Santis

I numeri della social card in arrivo per le famiglie italiane fanno da specchio al ritratto della povertà. Quasi 8.500 domande dalle quali manca Roma, che però sarà destinataria di ben un quarto di fondi. Sono 50 i milioni in arrivo per una sperimentazione che parte con 12 città italiane. La social card ricorda la carta acquisti lanciata dal Ministro Tremonti nel 2009 e ancora attiva e diffusa.

Il bando è stato pubblicato su quasi tutti i siti dei comuni e al momento sono città come Catania e Palermo ad aver già registrato un boom di richiesta. Nella lista comuni come Firenze, Napoli, Bologna, Genova, Verona, Bari, Milano, Torino e Venezia. Attraverso la card le famiglie “reclutate” riceveranno dai 230 e i 400 euro mensili, molto di più quindi della card Tremonti.

Il Ministro del Welfare, Giovannini, rassicura sull’applicazione definitiva di questo programma di sostegno. Inevitabile, laddove il numero delle domande è già esorbitante, che molte famiglie rimangano tagliate fuori. Si tratta di una manovra eccezionale pensata appositamente per la povertà assoluta con incrocio di dati ISTAT e INPS. La nuova carta serve a sanare le inadempienze della precedente che ha raggiunto solo 1/3 delle famiglie indigenti.

La misura, un autentico pronto soccorso assistenziale, è di assoluta necessità soprattutto in una fase in cui la crisi economica non sembra ancora mollare la società italiana e in modo particolare le famiglie, anche quelle del ceto medio-basso di un tempo. L’auspicio è che l’impegno del governo sul fronte di una povertà, ormai più estesa e anche più cronica, sia concreto e più efficace. Nel 2012 i beneficiari della vecchia carta sociale sono stati 533 mila italiani a fronte di un esercito di 1,7 milioni di poveri.

Se il governo delle grandi intese, quello del rilancio e della crescita annunciata, non riuscisse adeguatamente a portare avanti questa cordata del welfare, in certa misura solidaristica, e a tenere dentro gli argini il numero dei poveri, l’invocazione da più parti ribadita sulla necessità di tenere in piedi l’esecutivo a tutti i costi perderebbe di credibilità. Questo passaggio rappresenta infatti un’ipoteca serissima sul futuro politico del sistema Italia. Un’ipoteca che prima ancora che dalle urne e dai sondaggi e per una volta dal giudizio europeo, nasce dalla tenuta della società, dai diritti assistenziali di base  negati e rosicchiati progressivamente sempre di più, dai numeri reali del lavoro.

La social card, nella nuova versione più estesa e più efficace economicamente, rappresenta più un importante aiuto assistenziale temporaneo che aldilà dei fondi necessiterà di controlli, monitoraggi, misure di verifica assidue sia sul suo corretto funzionamento che sui soggetti titolari di diritto.

Certo, sarebbero necessarie inversioni di tendenza nel sostegno pubblico, quindi decisive modifiche nel flusso della spesa pubblica di fronte ad una crisi economica che ha ormai assunto le sembianze di un dramma sociale.

Quello della nuova sociald-card è dunque un provvedimento minimo e non risolutivo per affrontare l’emergenza socioeconomica dei settori popolari più colpiti dalla crisi. Ma è comunque un segnale nella direzione giusta, un modo per destinare risorse alle necessità del paese più che a quelle dei mercati.

La speranza è che per una volta una misura di interventismo welfare non si trasformi in un sussidio permanente per sgravare la politica della sua valenza morale e per evitare che i tarli storici delle inadempienze e della corruzione, come per pensioni di invalidità varie, diventino il solito boomerang che destituisce il welfare del nostro Paese di adeguati fondi e attenzione o, più tragicamente da parte dei cittadini in difficoltà seria, di riconosciuto valore.

 

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