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Mer
30 Luglio 2014
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Società

Storia di Valentina, Fabrizio e un figlio

 Storia di Valentina, Fabrizio e un figlio

di Rosa Ana De Santis

Il caso di questa coppia è solo l’ultimo di una lunga serie di casi giudiziari che hanno sollevato accuse e dubbi di costituzionalità sulla legge 40. Ma nella storia di questa coppia che prova ad avere un figlio pur essendo la donna potatrice di una grave anomalia genetica c’è anche la legge 194, la sua applicabilità, metodi e procedure, medici obiettori e discriminazione di fatto. Nei giorni delle quote rosa, delle camicie bianche delle deputate forse è opportuno che una riflessione culturale sull’eguaglianza e il diritto di genere vada oltre la banale, forse necessaria, aritmetica della rappresentanza parlamentare.

E’ il 2010 e siamo all’ospedale Pertini di Roma quando Valentina, dopo già numerose gravidanze a rischio e non proseguite naturalmente, ottiene il referto dell’analisi dei villi coriali dell’ultima e scopre che il feto ha gravissime malformazioni. Chiede quindi l’aborto terapeutico, essendo oltre i tre mesi standard previsti dalla legge 194. Valentina racconta di un aborto avvenuto in bagno, senza assistenza medica, dopo 15 ore di dolori lancinanti, vomito e di un parto della morte avvenuto alla presenza del marito. I medici presenti, tutti obiettori, avrebbero avuto il diritto, va così in Italia, di esercitare un autentico abbandono terapeutico in nome di propri giudizi di valore sulla vita.

Sul caso si è espressa anche l’Associazione Coscioni evidenziando un vero e proprio reato di omissione di soccorso. Ma di fatto l’obiezione di coscienza ammessa nelle strutture pubbliche, una contraddizione fortissima con la norma che riconosce il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, può generare situazioni di questo tipo - almeno finché gli obiettori non andranno ad esercitare in strutture private e religiose - e le percentuali ci dicono che accade più di frequente di quanto non si creda. In alcune regioni il diritto all’aborto è di fatto nella pratica difficilissimo e inesistente.

Come se fosse una pena da espiare per la donna che vi ricorre, come se dietro quella scelta non ci fosse, per i casi più disparati, il diritto - sancito per legge peraltro - a scegliere la maternità che è cosa ben diversa dall’accadimento naturale e basta del rimanere incinta. Valentina e suo marito non hanno denunciato l’ospedale e oggi viene loro impedito di accedere alla fecondazione assistita come stabilita nella legge 40 - perché non la coppia ha problemi di fertilità, ma di salute - cosi come viene negata la diagnosi pre impianto con selezione degli embrioni sani.

La legge colabrodo ha collezionato emendamenti ed è stata di fatto sconfessata da Strasburgo e dai tribunali cui si sono rivolte molte coppie. L’allargamento alle coppie fertili ma portatrici di sindromi genetiche ereditarie, la diagnosi pre impianto rappresentano le vittorie giuridiche che imporrebbero una rivisitazione complessiva del testo della norma che però, come tutta la giurisprudenza italiana sulla bioetica, fatica a trovare posto nell’agenda di governo per limiti di metodo e per resistenze moralistico-culturali.

Altro discorso è la legge 194, la cui applicabilità è messa a rischio da un’obiezione di coscienza deregolamentata che di fatto pone il diritto di libertà individuale di una donna in subalternità a quello di una deontologia professionale. Ipotetica e strumentale, peraltro, in diversi casi che vedono medici obiettori in ospedale e abortisti nelle cliniche private. Ma la supremazia dell’obiezione sulla legge diventa supremazia di un diritto su un altro.

Una supremazia che così restituisce un’idea vuota e inefficace della libertà delle donne e della loro autonomia di vita nel tessuto sociale del paese. L’aborto come la nascita di un figlio non rappresentano materia di legge, ma pensiero morale. E nessuna scelta morale può essere risolta interamente alla norma,  che ha il solo compito di arginarla e tutelarla, alla sua infrazione o alla sua  pena.

Esiste un fondamento di libertà da salvaguardare affinché ogni scelta, morale o immorale, rimanga tale. Senza libertà non vi è possibilità alcuna di pensare qualcosa di giusto. Dovrà cominciare a valere anche per le donne. Anche per le donne che vogliono o non vogliono diventare mamme. Anche per Valentina che non vuole mettere al mondo coscientemente un figlio ammalato grave. E per un’altra Valentina che invece vorrà farlo.

Passa dalla libertà di scelta una società giusta. Una che non saprebbe più che farsi di scenografiche quote rosa o di totalitarie dottrine di coscienza di pochi che obiettano la loro contro quella di tanti. Più spesso di tante.

 

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