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Mer
1 Giugno 2016
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Società

Adolescenti migranti, facebook e bugie

Adolescenti migranti, facebook e bugie

di Tania Careddu

“Ho deciso di venire in Italia perché ho visto delle foto di alcuni amici su Facebook, erano belle... quando erano in Egitto le loro facce erano stanche mentre in quelle foto erano belli, riposati, con il sorriso. (…). Avevo deciso di partire e, per convincere mio padre a pagarmi il viaggio, gli mostravo le foto del mio amico ma mio padre mi diceva di non fidarmi di internet”.

E' l'inizio del racconto di M. diciassette anni, egiziano, adolescente migrante non accompagnato giunto in Italia a Save the children che riporta le sue parole nel dossier "Minori migranti: in viaggio attraverso la Rete".

“Dato che avevo lasciato la scuola, assillavo in continuazione i miei genitori perché mi pagassero il viaggio. Mia madre appoggiava la mia decisione di partire per evitare i conflitti quotidiani in famiglia. Il mio povero padre è stato costretto a indebitarsi con la banca e a ipotecare la nostra casa per pagarmi il viaggio verso l’Italia. Quando sono arrivato in Sicilia, ho telefonato al mio amico al numero italiano che avevo trovato sulla sua pagina Facebook. Gli ho chiesto di ospitarmi da lui a Milano. Il mio amico ha iniziato a raccontarmi le sue difficoltà e mi ha consigliato di rimanere nella struttura fino a quando non avrò il permesso di soggiorno. Solo ora mi sono reso conto delle bugie del web. Aveva ragione il mio povero papà!”

L'impatto con l'Italia lo emoziona: foto del Duomo, del Colosseo “che era bellissimo e loro sembravano contenti”. Rappresentazione vera o costruita ma, per loro, promessa di un sogno realizzato. Vedere sui social network belle foto della vita in Italia, postate da amici e conoscenti coetanei e connazionali, ha alimentato il desiderio di partire. Con aspettative che si sono scontrate poi con una realtà diversa.

I racconti dei parenti via telefono o i consigli di amici attraverso la Rete, facebook in particolare, hanno rafforzato la decisione. Con il cellulare hanno organizzato il viaggio e tengono i contatti con gli organizzatori; una volta intrapresa la traversata, gli adolescenti non hanno mai avuto la possibilità di accedere a internet. Dovevano “tenere i cellulari spenti altrimenti la polizia ci localizzava nella barca”.
Ben nascosti durante il viaggio per non essere derubati, i cellulari rappresentano l’unico legame con chi si è lasciato. Per sentire la loro voce o vedere, solo una volta arrivati a destinazione, le foto dei volti cari scattate prima di partire.

Prosegue il racconto: “Ho fatto tante foto prima di partire mentre ero in Egitto con la mia famiglia e con i miei amici e anche durante il viaggio, con i miei amici, prima di prendere la barca; poi le ho messe in una memory card per poterle riguardare al mio arrivo in Italia...purtroppo ho perso la card in acqua durante la traversata ad Alessandria”. Ma durante il viaggio, no. Nessuna foto né video, non c’era molto da ricordare. Tranne in pochi casi, quando lo smartphone è stato strumento per documentare le vessazioni e gli abusi in cui sono stati coinvolti.

Utile quando arrivano in Italia, la Rete utilizzata tramite wi-fi ha una funzione fondamentale per i minori soli. Consente di mantenere i contatti con gli affetti, di fare nuove amicizie, di svagarsi fungendo da decompressore da esperienze molto pesanti, di pianificare i prossimi passi nelle diverse fasi del viaggio, sia nel proseguimento sia nel percorso di integrazione nel Paese ospitante, anche per imparare la lingua o per cercare un’occupazione.

Quasi tutti hanno un profilo facebook e il 19,4 per cento ha avuto brutte esperienze su internet, principalmente in relazione a tentativi di approccio da parte di sconosciuti: a M., egiziano di diciotto anni, è successa “una cosa brutta. Parlavo con una ragazza per conoscerla e poi ho scoperto che era un uomo gay”.

Secondo alcuni dei ragazzi intervistati, provenienti soprattutto dall’Egitto, dal Gambia, dalla Guinea, dalla Nigeria, dal Mali e dal Senegal, esistono dei profili facebook falsi, creati dai loro connazionali nei quali vengono riportate informazioni false sulla loro vita in Europa, per spingere gli adolescenti come loro a contattarli.

Con tutt’altro che buone intenzioni: il rischio di adescamento, spesso attraverso la richiesta di materiale fotografico in cambio di denaro, è particolarmente alto.

Ma in una dinamica di comunicazione distorta, diretta a chi è rimasto nel Paese d’origine, ci cadono anche gli adolescenti arrivati in Italia: sui social network postano la rappresentazione del lato positivo delle cose o di sé stessi. Nascondono parte o tutta la realtà, spingendo chi si lascia abbindolare, a intraprendere un percorso che può rivelarsi molto pericoloso. I sogni possono cadere nella rete.

 

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