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Gio
21 Agosto 2014
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Società

Gli immigrati e la crisi

Gli immigrati e la crisi

di Rosa Ana De Santis

L’Osservatorio romano sulle migrazioni, del centro studi Idos con la collaborazione della Caritas di Roma, Roma capitale, provincia di Roma e regione Lazio, conta i numeri di una crisi che colpisce in modo anomalo la popolazione degli immigrati. Il focus del lavoro è sul Lazio e su Roma, un terreno ancora sotto scacco della crisi economica. Il numero degli immigrati occupati è rimasto molto alto: 175.757 a Roma e 244.867 in provincia e soprattutto, nel complesso, rimane più alto di quello degli italiani.

Parliamo quasi sempre di lavori poco qualificati e di rapporti precari: i famosi mestieri che a quanto pare gli italiani prima non hanno voluto fare più e poi non hanno potuto fare più per colpa di una “cattiva competizione” al ribasso della manodopera.

C’è anche una quota, decisamente più piccola, di imprenditoria in mano straniera che, a differenza di quella italiana, è cresciuta di circa il 12%. In testa il Bangladesh, seguito dalla Romania e in crescita la presenza di donne. Redattore Sociale, nel presentare questo studio, valorizza anche molto il ruolo delle associazioni di stranieri che prestano opera di sostegno e supporto informativo per le comunità di immigrati e quindi anche per le attività economiche intraprese con un ostacolo di burocrazia e procedure che diventa ancor più pesante, quando non incomprensibile,  per i non italiani.

I numeri servono a restituirci diversi spunti di riflessione. Che l’immigrazione non è tutta fatta di persone che rimangono senza occupazione: persone marginalizzate e contigue alla criminalità, come la cronaca spesso tende a suggerire. Che gli stranieri hanno occupato quote di mercato occupazionale che erano state trascurate dagli italiani, eredi dell’opulenza e del benessere pre crisi. Ci dicono infine che la crisi economica, come ciclicamente avviene, genera un rinnovamento della società che va oltre il dato meramente finanziario e misurabile.

L’Italia che si sveglierà da questi anni bui, sarà, inesorabilmente, un’Italia diversa. La fotografia di Roma e Lazio potrebbe non essere perfettamente calzante su altri territori nazionali, ma nel Nord, nelle fabbriche, l’impiego dei lavoratori stranieri, specialmente nell’edilizia, non è una novità. Cosi come nell’agricoltura e nelle raccolte stagionali al Sud, dove i lavoratori sono quasi tutti africani.

Esiste però un altro punto di vista dell’analisi che è fatto di abusi, violazione di diritti, rapporti a nero senza tutele e molto altro in cui malavita e italiani contrari agli immigrati ( solo nelle urne s’intende) si sono uniti in un’opera a tappeto di sfruttamento.

Da una parte quindi la crisi ha offerto braccia di lavoratori e opportunità di lavoro, dall’altra non è corrisposta una crescita adeguata di sensibilità culturale all’integrazione e quindi di diritto. Per questo si è temporeggiato indecentemente sul concetto di cittadinanza, non rendendosi conto che quella di sangue toglierebbe questo diritto a molti italiani che identità etnica - per fortuna - non ce l’hanno. Per questo si è optato per la criminalizzazione della clandestinità.

Perché in questo modo tenere i lavoratori stipati nei capannoni di una Rosarno d’Italia fosse ancor più semplice per la malavita. Perché la paura rendesse più facile la schiavitù. Come quella delle giovanissime lungo le strade. Perché gli italiani potessero prendersela con i gommoni per la loro povertà e non con le politiche rigoriste e le banche. Perché Facebook continuasse a ospitare i profili dei razzisti d’Italia senza che nessuno morisse di vergogna.

 

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