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30 Gennaio 2015
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Società

Italia, paese dei campi

Italia, paese dei campi

di Tania Careddu

Parola d’ordine: sgomberare. Ossia, spostamento forzato di comunità Rom associato alla costruzione di spazi abitativi assegnati su base etnica alle stesse comunità. In cambio, una precaria forma di assistenzialismo che inibisce l’esercizio dei diritti fondamentali. Costruirli ha un costo economico, oltreché sociale, altissimo. E mantenerne la gestione ancora di più.

Tanto per farsi un’idea, scevra da pregiudizi, basta consultare le voci di spesa sostenuta all’uopo dal Comune di Roma, nel 2013 e ricostruita dall’Associazione 21 luglio nel Rapporto Campi Nomadi S.p.a. Segregare, concentrare e allontanare i Rom. I costi a Roma nel 2013. Undici insediamenti per cinquemila Rom e cinquantaquattro azioni di sgombero forzato che hanno coinvolto milleduecento di loro per un totale di 24.108.146 euro.

Al conto si aggiungano gli stipendi dei due dipendenti comunali preposti al coordinamento delle attività inerenti i “villaggi della solidarietà”, pari a cinquantaduemila euro annui lordi, e i soldi destinati all’Unità di Strada, la quale si occupa del “supporto alle attività di censimento delocalizzazione villaggi nel territorio città”, che ammontano a centoquarantamila euro e spicci.

Un sistema particolarmente esoso rispetto ai servizi che è in grado di offrire e alla sostenibilità che garantisce. Irrisoria, considerato che il finanziamento iniziale non solo non è sufficiente a sostenere la politica nel lungo periodo ma innesca una serie di spese che richiedono un rinnovamento costante. Una situazione che odora di business fra l’amministrazione comunale, che eroga finanziamenti diretti a pioggia, e il terzo settore, che li riceve per dispensare servizi prevalentemente assistenziali o per agevolare lo spostamento delle comunità Rom da un punto scomodo della città a un altro più invisibile.

Il tutto nella convinzione (o nel convincimento?) che il sistema campi sia la formula più conveniente e giustificando la mancanza di alternative volte a un inserimento, che parta da quello abitativo, con l’assenza di risorse pubbliche. Eppure il loro superamento sarebbe possibile. Lo suggerisce la Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti, varata nel febbraio 2012, secondo la quale ai Comuni viene proposta un’ampia gamma di opzioni abitative.

Dall’edilizia sociale in abitazioni ordinarie pubbliche al sostegno all’acquisto di abitazioni ordinarie private; dal supporto all’affitto di abitazioni ordinarie private all’affitto di cascine e casali di proprietà pubblica in disuso fino alle autocostruzioni accompagnate da progetti di inserimento sociale. Che nulla hanno a che fare con le attuali soluzioni alloggiative. Che si chiamino “villaggi della solidarietà”, è il caso di Lombroso, Gordiani, Candoni, Cesarina, Camping River, Castel Romano, Salone e La Barbuta, o “centri di raccolta”, quali Best House Rom, via Salaria, o via Amarilli, sono lager più che soluzioni.

Tutti caratterizzati da un isolamento fisico e relazionale, da condizioni igienico-sanitarie al limite della decenza, da spazi inadeguati e claustrofobici, da servizi interni insufficienti, da unità abitative lontanissime dagli standard minimi di alloggio adeguato. Sono container, bungalow e roulotte, a volte prive di cucina e bagno. Gli insediamenti sono provvisti di un sistema di videosorveglianza e di identificazione con un registro in entrata e in uscita, talvolta sono recintati con fili metallici. Distano mediamente due chilometri dalla prima fermata degli autobus e oltre tre chilometri dal mercato più vicino e dagli uffici postali. Quasi del tutto assenti gli spazi riservati ai bambini.

E pensare che sempre la Strategia di cui sopra propone un approccio particolare per i minori che sia “globale, che non separi artificiosamente i temi della scolarizzazione, delle soluzioni abitative in ambienti decorosi, della valorizzazione delle specificità culturali, della salute, del tempo libero e dell’integrazione degli adulti di riferimento”. Ma la sua concreta applicazione risulta in forte ritardo, sebbene l’Italia, con la Strategia, si sia impegnata a livello europeo. Promesse da Belpaese.

 

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