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Ven
4 Settembre 2015
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Società

Partita pari e patta

Partita pari e patta

di Tania Careddu

No ius soli, no partita. Si, perché esistono vere e proprie limitazioni legali e amministrative per la partecipazione dei minori non italiani all’attività sportiva sia a livello professionistico sia a quello dilettantistico per il rapporto tra l’ordinamento giuridico generale e quello sportivo. Che può ancora ostacolare la loro partecipazione. La disciplina delle procedure per il tesseramento è demandata all’autonomia statutaria delle federazioni sportive nazionali, nelle quali non è ancora evidente la sottorappresentazione delle minoranze straniere, sulla base dei principi stabiliti dal Comitato olimpico nazionale italiano.

A esclusione delle Federazione italiana hockey e di quella pugilistica, gli statuti delle altre federazioni impediscono il tesseramento dei giovani che non sono in possesso della cittadinanza italiana al momento del passaggio dall’attività sportiva di base a quella agonistica. Per potersi tesserare, ai minori stranieri sono richiesti dei requisiti supplementari rispetto a quelli necessari per i compagni di squadra italiani.

Passi l’intento di evitare, vietando sia i trasferimenti di giocatori minorenni già tesserati sia il primo tesseramento di minori aventi una nazionalità diversa da quella del Paese nel quale chiedono di essere tesserati, il fenomeno del trafficking internazionale di calciatori di minore età, ma questa serie di norme - una sfilza di documenti identificativi del giovane e dei genitori - costituisce un imponente ostacolo alla mobilità dei piccoli stranieri e li pone in una condizione di svantaggio rispetto ai privilegiati, per i quali non esiste nessun limite al tesseramento.

I futuri calciatori stranieri devono fare i conti con il permesso di soggiorno e con la sua durata, la richiesta del quale appare di dubbia legittimità poiché crea una differenza di trattamento basata sulla condizione di regolarità o meno dei genitori, e con la dimostrazione dell’iscrizione a corsi scolastici, in contrasto con il principio di parità. Non possono essere tesserati minori stranieri non accompagnati, minori comunitari senza iscrizione anagrafica, tipo i bambini rom.

Dal quadro normativo vigente emerge la necessità di porre rimedio. E’ di alcuni giorni fa la proposta di legge parlamentare Disposizioni per favorire l’integrazione sociale dei minori stranieri residenti in Italia mediante l’ammissione nelle società sportive appartenenti alle federazioni nazionali, per intervenire “sulla disciplina del tesseramento degli atleti minori stranieri al fine di consentire a tutti questi giovani di poter passare dall’attività sportiva di base a quella agonistica”.

Per evitare che giovani talentuosi, nati o cresciuti nel nostro Paese ma figli di genitori aventi la cittadinanza di Stati non appartenenti all’Unione europea, possano essere penalizzati nel loro percorso sportivo, boicottandone anche l’integrazione sociale.

Così, finalmente, i minori di diciotto anni che non siano cittadini italiani e che risultino regolarmente residenti nel territorio italiano dal compimento del decimo anno d’età possano essere tesserati con le stesse procedure previste per il tesseramento dei ragazzi italiani. Il quale resterà valido fino al completamento delle prassi per l’acquisizione della cittadinanza italiana. Tirando le somme, quale significato avrebbe, ai sensi della repressione del traffico di minori stranieri, ostacolare il tesseramento di questi nati in Italia?

 

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