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12 Febbraio 2016
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Società

I rifiuti fanno ricchi

I rifiuti fanno ricchi

di Alessandro Iacuelli

A pochi mesi di distanza dall'ultimo rapporto, l'ISPRA, agenzia dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), ha presentato i dati relativi al 2013 per quanto attiene i rifiuti, evidenziando le singole tipologie merceologiche che rientrano tra i rifiuti speciali ed il dettaglio di produzione regionale.

Incrociando i dati di entrambi i rapporti, possiamo tracciare un quadro della situazione nel nostro Paese, o meglio la situazione a fine 2013; il che non è una critica riguardante un ritardo, poiché siamo uno dei Paesi, almeno in Europa, con i dati più aggiornati. Altri Paesi dell'area UE stanno pubblicando ora i dati del 2012 o anche del 2011.

Veniamo ai dati che si estrapolano dal lungo e complesso lavoro dell'Ispra. Si evince un calo di produzione dei rifiuti di origine non domestica, circa 2 milioni di tonnellate in meno rispetto al 2012, così tra il 2012 e il 2013, si cala dell’1,5%, passando da quasi 133,6 milioni di tonnellate a 131,6 milioni di tonnellate. Diminuiscono anche i rifiuti pericolosi con un -2,6%, che corrisponde a 228 mila tonnellate in meno, visto che questo tipo di rifiuti in totale ammontano a quasi 8,7 milioni di tonnellate.

E' bene però non dare una valenza troppo positiva a queste diminuzioni. Infatti, in Italia rientrano nella categoria dei rifiuti speciali anche quelli derivanti da attività di costruzione e demolizione, settore che si trova, ormai da diversi anni, in una situazione di crisi. In particolare, proprio attorno al 2013, complice la grande crisi economica, il settore dell'edilizia è stato uno dei più colpiti, con un netto calo di commesse, di lavori eseguiti e quindi anche di rifiuti prodotti. E’ bene ricordare che i rifiuti edili costituiscono quasi il 40% dei rifiuti speciali italiani, per la precisione il 37,4%.

Quindi, non siamo di fronte ad una diminuzione dei rifiuti delle attività produttive dovuto ad un miglioramento dei nostri processi industriali, ad un progresso in chiave ambientale della nostra industria, ma semplicemente ci troviamo davanti ad una flessione dovuta alla crisi e niente altro. Anzi, se andiamo a contare quante imprese di costruzioni e demolizioni hanno chiuso o sospeso le attività nel 2013, scopriamo amaramente che in realtà non siamo di fronte ad una reale diminuzione delle scorie italiane: se quelle imprese avessero continuato ad operare, se non avessimo avuto la grande crisi economica, ci saremmo oggi trovati di fronte ad un innalzamento deciso dei numeri presentati dall'Ispra.

Andando ad esaminare le tipologie di rifiuto speciale italiano, al secondo posto dopo l'edilizia troviamo i rifiuti da attività manifatturiere, con il 25,7%, e dalle attività di trattamento rifiuti, risanamento e altri servizi di gestione rifiuti (25,2%). Le restanti attività economiche contribuiscono al totale con l'11,7 %.

Passando allo spinoso argomento dei rifiuti pericolosi, quelli che provocano maggiore difficoltà per la mancanza endemica di adeguati impianti di trattamento e per il fatale innesto delle ecomafie, si registra che 3,4 milioni di tonnellate, pari al 39% del totale di rifiuti speciali pericolosi, sono prodotti dal settore manifatturiero, mentre 2,5 milioni di tonnellate, corrispondenti al 29,4%, derivano dalle attività di trattamento rifiuti e, infine, 1,7 milioni di tonnellate, circa il 20%, sono prodotti dal settore dei servizi, commercio e trasporti.

In particolare, tralasciando i settori economici di produzione ed esaminando le categorie di rifiuto, scopriamo che i rifiuti speciali pericolosi vengono prodotti in queste percentuali: prodotti chimici 17,6%, prodotti farmaceutici di base e preparati 14,2%, coke e prodotti derivati dalla raffinazione del petrolio 10,7%, produzione di articoli in gomma e in materie plastiche 2,6%.

Il rapporto analizza anche le tipologie di smaltimento di tali rifiuti speciali. Alcuni vengono indirizzati verso il tombamento, altri verso il recupero e riciclo, altri ancora verso il recupero energetico (il che significa semplicemente che gli si dà fuoco) ed altri ancora vengono esportati.

Ancora una volta, i conti non tornano: se si sommano tutte le tipologie di smaltimento, il totale dei rifiuti smaltiti non fa 131,6 milioni di tonnellate, pari alla quantità prodotta. Sono spariti, nel 2013, quasi 5 milioni di tonnellate. Non è possibile dare un'idea al comune cittadino di cosa significhi, in termini di volume, 8 milioni di tonnellate: è una massa di materiali impensabile. Anche se non si tratta ancora di un dato definitivo, si tratta in ogni caso di rifiuti che hanno preso "altre vie".

In Italia quando si parla di "altre vie" non è possibile equivocare: significa presenza mafiosa nel settore ambientale, significa rifiuti inquinanti che hanno finito per essere smaltiti decisamente sottocosto, facendo risparmiare montagne di soldi a chi li ha prodotti, per finire abbandonati sui terreni, affondati in mare, dati alle fiamme in zone extraurbane.

La montagna di ricavi illeciti che si è generata nelle tasche di qualcuno, corrisponde quindi ad una montagna di rifiuti tossici sulla testa e sotto i piedi di tutti gli italiani. Infatti il costo di smaltimento dei rifiuti speciali è sempre proporzionale alla sua pericolosità ed alla sua tossicità: più è velenoso e più costa smaltirlo, così avviene fatalmente che i rifiuti che sfuggono al ciclo legale di smaltimento siano quelli più costosi.

Nella fattispecie, tra i rifiuti speciali pericolosi che più di tutti sono spariti, la situazione del 2013 è stata la seguente: al primo posto scompaiono rifiuti della raffinazione del petrolio, purificazione del gas naturale e trattamento pirolitico del carbone, seguiti a ruota dai rifiuti dei processi chimici, e sommando questi primi due siamo già a 1,7 milioni di tonnellate.

Seguono i "rifiuti provenienti da processi termici", sarebbe a dire le ceneri di combustione e le polveri da abbattimento fumi, i rifiuti prodotti dalla lavorazione e dal trattamento fisico e meccanico superficiale di metalli e plastica, che includono le pericolosissime scorie di fonderia, gli olii esauriti ed i residui di combustibili liquidi.

Da non tralasciare gli scarti di lavorazioni di nicchia, rare e specialistiche ma non per questo meno velenosi, e i rifiuti di altra tipologia non specificati nell'elenco dell'Ispra o nell'elenco dei codici CER, il Catalogo Europeo dei Rifiuti, che ammontano nel 2013 al 21,9%.

Tirando le somme, la produzione italiana di rifiuti speciali è diminuita in quanto trainata al ribasso dalla crisi economica, soprattutto nel settore edilizio. Questo significa che non c’è vera diminuzione, ma solo contrazione per motivi di budget. Soprattutto non è una diminuzione per un un’altro dato significativo: l'Italia continua ancora a non migliorare i propri processi industriali in chiave ambientale e di minimizzazione degli scarti; la ricerca industriale continua ad essere ferma e la gestione di rifiuti speciali muove cifre che superano i 5 miliardi di Euro. Sono quelli, i soldi, che invece non si fermano mai.

 

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