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Sab
20 Dicembre 2014
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Società

I nuovi padri

I nuovi padri

di Tania Careddu

Dal pater familias ai nuovi padri. Quelli degli anni Dieci hanno abbandonato il rapporto padre-figlio basato sull’autorità e sul giudizio, in vigore fino al periodo della Restaurazione, e si sono orientati, dopo l’industrializzazione con la sua buona dose di femminismo, verso una paternità che include anche la sfera affettiva, prima ad appannaggio delle madri.

E’ quanto si legge in uno studio effettuato da Eurispes, che dimostra come oggi la figura materna e quella paterna siano intercambiabili nella cura dei figli. Per cui è del tutto normale che un padre dia da mangiare ai figli, racconti loro le favole, li accompagni alle attività extrascolastiche, li faccia addormentare, li lavi, cambi loro i pannolini e li vesta, li segua nei compiti.

Una concezione moderna di padre anche se alcuni risultati emersi dalle risposte degli intervistati indicano il permanere di una resistenza a riconoscere che i padri sacrifichino la sfera lavorativa per occuparsi della prole. La “rivoluzione paterna” non è ancora approdata a una visione pienamente paritaria: quasi la metà del campione preso in esame si dice abbastanza convinto che ci siano attività legate alla cura dei figli più adatte alle mamme che ai papà.

Va da sé che alla sfera lavorativa e alla carriera professionale delle donne non venga attribuita la stessa rilevanza che viene riservata a quelle degli uomini. A fare questa considerazione sono soprattutto quelli che hanno un basso titolo di studio, i quali faticano ad accogliere alcuni cambiamenti avvenuti nella società contemporanea. In corrispondenza di titoli di studio più elevati, infatti, si nota una sempre maggiore sensibilità rispetto all’importanza di un’equa ripartizione delle mansioni, anche al fine di tutelare la posizione lavorativa della donna.

Ma, definizione (grossolana) dei ruoli a parte, dall’insieme delle risposte emerge un quadro che dipinge i “nuovi padri” molto presenti nella vita dei figli, che offrono cure e beni materiali, che li aiutano a risolvere i problemi, lasciando loro poco spazio per affrontarli in prima persona, che ne indirizzano il percorso di vita, intervenendo nelle scelte fondamentali. Sono più protettivi ma anche più invadenti. Un punto di riferimento e una guida. Più aperti al dialogo e alla comprensione che in passato. Più amici che educatori. Più empatici e meno autorevoli. Anche se qualcuno, fra gli intervistati, li vorrebbe più punitivi e più autoritari.

Viene fuori, dunque, un’immagine di padre che non è più legata alla stabilità economica ma si focalizza sull’affettività e sull’interesse, sebbene argomenti intimi e profondi come la sessualità , il rapporto con gli amici e il consumo di sostanze stupefacenti non rientrano fra i temi della loro dialettica. Faticano, insomma, ad avere un confronto aperto con i figli. Nonostante tutto, però, difendono la loro paternità con le unghie e con i denti: preferiscono gestirla in maniera autonoma e sono abbastanza sicuri di questa loro identità. Più ricca, fatta di “tenerezza, empatia e vicinanza fisica”, maggiormente solida perché il rispetto da parte dei figli non viene dal timore della figura genitoriale ma da una forma di “stima”.

Tutto confermato anche per i single e i monogenitori, fuori però dalle dinamiche di gestione di cura e coinvolti, invece, in tanti casi, nelle aule di tribunale dove regna incontrastato lo stereotipo materno e viene mortificato il ruolo di padre, considerato solo un salvadanaio dal quale attingere un sostentamento economico. Invece, loro nella vita quotidiana di rapporto con i figli tirano fuori più “amore” e più “responsabilità” dei padri in coppia. Dostoevskij docet: “Colui che genera un figlio non è ancora un padre, un padre è colui che genera un figlio e se ne rende degno”.

 

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