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Ven
4 Settembre 2015
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Società

Gli italiani e il cibo

Gli italiani e il cibo

di Tania Careddu

Orgoglio nazionale. Identità. Cultura. Passione. E’ l’enogastronomia per gli italiani. Fatta di quotidianità, minuzia, preparazione. Tipicità come garanzia di qualità e sicurezza. Certezza delle radici unita alla voglia di sperimentare, che smussa l’autarchia gastronomica localistica. Così gli italiani si rapportano al cibo: trentotto milioni e mezzo preparano pietanze e ricette innovative apprese da programmi televisivi, ventinove milioni mangiano piatti tipici di altri Paesi europei, vedi paella, crepes e gazpacho, e oltre venticinque milioni assaporano piatti etnici, tipo guacamole e cous cous.

Bandita l’ortodossia alimentare, via libera alla combinazione soggettiva di stili alimentari diversi. Nel Paese della dieta mediterranea, vince l’estrema articolazione delle idee e la praticità in una logica combinatoria all’insegna del ‘politeismo alimentare’.

Oltre venti milioni di connazionali mangiano anche nei fast food e quasi tre milioni lo fanno regolarmente; prodotti congelati convivono con quelli locali e di sicura provenienza: circa trentacinque milioni di noi comprano cibi surgelati e quasi venticinque mettono in freezer pietanze preparate prima. Inutile dire che la trasparenza e la certificazione siano al cuore delle scelte alimentari degli abitanti del Belpaese.

Qualità, sicurezza e salubrità del cibo non possono essere boicottate dalla ricerca di prezzi convenienti. Cosicché nella scelta di un prodotto, l’87,6 per cento guarda il radicamento territoriale dell’alimento, l’86,3 per cento la certificazione DOC, DOP e DOCG, il 59 per cento la marca. Anche perché, secondo quanto si legge nella ricerca del Censis Gli italiani e il cibo. Rapporto su un’eccellenza da condividere, per il 27,9 per cento il rapporto con il cibo deve essere salutare, rappresentando un modo di prendersi cura della propria persona, per il 17,9 per cento è un motivo di orgoglio oltreché un fattore identitario, per il 26,7 per cento è divertente per la caratteristica di convivialità.

Che sia dentro o fuori le mura domestiche. Per il 39,4 per cento degli italiani, la scelta di un locale in cui mangiare non può prescindere dalla ricerca di un luogo tranquillo in cui stare bene con i propri commensali: sono trentasei e rotti milioni quelli a cui capita di mangiare fuori casa, poco più di dieci milioni lo fanno per svagarsi e non cucinare, quasi sette milioni per sperimentare pietanze nuove, di cucine etniche e di tradizioni diverse. Per il fatto che quasi venticinque milioni si definiscono appassionati di cibo, dodici milioni e più intenditori, quattro milioni addirittura esperti.

E però anche l’enogastronomia ha risentito della crisi: due milioni e quattrocento mila famiglie, pari al 9,2 per cento del totale, non hanno avuto i soldi sufficienti per comprare il cibo necessario. Un milione in più rispetto al 2007, con l’84,8 per cento in più.

E se in famiglia ci sono dei figli, il disagio alimentare si amplia: il 12,2 per cento delle famiglie con bambini non ha potuto acquistare, nell’ultimo anno, gli alimenti necessari. Soprattutto in Puglia, Campania e Sicilia.

Unione e relazione si, ma il cibo è anche disuguaglianza sociale. Tant’è che le famiglie con capofamiglia operaio hanno registrato una riduzione della spesa alimentare del 17 per cento circa mentre quelle di dirigenti e impiegati del 9,7 per cento. Una dinamica di erosione della coesione sociale che non ha risparmiato neppure il rapporto con il cibo.

 

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