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31 Ottobre 2014
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Società

Minori fuori famiglia: 29.388

Minori fuori famiglia: 29.388

di Tania Careddu

Ventinovemilaquattrocento. Tanti sono i minori allontanati dalla famiglia di origine in seguito a un provvedimento del Tribunale per i minorenni. Di questi, stando ai dati emersi durante un convegno alla Camera dei deputati, per il lancio de ‘Il Manifesto #5buone ragioni per accogliere i bambini e i ragazzi che vanno protetti’, 14.991 si trovano in una comunità educativa e 14.397 in affido famigliare.

Di questi, 6.986 sono affidati a famiglie della stessa rete parentale e 7.411 vivono fuori del nucleo. Il 59,3 per cento sono maschi e il 37,3 per cento femmine e hanno, principalmente, fra gli undici e i diciassette anni, con il 6,8 per cento ha da zero a due anni.

Il 32 per cento di essi è straniero e il 51 per cento “non è accompagnato”, ossia è arrivato in Italia senza adulti di riferimento e si trova senza una famiglia sul territorio italiano, mentre i minori italiani sono 10.148. Finiscono in comunità per “inadeguatezza genitoriale” - che non si riferisce ai normali limiti umani nell’esercitare un ruolo così difficile come quello del genitore ma a un’incapacità grave di rispondere ai bisogni evolutivi e alle esigenze dei figli -, per maltrattamenti, incuria, abusi sessuali o violenza assistita. O anche - dove uno dei due genitori non è in grado di tutelare il minore di fronte alla violenza dell’altro - per problemi di dipendenza da sostanze tossiche di uno o entrambi i genitori o per problemi di rapporti all’interno della famiglia.

In un caso su tre, i minori sono stati sottratti temporaneamente alla loro famiglia in base a una “misura di protezione urgente” per maltrattamento conclamato, abbandono o per altre ragioni particolarmente gravi o impellenti. Va precisato che le difficoltà socioeconomiche, che spesso caratterizzano questi contesti, non costituiscono, da sole, motivo sufficiente per l’allontanamento. Che, nel 31 per cento delle situazioni, è “consensuale”, cioè stabilito con l’assenso dei genitori, e nel 69 per cento è di natura “giudiziale”, ossia effettuato dietro provvedimento delle autorità competenti.

La loro permanenza in comunità può durare pochissimo, per meno di tre mesi e fino a quattro anni, e solo il 10 per cento li supera. La dilatazione dei tempi è determinata da particolari situazioni. Tipo: un problema sanitario proprio o del genitore, la perdita di uno o di entrambi i genitori, la dipendenza del padre o della madre da sostanze psicotrope, o per i casi di “inadeguatezza genitoriale” di cui sopra.

Nel frattempo, la maggior parte dei bambini mantiene rapporti regolari con le famiglie. Che sono 19.500, soprattutto monogenitoriali (aumentate dal 1998) in cui la metà dei padri è disoccupata mentre fra le madri lo è un terzo.

Fra gli ospiti delle comunità educative si contano anche 1.023 neo maggiorenni i quali, grazie a un provvedimento che garantisce loro una progettualità educativa che li accompagni al futuro, sono accolti, a volte gratuitamente, senza il sostegno delle amministrazioni locali. Mentre le comunità, per svolgere al meglio il loro lavoro, avrebbero bisogno di una retta giornaliera per ciascun bambino, compresa tra i centoventicinque e i centocinquantuno euro.

Ma, nella quasi totalità del Paese non si arriva a questa cifra. Tanto per fare un esempio: a Roma ammonta a sessantanove euro circa, e a Milano arriva a settantotto. I bilanci delle strutture sono in rosso: pesano una drastica riduzione delle risorse destinate e un ritardo corposo nei pagamenti.

In Campania, pur percependo la retta giornaliera più alta d’Italia, pari a centotrenta euro per minore (seguita dall’Emilia Romagna, nella quale, però, più del 70 per cento delle strutture lamenta bilancio negativo, e dal Veneto), gli educatori non ricevono lo stipendio da trenta mesi.

Molte comunità hanno serrato i battenti e altre sono in procinto di chiudere. Eppure in Italia i minori fuori famiglia sono meno numerosi che nel resto d’Europa: sono il tre per mille a fronte del  nove per mille in Francia, l’otto per mille in Germania, il sei per mille in Gran Bretagna e il quattro per mille in Spagna. E dal 2007 a oggi non sono aumentati.

 

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