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25 Settembre 2016
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Società

Migranti, i ricchi non accolgono

Migranti, i ricchi non accolgono

di Tania Careddu

Sono i più ricchi del mondo, contribuiscono per metà all’economia globale ma ospitano meno del 9 per cento dei rifugiati e richiedenti asilo. Che, invece, trovano riparo, assistenza sanitaria, lavoro e istruzione nei Paesi più poveri del pianeta, minandone la già precaria stabilità interna. Giordania, Turchia, Territori Occupati Palestinesi, Pakistan, Libano e Sud Africa, che contano meno del 2 per cento sull’economia globale, si fanno carico di circa dodici milioni di migranti, circa la metà del totale.

Di contro, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Cina e Giappone, tutte insieme, ne ospitano suppergiù un milione e quattrocento mila. Cavandosela piuttosto, nel 2015, con la donazione a favore dell’UNHCR di una somma  pari più o meno a due miliardi di dollari, ma continuando a esternalizzare il controllo delle frontiere.

Non solo un uso distorto degli aiuti, dunque, ma anche incoerente vista la fornitura di armi (che ha provocato un aumento del 10 per cento nella vendita globale), da parte di Stati Uniti e Regno Unito soprattutto, ai Paesi che guidano coalizioni belliche, vedi Arabia Saudita, responsabili delle crisi umanitarie e della fuga delle popolazioni. Di più: spesso, gli accordi politici fra le grandi potenze contravvengono allo spirito della Convenzione sui rifugiati del 1951. Tanto per citarne uno, a marzo quello fra Unione Europea e Turchia, che scambia rifugiati con concessioni politiche ed esternalizza alla Turchia il controllo dei propri confini, per l’Europa ha scatenato un effetto domino.

Perchè se l’Europa può respingere i siriani, il Kenya, per esempio, può fare lo stesso con i somali. Senza dimenticare la solerzia dei governi europei a collaborare con i regimi del Sudan e dell’Eritrea per fermare i flussi migratori, ricorrendo alle ‘leve necessarie’, secondo quanto emerso dal Consiglio dell’Unione Europea riunitosi lo scorso giugno, e riportato nel dossier “La misera accoglienza dei ricchi del mondo”, redatto da Oxfam. Rispetto ai palestinesi, poi, degli oltre cinque milioni di rifugiati, le sei potenze mondiali ne accolgono solo due milioni.

Una sproporzione che fa il paio con le opportunità di reinsediamento, cioè la pratica che consentirebbe ai rifugiati di ricostruirsi una vita: nel 2015, il totale di questi era di circa cinquantasette mila persone, vale a dire meno del 6 per cento di coloro che avrebbero avuto bisogno di ricorrere a questa procedura.

E però, ciò che fanno i governi non sempre trova corrispondenza nell’opinione della popolazione: stando a quanto riportato da una recente ricerca di Amnesty International, dalla Cina agli Stati Uniti, la maggior parte delle persone è favorevole all’accoglienza dei profughi che scappano da guerre e persecuzioni e chiede interventi più cospicui ai propri rappresentanti politici.

E nemmeno l’Italia eccelle: quest’anno ne ha accolto solo lo 0,6 per cento del totale, quasi centotrentacinque mila rispetto agli oltre settecentotrentacinque mila della Germania. E invece “sarebbe prioritario - afferma la presidente di Oxfam Italia, Maurizia Iachino - che i governi con economie più forti si impegnassero a portare cambiamenti sostanziali nei Paesi in via di sviluppo, dove la maggior parte dei profughi di tutto il mondo sta vivendo in una provvisorietà senza prospettive”. Che paese, l’America!, scriveva Frank McCourt. E gli altri?

 

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