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Sab
31 Gennaio 2015
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Società

Tor Sapienza, the walking dead

Tor Sapienza, the walking dead

di Fabrizio Casari

La si può moltiplicare per 10 Tor Sapienza. E’ la storia delle periferie romane, 40 anni dopo Petroselli, l’ultimo sindaco comunista che sul risanamento delle borgate, pur con i suoi errori, mise la condizione delle periferie al centro dell’agenda del governo di Roma. Dopo di lui, nulla. Degrado, marginalità, sporcizia, assenza di servizi, insicurezza, difficoltà di promuovere cultura, partecipazione, dimensione collettiva di quartiere. La strada per trasformare le periferie romane da dormitori e sacche di marginalità in quartieri è lunga come quella che separa la dignità dalla disperazione, irta di ostacoli e deficitaria di attenzioni.

Succede così, dunque, che il nemico della tua qualità della vita lo s’individua nell’ultimo arrivato, soprattutto se più povero e più marginale di te. Soprattutto se privo di rappresentanza e lontano da ogni speranza.

Quel vialone di Tor Sapienza è diventato il luogo simbolo della protesta perché non manca niente del corredo dell’orrore. Spaccio, prostituzione, immigrati, trans, papponi, malavitosi di quartiere, bulli e ultràs. Il menù dell’invivibile affolla piatti che nessuno vorrebbe mangiare a che giacciono, stanziali e ogni giorno più maleodoranti, senza che qualcuno provi a rovesciare il tavolo. Senza che nessuno finalmente racconti di una periferia un tempo umana ed oggi infernale, che nella fine del lavoro e del reddito ha visto la fine anche di ogni piccolo sogno, per modesto che fosse. In una periferia che da culla della romanità è divenuta con la crisi l’immagine di una Roma ridotta ad un colabrodo, quel quartiere racconta di una zona un tempo diversa e oggi drammaticamente uguale a quelle di peggior fama.

Ai più deboli tra i deboli, agli ultimi tra gli ultimi, li si vuole cacciare, come in un rito purificatorio. Li si vuole lontani dalla vista prima che dal contatto, per esorcizzare un futuro prossimo che gli somigli. Come a voler scacciare l’incubo di precipitare negli inferi degli ultimi, i penultimi scatenano le paure alle quali danno un simbolo, agnello sacrificale sull’altare della morte presunta della civiltà del lavoro e del decoro.

La disperazione sociale, il senso di un abbandono irreversibile, la certezza di non poter invertire la corsa verso un piano ogni giorno più basso, alimenta i pensieri che, disperati, si trasformano in grugniti e urla piuttosto che opinioni. Su quella disperazione, provocatori in cerca d’ingaggi lavorano sodo. Si dedicano anima e corpo a trovarsi un ruolo che vaghi negli spazi dell’odio e che ritorni sotto forma di prebende da parte di chi, su quell’odio, costruisce le sue fortune politiche, quasi sempre in combutta con chi poi, a macerie spente, fa affari edili.

C’è un retroterra di razzismo sociale, subìto e riproposto. Chi di quel razzismo sociale è stato vittima, diventa oggi artefice. Incapace di generare un canale politico dove indirizzare la protesta e il bisogno di riscatto, si lascia abbindolare da farabutti alla Borghezio, il cialtrone per eccellenza della politica, o dal furbetto Salvini, imprenditore dell’odio, che sull’odio e sulla furbizia costruisce la sua fortuna, cercando di far dimenticare le vicende grottesche che hanno animato la storia della Lega Nord. Sull’odio per gli albanesi e romeni costruivano consenso e potere, per poi pagare, con i soldi che rubavano, le laure finte romene e albanesi.

Normale dunque che imprenditori dell’abuso e imprenditori dell’odio si mettano insieme. E l’innesto di fascisti e leghisti ad appestare l’aria non può stupire. Normale anche che il ciarpame nero si associ, l’odore del sangue attira sempre le carogne. Meno normale è che trovino qualcuno che possa prestargli anche solo un momento di attenzione invece che di seppellirli di pernacchie.

In quella polveriera di odio incrociato, dove il confronto diventa su chi ha e chi non ha, la vittima inevitabile diventa il chi siamo e il cosa non vorremmo diventare. A fornire l’innesco per quella giacenza umana esplosiva, l’altro giorno è stata una presunta aggressione di presunti stranieri; ma conta poco il fatto in sé, dal momento che le persone in strada raccontano di episodi di violenza, di oltraggi continui, di mancanza di rispetto e d’insicurezza ormai quotidiane.

Conta fino a un certo punto, oggi, stabilire se sia stata o no una buona idea lo sgombero che si annuncia parziale ma che sarà totale. A chi parla di resa dello Stato si dovrebbe ricordare che non può esservi resa da parte degli assenti. A chi vede l’operazione come argine di possibili estensioni di violenza, di drammi sottocoperta che potrebbero innescare fuochi e funerali, si può riconoscere il temporeggiare come agire nel tempo della morte delle parole.

Ma se si vuole andare oltre la condanna di come nel calderone dell’odio ci sia finito soprattutto chi non c’entra, se si vuole uscire dalla retorica che vede nell’immigrato una vittima incapace di riprodursi in forma delinquenziale, e se si vuole evitare il salmo dell’accoglienza qualunque, quantunque e comunque come principio cardine della nostra esistenza, si deve, per forza, puntare il dito sulle responsabilità politiche di chi ha deciso che le periferie della città, già piagate e piegate dalla crisi economica e dalla mancanza di presenza dello Stato sul territorio, debbano diventare pure il supporto unico di ogni gradino della degradazione umana.

Un controllo del territorio migliore, un’illuminazione decente, insediamenti di poche unità di per sé facilmente integrabili e non di decine e decine di persone, inevitabilmente destinate a formare nuclei organizzati, sarebbero le prime cose di buon senso da mettere in agenda. Invece i problemi dettati da una mancanza di una politica dell’immigrazione vengono scaricati sulle periferie e sulle aree più difficili delle città.  Discuterne negli happy hours dei quartieri bene con un tocco di vintage è inutile prima che stupido. Quando la sinistra abbandona lo spazio, la destra avanza. Quando la ragione emigra verso più comodi siti, l’assenza di ragione diventa la nuova ragione.

Quando in un territorio abbandonato politicamente, socialmente ed economicamente, già in estremo disagio, si decide d’importarvi un’area di disagio ancora maggiore, oggettivamente non composta solo da gentiluomini, fatta di campi nomadi, centri d’accoglienza e quant’altro a disposizione per gli ultimi tra gli ultimi, significa dire ai penultimi che non diventeranno mai i primi, semmai da penultimi diventeranno ultimi, perché chi non ha niente da perdere, sa come prevalere su chi, per quanto poco, da perdere ce l’ha.

Non si hanno notizie di spostamenti di disperazione, di scarichi di marginalità in carne e ossa in zone dove la borghesia vive e si riproduce socialmente. Non ci sono i quartieri bene ad ospitare il degrado, che viene invece spedito su aree già degradate. Non perché vi sia l’illusione che le diverse forme di degrado possano integrarsi, ma solo per fare in modo che la disperazione degli ultimi si scontri con il degrado dei penultimi, in modo di lasciare così i primi a debita distanza.

Come un generale editto di Saint Cloud, come in un orrendo film senza storia né senza star, dove tutti gli attori sono non protagonisti, grazie alla fine della politica si proietta la storia del fascismo sociale e diffuso di ritorno. Non ci sono scenografie che illuminino e fondali che stemperino. Il nero domina.

 

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