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19 Febbraio 2017
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Società

Lobby, ci sono o ci fanno?

Lobby, ci sono o ci fanno?

di Tania Careddu

Portatori di interessi, hanno sempre fatto parte dei processi decisionali in seno alle istituzioni democratiche moderne. E però, in Italia, le lobby (o gruppi di pressione) sono poco rintracciabili. Se il Parlamento europeo, nel 2008, ha istituito il registro per la trasparenza delle strutture che hanno come obiettivo l’influenza delle politiche decisionali, il Belpaese, sul punto, è ancora molto indietro.

Di più. Esistono ambiti - gli intergruppi parlamentari - sconosciuti ai più ma che influenzano pesantemente il dibattito in aula (vedi per il caso della cannabis legale o della sigaretta elettronica ) la cui azione non è regolamentata in alcun modo.

Sebbene lo scorso anno si siano avvistati movimenti embrionali in tale direzione - per esempio, l’approvazione della regolamentazione dell’attività di rappresentanza di interessi nelle sedi della Camera dei deputati e il lancio di un registro per la trasparenza nel ministero per lo Sviluppo economico - la questione si fa complessa per la difficoltà di definire il lobbying e i requisiti necessari per registrarsi e di stilare l’elenco dei casi di incompatibilità.

Quanto al fenomeno degli intergruppi, che mettono insieme politici provenienti da entrambi i rami del Parlamento e da vari gruppi politici, anche di diverso colore ma uniti da un interesse comune, la materia è men che meno regolamentata e diventa ostico capirne la portata: a oggi, solo grazie a fonti indirette rintracciate sulla rete, ne sono stati contati ventisei ma solo cinque hanno un sito ufficiale in cui sono pubblicate le liste dei componenti.

E se in Italia, a causa dell’opacità, non è dato conoscere tutti i nomi, al Parlamento europeo (seppure la regolamentazione sia perfettibile, a partire dal fatto che l’iscrizione al registro è volontaria e non obbligatoria e manca un reale controllo sulle informazioni inserite), compaiono organizzazioni italiane. La prima, al trentaduesimo posto nella classifica generale, con dodici accrediti, è Confindustria. A seguire, Enel, Fondazione Banco Alimentare e Federazione Nazionale Imprese Elettrotecniche ed Elettroniche con otto accrediti e, con sette, Intesa San Paolo e Confcommercio.

In totale, negli ultimi due anni, gli incontri portati a termine da realtà italiane con i membri della Commissione europea sono stati duecentosessantuno, con Confindustria, Enel ed Eni in testa, deducendone che il tema dell’energia è quello più caldeggiato tanto che, in graduatoria, appaiono pure Edison, Snam e Terna.

E gli italiani fanno sentire la loro voce per proporre i propri interessi, anche, negli intergruppi in sede europea: secondo quanto si legge nel minidossier "Vedo e non vedo" di Openpolis, quello che ne enumera di più, trentacinque, è Trasparenza, anti-corruzione e criminalità organizzata, seguito da Cultura e Turismo, con ventisette membri connazionali. Ma se a Bruxelles ci sono spunti interessanti verso la regolarizzazione, a Roma ci sono ancora molte zone d’ombra. Altro che trasparenza.

 

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