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29 Marzo 2015
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Società

Una pioggia di rischi

Una pioggia di rischi

di Tania Careddu

Piogge con andamento e intensità intermittenti, trombe d’aria e ondate di calore: cambiamenti climatici dall’entità ancora poco conosciuta che stanno mettendo a repentaglio le aree urbane italiane. Ma cause antropiche, scelte insediative e fenomeni di abusivismo ne hanno amplificato gli impatti.

Dal 2010 a oggi, nella Mappa del rischio climatico nelle città italiane, elaborata da Legambiente, sono ottanta i Comuni dove si sono registrati impatti rilevanti, quali allagamenti, frane, esondazioni, trombe d’aria, temperature estreme, danni alla infrastrutture e al patrimonio storico.

Centododici i fenomeni meteorologici: trenta casi di allagamento da piogge intense, trentadue casi di danni alle infrastrutture per temporali, otto casi di danni al patrimonio storico (fra questi, mura aureliane nella Capitale, archivio di Stato, biblioteca nazionale e Palazzo Reale a Genova), ventidue casi di eventi causati da trombe d’aria e venti da esondazioni fluviali.

Risultato: ventinove giorni di stop a metropolitane e treni urbani, di cui dieci a Roma, nove a Milano, otto a Genova, sei a Napoli e cinque a Torino; trentotto giorni di blackout elettrico da Nord a Sud con una frequenza costante e un apice il 4 febbraio 2012 in cui quattro Regioni si sono trovate al buio, con centoventimila e rotti utenze senza energia elettrica: novantacinquemila nel Lazio, circa settemila in Abruzzo, quasi seimila in Molise, più di dodicimila in Campania.

Individuare il rapporto tra accelerazione dei processi climatici e problematiche legate a fattori insediativi o infrastrutturali del territorio italiano è la nuova, urgente sfida per rispondere con nuovi modelli di intervento. Che non si riducano a intubare o deviare fiumi, alzare argini o asfaltare altre aree urbane. Perché, se è vero che la spiegazione può essere di natura idrogeologica, è altrettanto plausibile ricercare la causa degli effetti dei cambiamenti climatici nel modo in cui si è costruito e in cui sono stati gestiti il territorio e la rete di smaltimento delle piogge.

Un esempio per tutti: la portata delle piogge che è caduta sulle province sarde di Olbia, Nuoro e Ogliastra è stata pari al quantitativo che dovrebbe cadere in sei mesi, ma la ragione dei danni (sedici morti, duemila sfollati, diecimila utenze senza elettricità) è da attribuire alla maniera nella quale si è edificato negli ultimi decenni. Idem per la provincia di Messina in occasione dell’alluvione dell’ottobre 2009, in Basilicata nel dicembre 2013, a Parma nell’ottobre 2014 e a Roma, dove le zone intorno ai fiume Tevere e Aniene, in cui si è gettato cemento abusivamente, sono a forte rischio allagamento.

Così Milano, Pescara, Genova e la Toscana. A significare che alcune zone sono più esposte al rischio di altre, innanzitutto per ragioni idrogeologiche: l’81,2 per cento dei Comuni è, infatti, a rischio di dissesto idrogeologico con quasi sei milioni di persone che abitano in quelle aree. E che rischiano di andare sott’acqua ogni autunno. E le spese per la corsa ai ripari si vanno a sommare, ogni volta, a quei sessantuno miliardi e mezzo di euro spesi dal 1944 al 2012 per danni provocati, appunto, da eventi estremi.

Urge arrivare all’approvazione del piano nazionale di adattamento che permetterebbe di passare dagli obiettivi generali agli interventi specifici, presenti nella programmazione 2014-2020 dei fondi europei. Perché una pioggia di soldi non vada sprecata. E centotrentotto vittime siano le ultime.

 

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