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Sab
31 Gennaio 2015
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Società

Cara Chiesa

Cara Chiesa

di Tania Careddu

La cifra non è nota. Né allo Stato né alla Chiesa. Tantomeno ai poveri cristiani. E soprattutto ai non cristiani. La stima aggiornata dei costi annui della Chiesa cattolica, effettuata dall’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR) nell’inchiesta "I costi della Chiesa", è pari all’incirca a 6.424.807.772 euro. Così ripartita: 1.034.667.00 euro derivanti dall’otto per mille, che destina a questa e allo Stato italiano l’otto per mille del gettito Irpef, calcolato in base alle scelte (espresse e non, il 60 per cento) compiute dai contribuenti in occasione della dichiarazione dei redditi.

Viene utilizzato dalla Chiesa per gli stipendi dei sacerdoti, per il culto e la pastorale nelle diocesi, per le Caritas diocesane, per la costruzione di nuove chiese, per gli interventi caritativi nel Terzo mondo, per il restauro dei beni culturali ecclesiastici, per la catechesi e l’educazione cristiana e per le cause matrimoniali gestite dai tribunali ecclesiastici regionali.

C’è poi la somma di 236.335 euro, provenienti dall’otto per mille di competenza dello Stato che, destinato ad altri fini - tipo calamità naturali, assistenza ai rifugiati e conservazione dei beni culturali - finisce sempre nelle casse della Chiesa. Altri 54.500.000 è quanto si ricava dal cinque per mille, impiegato per le associazioni cattoliche. Ammontano inoltre a 13.000.000 le esenzioni Irpef per erogazioni liberali deducibili dal proprio reddito complessivo a favore dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero della Chiesa cattolica.

Senza entrare nei dettagli delle esenzioni Imu, Ici, Tares e Tasi, arcinoti alle cronache, l’imposta Ires è ridotta di quasi la metà per gli enti ecclesiastici, che agiscono nel campo della sanità, dell’istruzione e del turismo, i quali possono dedurre dal reddito complessivo anche i canoni, le spese per manutenzione o restauro dei beni, quelle per attività commerciali svolte dall’ente e dai membri delle entità religiose. Sconto: 100.000.000. E altri 150.000.000 per l’Irap, applicata anche agli enti ecclesiastici sopracitati, in proporzione al fatturato.

Quarantacinque milioni di euro sono l’entità dell’impatto di una serie di benefici legati, per esempio, alle modalità di costituzione e registrazione, anche in materia di sicurezza degli immobili di proprietà ecclesiastica che sono, altresì, esentati dal dotarsi di attestato di prestazione energetica (il cui costo si aggira intorno ai trecento euro per unità immobiliare di proprietà dei comuni mortali); esenti da imposte daziali e doganali le merci provenienti dall’estero e dirette alla Città del Vaticano, per i dipendenti della quale gode dell’esonero Irpef. Ottantacinque milioni il disavanzo che procurano il Fondo di previdenza per il clero, la spesa per la “sicurezza sociale dei dipendenti vaticani e dei loro famigliari”, gli assegni sociali per suore e frati che non hanno maturato contributi (anche perché non vengono versati).

E gli stipendi? Ci pensa lo Stato italiano. Per i cappellani delle Forze armate, l’onere, nel 2014, è ammontato a 10.445.732 euro. Più i costi relativi al loro aggiornamento spirituale. O quelli necessari all’assistenza spirituale al personale della Polizia di Stato di religione cattolica, ai quali vanno aggiunte le spese per i festeggiamenti di San Michele Arcangelo, patrono della Polizia di Stato: sei milioni di euro.

Di più: la Polizia di Stato comprende un ispettorato di pubblica sicurezza con il compito di effettuare la vigilanza in piazza San Pietro, nonché di garantire la sicurezza del Papa nelle sue trasferte sul territorio italiano; vescovi e cardinali godono di una scorta e, per evitare i furti nelle chiese, è impiegato un corposo personale. Il tutto alla modica cifra di quaranta milioni.

La retribuzione degli insegnanti di religione cattolica  è più alta di quella che percepiscono i colleghi di altre materie e le scuole paritarie private, per il 62 per cento cattoliche, sono finanziate dallo Stato italiano con trecentoventicinque milioni e altri quarantasei e rotti destinati ai sei atenei cattolici italiani. Contributi consistenti sono stati erogati per la stampa di testate cattoliche le quali, per avere un’idea, nel 2010, sono stati pari a 15.349.570. Radio Maria è a parte: un milione di euro per lei.

Stimabile in due milioni di euro, il beneficio derivante dalle agevolazioni tariffarie per le affissioni a contenuto religioso; tariffe postali agevolate la cui copertura per il mondo cattolico è calcolabile intorno ai 7.500.000. Finanziamenti statali all’associazionismo e un centinaio di milioni ogni anno (cifra soggetta a cambiamenti) spesi nei modi più impensati: si va da un elicottero del costo di venticinque milioni di euro, utilizzato quasi esclusivamente da Ratzinger, alle organizzazioni di “cerimonie, iniziative e incontri, in particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, dedicati ai valori universali indicati al primo comma di cui i Santi patroni speciali d’Italia sono espressione”.

Ai contributi statali, poi, si aggiungono anche quelli erogati dalle amministrazioni locali, a ogni livello: regionale, provinciale e comunale. Dai contributi regionali agli oratori a quelli comunali per i cappellani cimiteriali, dalle esenzioni comunali dalle tariffe per la gestione dei rifiuti agli sconti per l’accesso a zone a traffico limitato. E così via. Ma la religione è una cosa personale. Non un affare di stato.

 

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