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Lun
27 Aprile 2015
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Società

Braccianti stranieri: lavoro grigio e caporali

Braccianti stranieri: lavoro grigio e caporali

di Tania Careddu

Con le loro braccia sostengono interi settori dell’agricoltura italiana. Dalle stalle del nord per la produzione del Parmigiano Reggiano ai meleti della Val di Non. Dalle uve del Piemonte al pomodoro del meridione, dove la drammaticità della questione è l’humus per lo sfruttamento dei lavoratori migranti. Che perdura e peggiora in una situazione socioeconomica e culturale compromessa, fatta di mancato sviluppo economico, inefficienza della pubblica amministrazione, corruzione e illegalità diffusa.

In questo quadro s’innesta l’arretratezza del comparto agricolo, indietro di mezzo secolo, che non vede altra alternativa se non quella di scaricare le sue carenze sull’anello debole della catena, trova terreno fertile un’accoglienza disumana per i braccianti migranti.

Gravi violazioni dei diritti fondamentali sono il risultato di un modo di produzione che, sebbene con differenti peculiarità, presenta caratteristiche comuni in quelle aree del sud nelle quali il lavoro segue il ciclo stagionale. Uso intensivo della manodopera migrante altamente ricattabile; forza lavoro organizzata in squadre con conseguente ricorso al caporalato; luoghi di lavoro estremi; mancati pagamenti e minacce; riduzione in schiavitù; soluzioni abitative al di sotto della soglia minima della dignità umana.

Dalla Piana di Gioia Tauro alla Piana del Sele, dal Vulture Alto Bradano all’Agro Pontino fino alla Capitanata, la California d’Italia, è, “emergenza umanitaria”, come l’hanno definita Medici per i Diritti Umani (MEDU) nel dossier Terraingiusta.

Sebbene la maggior parte dei lavoratori stranieri sia in possesso di un permesso di soggiorno regolare o per motivi di lavoro o per protezione internazionale oppure per ragioni umanitarie, per cui la presenza di questi in condizioni di irregolarità è esigua, il fenomeno del lavoro nero è visibile nettamente.

E neppure la presenza di un contratto rappresenta la garanzia di un equo rapporto di lavoro. In tutti i contesti, i contributi dichiarati sono risultati inferiori al numero di giornate lavorative effettuate. E il salario, sia con contratto sia in condizioni di lavoro nero, è ridotto rispetto ai minimi giornalieri garantiti dal contratto collettivo nazionale: quarantadue euro lordi previsti dal contratto per la Piano di Gioia Tauro versus i venticinque percepiti, trentadue nella Piana del Sele contro i quarantotto realmente spettanti. Di più: il contratto di lavoro non esclude il ricorso al caporalato.

Provenienti dallo stesso Paese dei braccianti reclutati, i caporali continuano a essere un’intermediazione necessaria alla catena dell’organizzazione del lavoro.

Per cui si paga tramite il corrispettivo per il trasporto verso i luoghi di lavoro (generalmente 5 euro al giorno per il servizio) o attraverso la sottrazione di una certa quota della paga giornaliera o con il pagamento da parte del datore di lavoro di una data cifra concordata in funzione dei braccianti messi a disposizione in una determinata giornata.

Sono giovani migranti i braccianti. Hanno fra i trenta e i trentanove anni, provengono dall’Africa occidentale, dal Maghreb e dal subcontinente indiano. Sono sani al loro arrivo, si ammalano a causa delle condizioni in cui sono costretti a lavorare, per lo più a cottimo, sviluppando patologie osteo-muscolari.

E per quelle igienico-sanitarie e di precarietà sociale e abitativa - alloggi di fortuna, edifici fatiscenti, casolari abbandonati - che compromettono l’apparato digerente e quello respiratorio. Hanno un permesso di soggiorno e un contratto di lavoro ma sono sprovvisti della tessera sanitaria. E di ogni diritto.

 

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