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29 Marzo 2015
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Società

Sanità ingiusta

Sanità ingiusta

di Tania Careddu

Nessuna equità, nei servizi sanitari, tra israeliani e palestinesi, manovrati come sono da meccanismi che impediscono al sistema sanitario palestinese di fornirli completi per i residenti dei Territori occupati. La debolezza dell’Autorità palestinese, stando a quanto si legge nel dossier redatto da Medici per i Diritti Umani (MEDU), Inequality in Health, nel gestirli e garantirli adeguati è vincolata dalle condizioni poste da Israele.

A partire dal controllo sul bilancio sanitario: l’incapacità di prevedere se e quando i fondi arriveranno rende ostico, per il ministro della Salute palestinese, pianificare il proprio budget annuale in merito. Per non parlare delle limitazioni alla libertà di circolazione di pazienti, medici, mezzi di soccorso, farmaci tra la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est.

In cui, perché il personale medico possa accedere (quando non venga disconosciuta la laurea) ai sei principali ospedali palestinesi, è necessario un permesso. Che ha, oltretutto, un limite temporale - di solito da tre a sei mesi - generando così un impatto negativo sull’organizzazione e sulla stabilità del sistema sanitario palestinese.

Limitazioni sul genere anche per i medici in formazione: il 10 per cento di questi si vede negare il permesso dall’amministrazione civile israeliana, impedendo al sistema sanitario palestinese di svilupparsi come unico erogatore di servizi sanitari. Stesso trattamento per i pazienti che necessitano di trasferimento per cure mediche: è indispensabile richiedere il permesso previa compilazione di un modulo di autorizzazione al transito, procedura amministrativa non sempre trasparente e comprensibile.

E quando si esce dalla Striscia di Gaza, non tutto è risolto: numerosi pazienti palestinesi vengono sottoposti ad interrogazioni da parte dei servizi segreti israeliani per poter ottenere il nulla osta. Pure i farmaci sono soggetti a restringimenti: gli esportatori palestinesi non possono far uscire medicinali in grandi lotti ma solo in scatole di piccole dimensioni, modalità che accresce il prezzo del processo di esportazione. Le scatole vengono sottoposte a controlli, aprendone gli imballaggi e alterandone così l’integrità (soprattutto quando i farmaci devono essere refrigerati).

Per tutte queste condizioni, la mortalità infantile è pari a 18,8 per mille nei nati nei Territori occupati in confronto al 3,7 per cento in Israele; il tasso di mortalità materna nei Territori è di ventotto per centomila nascite mentre in Israele è di sette; l’aspettativa media di vita dei palestinesi risiedenti nei Territori è di circa dieci anni inferiore rispetto a quella degli israeliani e, negli ultimi anni, il divario è andato aumentando. Anche l’incidenza di malattie infettive è più alta nei Territori occupati; molti vaccini sono disponibili per i cittadini israeliani ma non per quelli palestinesi.

Ovviamente il numero degli operatori sanitari disponibili per la popolazione palestinese dei Territori è nettamente più basso rispetto a quello che interviene sulla popolazione israeliana (si stima che il numero di medici per gli israeliani è di una volta e mezza più alto di quello per i palestinesi e che la distribuzione degli specialisti è notevolmente sbilanciata: 0,22 ogni mille residenti nei Territori contro 1,76 in Israele e 1,9 infermieri ogni mille residenti per i primi versus 4,8 per i secondi); la spesa sanitaria pro capite nei Territori è di circa un ottavo delle spese sostenute dagli israeliani.

Disuguaglianze che nemmeno gli accordi di Oslo sono riusciti a sanare e che certo non verranno sanate dal nuovo governo razzista di Bibi Netanyahu.

 

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