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26 Maggio 2013
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Società

Ius soli: la strada per il futuro

Ius soli: la strada per il futuro

di Rosa Ana De Santis

Il Ministro dell’integrazione, Cecilie Kyenge, ha annunciato ormai da tempo di voler rivedere il reato di clandestinità e i criteri necessari per acquisire lo stato di cittadini italiani ad oggi negato ai numerosi immigrati regolari che in Italia lavorano, pagano le tasse e sono perfettamente integrati da numerosi anni. Al solo annuncio la Lega Nord ha minacciato battaglia senza nemmeno troppo disturbo di negare la propria xenofobia,  manifestata del resto con linguaggio da stadio contro lo stesso Ministro.

Il segretario nazionale Matteo Salvini con i probiviri del Carroccio ha iniziato una raccolta firme per avviare un’interpretazione ancor più  restrittiva della legge Bossi-Fini. Difficile intuire cosa di peggio possa produrre la campagna in questione dal titolo “Clandestino è reato”: forse i ceppi ai piedi nei Centri di espulsione che sono già dei lager o magari fucilazioni di stato sui barconi alla deriva. La legge infatti nei riguardi dei clandestini è assurda giuridicamente e mette in campo già misure severe la cui inefficacia è peraltro conclamata, con buona pace dei leghisti. Ma la mancata applicazione delle norme stesse è da attribuire all’inadempienza di mezzi e risorse nelle procedure di controllo, non certo nell’impostazione normativa, che fa dell’Italia un paese in chiusura libera agli stranieri che arrivano.

Certo è che l’Italia non può prescindere dalla propria collocazione geografica che la rende di fatto corridoio dell’Europa (la vera meta di moltissimi immigrati che qui passano senza rimanere a lungo). Né tantomeno da un tempo storico che il fenomeno dell’immigrazione dalle zone disperate del Sud del Mondo non può fare altro che gestirlo, salvo ritrovarsi a costruire norme, balzelli e divieti che oltre che indecenti sarebbero impossibili da applicare fino in fondo, come ampiamente dimostrato (la legge Bossi - Fini nelle sue velleità di azzerare i clandestini, che invece abbiamo ovunque). La Lega nostalgica dell’Europa dei popoli che non esistono più, si agita ancora nell’esprimere rifiuto alla società multirazziale che esiste ormai da un pezzo anche nel loro cortile padano e nelle adorate fabbrichette del triangolo della ricchezza. Un lapsus che significa clandestini no, schiavi si.

Il Ministro parla di cittadinanza secondo Ius Soli, esattamente come è negli Stati Uniti d’America e di un prossimo ddl. Testimonial della campagna istituzionale potrebbe essere proprio l’italianissimo beniamino del calcio: Mario Balotelli, vittima spesso di insulti dagli spalti alle strade di Roma e che si è detto subito disponibilissimo. Il tema, annunciato in tv dal Ministro, intervistata da Lucia Annunziata, arrivò come una sorpresa in mezzo ad un governo che ancora oggi faticosamente riesce a tenersi in piedi sull’ovvio e sull’emergenza, figurarsi quanto inadeguato per la sfida di un dialogo e di una mediazione politicamente cosi elevata e complessa. Governo che ha per Ministro degli Interni il braccio destro di Berlusconi che, ricordiamolo, chiese ai medici di denunciare gli stranieri immigrati dopo, durante o subito dopo averli curati in pronto soccorso.

La proposta di rivedere lo status di cittadinanza è legata mani e piedi all’anima di una società diversa in cui si appartiene allo Stato per cui si lavora, cui si pagano le tasse, nelle cui scuole si mandano i figli a studiare e anche ad apprendere una cultura, un modo di vivere e di pensare che mai come nel caso italiano è fatto di contaminazioni culturali, di popoli diversissimi, di fasi storiche incalzanti e sovrapposte.

Forse sarebbe giusto pensare ad uno ius soli legato anche a questo termometro di crescita e formazione e non solo all’atto di nascita in sé, forse un modo più esaustivo e autenticamente in linea con la società di oggi di sentirsi cittadini di uno Stato che è qualcosa di più che esserlo e basta come per acquisizione meccanica, non mediata da una scelta.

Difficile pensare che questo governo così fragile possa imbarcarsi in una svolta tanto epocale. Più facile continuare a dare il voto a quegli italiani di due generazioni fa che vivono altrove da almeno 100 anni e non hanno più niente da offrire all’Italia se non un voto elargito per affezione ideologica e poco altro.

In ogni caso ad un Ministro che ha scontato sulla propria pelle nera il prezzo dell’insulto e della discriminazione, fin da giovane studentessa di medicina in Italia, va riconosciuto il merito di aver ricordato all’agenda del Palazzo che il tema degli stranieri, il peso del razzismo, l’ingestibilità di quanti sotto clandestinità delinquono, facendo scontare a tutti gli immigrati quest’onta, è la prova di un’inadempienza politica grave “tutta nostra” e di un ritardo che come su tutti gli altri fronti ci rende poveri.

Forse anche nelle tasche, se tutti coloro che non sono ancora cittadini smettessero di pagarci la scuola o la sanità. Forse non solo nelle tasche se la soddisfazione di essere italiani si misura con il gusto di negare diritti a un uomo, a una donna o a un bambino solo perché sono nati, senza chiederlo e forse senza volerlo, da Lampedusa in su.

 

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