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26 Aprile 2017
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Società

Consumo di suolo, c’è chi dice no

Consumo di suolo, c’è chi dice no

di Tania Careddu

Negato, alterato nelle sue fisiologiche funzioni chimico-fisiche e biologiche, il suolo italiano è pressoché consumato. Da un’urbanizzazione selvaggia, con usi e coperture del territorio, principalmente insediativi e infrastrutturali, che arrivano a configurare un’irreversibile ‘sigillatura’ della crosta terrestre. Fino al 2015, stando ai dati riportati nel dossier “Suolo minacciato, ancora cemento oltre la crisi”, redatto da Legambiente, l’urbanizzazione del territorio del Belpaese ha compromesso circa più di due milioni di ettari, il 7 per cento del suolo nazionale - soprattutto nel quadrante nord-ovest, Lombardia in testa per la caratteristica pianeggiante della sua area - e, principalmente, per dotare le costruzioni private di spazi e pavimentazioni (le cosiddette infrastrutture di mobilità).

Dal dopoguerra a oggi, l’urbanizzazione espansiva come risposta all’uscita dalla crisi, affastellando investimenti infrastrutturali di dubbia utilità, sostenuti oltretutto dalla mancanza di regole nazionali e comunitarie, ha generato uno spreco esagerato del territorio nelle regioni italiane.

Lungi dal fare letteratura, però, negli ultimi due anni, si nota un rallentamento della pressione della trasformazione immobiliare: la crisi del settore delle costruzioni, sentendo il peso della zavorra di tanti edifici in cerca di compratori, ha (forse) innescato nuovi e più salubri meccanismi, riconducibili a meno concessioni edilizie e a uno stand by di piani attuativi. E c’è chi, da oltre un decennio, dice no al cemento selvaggio e al movimento indisciplinato delle ruspe.

Una su tutte, esempio isolato, la Sardegna che, consapevole dell’enorme potenziale economico dei suoi paesaggi, ha scelto di fermarne la dissipazione. Per la prima volta nello scenario delle regioni della Penisola, nel 2016, ha approvato un Piano Paesaggistico Regionale (PPR) finalizzato al recupero e alla riqualificazione integrale del territorio secondo un modello di sviluppo sostenibile, basato sulla programmazione di obiettivi di qualità paesaggistica, che tenga insieme gli insediamenti urbani, agricoli, produttivi e turistici.

Con la finalità strategica, i cui risultati saranno visibili a lungo termine versus il mordi e fuggi dell’uso speculativo dagli effetti immediati, di rafforzare l’identità culturale del paesaggio storico sardo, recuperandone il patrimonio (anche) architettonico e proporzionando le crescite residenziali ai reali fabbisogni.

Nell’immediato, ciò ha permesso l’annullamento di una lunga sequenza di maxi progetti immobiliari: dai trecentomila metri cubi di Cagliari Tuvixeddu ai due milioni e mezzo di metri cubi del Master Plan Costa Smeralda, dai cinquecentomila metri cubi di Arzachena per gli investimenti dell’emiro del Qatar ai duecentoventimila di lottizzazione annessa a un campo da golf a Is Arenas.

Con buona pace di chi sostiene che la protezione del territorio, coste comprese, sia un limite allo sviluppo sociale ed economico, l’identità culturale sarda, tutelandone il paesaggio, attraverso il PPR, è ripensata continuamente nel confronto con la contemporaneità capace di coniugare la conservazione con l’innovazione e la tutela con la ricostruzione. All’orizzonte, un nuovo panorama.

 

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