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Sab
7 Marzo 2015
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Società

Maternità all’italiana

 Maternità all’italiana

di Tania Careddu

Che in Italia si nasca in relativa sicurezza, in termini di salute materna e infantile, è un dato di fatto. Ma che, nel percorso nascita, ci siano degli aspetti sociali in ombra, è più oscuro. A partire dall’accoglienza di una maternità nei contesti lavorativi, all’integrazione dei servizi di cura, dalle dilatazioni sociali della depressione puerperale fino al contradditorio rapporto tra una cultura sociale che esalta il valore della maternità e un’organizzazione del lavoro e dei servizi che ne carica la gestione quasi esclusivamente sulla coppia (o sul singolo genitore).

Da questo punto di vista, secondo quanto riporta il dossier redatto da Save the children, Mamme in arrivo, il Belpaese presenta delle criticità (tipicamente italiane): una grande frammentazione della rete dei punti nascita, spesso a danno della qualità dell’assistenza; un eccesso di ricorso al parto chirurgico; una preoccupazione spiccata delle donne italiane nei confronti della maternità; un’inadeguata preparazione a fronteggiare l’aumento di donne straniere, spesso incapaci di capire la lingua italiana.

Buona parte di queste problematiche, dagli anni settanta in poi, sono state affrontate dai consultori che, oggi però, si sono indeboliti: pochi, con pochi fondi, con una scarsità di servizi e con poco personale. Tanto quanto sono le ostetriche, eppure indispensabili per la qualificazione e l’umanizzazione del percorso nascita. Disturbato anche dalla contorta distribuzione sul territorio della rete di cura. Ossia, la trama dei luoghi dove si partorisce appare disomogenea e frammentata, con una forte dispersione di piccoli punti nascita, destinati alla chiusura perché non dotati dei necessari requisiti ma, talvolta, necessari perché unici punti di riferimento in aree isolate, e con un terzo dei punti nascita fragili in termini di sicurezza assistenziale.

Essendo alla mercé delle singole amministrazioni, anche le pratiche utilizzate variano da regione a regione. Quella dell’analgesia durante il travaglio e il parto, per esempio, risulta assai poco diffusa: al cento per cento in Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia e, con percentuali di poco inferiori, in Trentino e in Toscana, per niente applicata in Molise e ai minimi storici in Sicilia, Basilicata e Abruzzo.

Di contro, per ovviare al dolore, aumentano i tagli cesarei. La cui applicazione, in Italia, raggiunge percentuali molto elevate rispetto al resto d’Europa e con valori più che doppi rispetto a quanto continuamente raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Campania, Molise, Sicilia e Puglia, le regione più interessate, le strutture con meno di cinquecento parti l’anno e quelle private, con la quasi certezza che la scelta del parto cesareo è dettata sempre più da elementi di carattere organizzativo e sempre meno da considerazione di natura medica.

Carenti anche la continuità e la qualità delle prestazioni assistenziali nei primi mesi di vita del neonato. Assente un protocollo consolidato di azioni integrate e di comunicazione tra ospedale e territorio.

Più frequente tra i piccoli punti nascita: sebbene dal punto di vista della sicurezza appaiano più critici, prestano una maggiore cura alla continuità assistenziale, grazie al radicamento nel territorio, appunto, con particolare riguardo all’allattamento e all’insorgere di forme depressive nelle mamme.

Deficitario il sostegno alla coppia nella genitorialità sia in relazione all’apprendimento di competenze legate alla cura del bambino sia rispetto alla corretta informazione degli interessati sulle opportunità di organizzazione della vita che le normative vigenti mettono a disposizione: dai congedi parentali ai servizi di supporto alla cura fino ai bonus economici per l’integrazione del debito delle famiglie più vulnerabili. Come dire chi fa da sé fa per tre.

 

 

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