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Lun
16 Ottobre 2017
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Politica

Riforma Madia, le prime lacrime di Renzi

Riforma Madia, le prime lacrime di Renzi

di Antonio Rei

Mentre tutta Europa aspetta il referendum del 4 dicembre e mezza Italia s’interroga sul verdetto della Corte Costituzionale in merito all’Italicum, la Consulta spiazza tutti e boccia la riforma della pubblica amministrazione. Una sberla inattesa per il governo, che pochi giorni prima aveva varato cinque decreti attuativi proprio della legge Madia. Provvedimenti che ora andranno riscritti, visto che i giudici costituzionali hanno ritenuto illegittima la legge delega che sta a monte.

In particolare, la riforma della PA contraddice la Carta nel punto in cui stabilisce che per gli atti di riordino del settore pubblico (compresi i licenziamenti) il Governo non è tenuto a trovare un’intesa con la Conferenza Stato-Regioni: basta che ne ascolti il parere. Un’impostazione contro cui si è scagliato il Veneto, che ha fatto ricorso perché non accettava di non poter più nominare i direttori generali delle aziende ospedaliere regionali, i quali dopo la riforma sarebbero stati imposti da una commissione di nomina governativa.

La reazione del premier Matteo Renzi è sembrata mossa da furia impulsiva: “Noi avevamo fatto un decreto per rendere licenziabile il dirigente che non si comporta bene - ha detto - e la Consulta ha detto che siccome non c’è intesa con le Regioni, avevamo chiesto un parere, la norma è illegittima. E poi mi dicono che non devo cambiare le regole del Titolo V. Siamo circondati da una burocrazia opprimente”.

Al di là della solita arroganza, non è chiaro se stavolta Renzi sia arrivato a insultare addirittura la Corte Costituzionale, a cui logicamente dovrebbe essere riferito quel poco onorevole epiteto di “burocrazia opprimente”. Sono parole di un leader sull’orlo di una crisi di nervi, ma stavolta è comprensibile. Il Premier sa benissimo che questo pronunciamento della Consulta avrà un peso sull’esito del referendum della prossima settimana.

In effetti, a qualsiasi elettore può sorgere un dubbio assai banale, ma non per questo sbagliato. Ovvero: perché mai dovremmo consentire a questo governo di riformare 47 articoli della Costituzione, visto che non è stato in grado nemmeno di riformare la PA senza violare la Carta? La risposta è altrettanto banale, ma non per questo meno giusta: non dovremmo.

E non dovremmo soprattutto perché lo stesso destino della riforma Madia ci dimostra quale sia la reale concezione del potere ai tempi del renzismo. Per l’attuale Premier la parola “concertazione” è una bestemmia, a qualsiasi livello, mentre la “sussidiarietà” di cui parlavano i padri costituenti si è una parola uscita da vocabolario. Il bullismo istituzionale del Presidente del Consiglio si fonda su un presupposto semplice: l’efficienza è inversamente proporzionale al numero di persone che esercitano il potere. In altri termini, l’obiettivo principale di Renzi è il rafforzamento dell’esecutivo a danno degli altri poteri e delle altre istituzioni.

Di qui il Governo che decide senza ascoltare le Regioni, la Camera che legifera senza bisogno del Senato, il partito vincitore delle elezioni che incassa il 54% dei seggi anche se rappresenta il 30% (o meno) degli elettori, il capo del partito che stabilisce le liste elettorali determinando chi sarà eletto deputato. Fa tutto parte dello stesso pacchetto, che s’inserisce nella logica post-berlusconiana dello Stato come azienda e del governo come Consiglio d’amministrazione. Un’ottica in cui gli statali vengono licenziati come fossero stati assunti tramite colloquio in una struttura privata anziché al termine di un concorso pubblico.

Vogliono convincerci che questo modo di pensare sia la sola medicina possibile, l’unica via per ammodernare il Paese e farlo ripartire. La Corte Costituzionale ha detto di no e c’è da sperare che il 4 dicembre l’Italia faccia altrettanto.

 

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