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19 Aprile 2015
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Politica

Femminicidio e violenze del genere

Femminicidio e violenze del genere

di Tania Careddu

Femminicidio: estrema violenza fisica, economica e psicologica da parte dell’uomo contro la donna in quanto tale. Violenza contro il genere femminile. Legata alla negazione dell’uguaglianza fra esseri umani di sesso diverso e alla conseguente persistenza di residui culturali che ancora ospitano concetti quali subalternità e controllo nel rapporto uomo-donna. E così, cala il numero degli omicidi ma si impenna la percentuale di donne uccise. Centottanta casi annui, ossia una donna uccisa ogni due giorni, con’impressionante regolarità statistica che fa poco ben sperare.

Se l’omicidio volontario, nel ventennio precedente, si caratterizzava come fenomeno legato alla criminalità organizzata, nell’ultimo decennio, invece, si è ripiegato all’interno delle relazioni di prossimità e, particolarmente nel contesto familiare. Inoltre, a spiegare la crescente femminilizzazione del fenomeno omicidiario in Italia, sono i delitti per rapina nei quali le donne vedono crescere la propria esposizione al rischio in quanto spesso in una condizione di vulnerabilità, anziane o sole.

Tra il 2000 e il 2013, secondo quanto si legge nel secondo Rapporto sul femminicidio in Italia stilato dall’EU.R.E.S., si contano duemilatrecentonovantanove donne vittime di omicidio, milleseicentonovantadue delle quali uccise per mano di un famigliare. Solo nel 2013 sono state centosettantanove, il valore più alto degli ultimi sette anni, di cui centoventidue per mano di un partner o di un ex; ventidue casi, invece, sono da ricondursi a omicidi avvenuti nelle altre relazioni di prossimità, tipo vicinato, lavoro o tra conoscenti, consumatisi per motivi economici o questioni di lavoro.

Le vittime hanno mediamente cinquantatre anni anche se si nota una larga componente di donne over sessantaquattro, confermando la vulnerabilità di tale fascia anagrafica sia all’interno del nucleo famigliare sia nel contesto della criminalità diffusa. Sono donne per lo più disoccupate, a conferma di una condizione di marginalità economica e sociale che rappresenta un ingente fattore di rischio, considerando che la destrutturazione dell’identità e dei riferimenti sociali costituisce uno strumento di condizionamento  di potere a vantaggio dell’omicida. Che lo pone in essere per rafforzare la propria posizione di dominio, azzerando qualsiasi senso di pudore del proprio comportamento (e non solo) violento, casalinghe o pensionate.

Tra le occupate, di contro, si rileva una importante trasversalità, sebbene le collaboratrici domestiche, le colf e le badanti risultino le più coinvolte, forse per la spiccata valenza di familiarità che questo impiego comporta. Più vulnerabili fra tutte: le immigrate. Gli autori: uomini intorno ai quaranta anni. Partner, amanti o ex compagni. Un elemento che sembra indicare nelle dinamiche e nella trasformazione del rapporto uomo-donna il principale nucleo alla base della violenza contro le donne.

Il movente è sempre quello detto (erroneamente, ndr) passionale o del possesso (controllo) a rappresentare l’incapacità patologica di separarsi dell’uomo di fronte alla decisione della donna di interrompere un rapporto, compromettendo finanche la possibilità, pure a lungo termine, di immaginare un nuovo progetto di vita.

E seppure gli altri moventi (da citare per diritto di cronaca sociologica) riguardano la sfera della litigiosità e del conflitto quotidiano e l’ampia area del disagio, presente in oltre un quarto dei casi censiti quali i disturbi psichici degli autori, o raptus riconducibili alla frustrazione dell’omicida nel dover sostenere le conseguenze materiali ed economiche della separazione o quelle presenti nei dispositivi giudiziali in merito all’affidamento dei figli, bisogna ricondurli tutti a una destrutturazione interna del carnefice, latente e non esplicitata o non colta dal contesto sociale.

Ancora pesantemente ancorato a stereotipi che inquadrano la donna come centrale nelle dinamiche e negli equilibri famigliari, sia in relazione alla dimensione materiale e organizzativa sia a quella coesiva e affettiva. Una centralità che la rende simbolicamente responsabile delle diverse situazioni di squilibrio o disagio famigliare, attraendo su di sé la carica di rabbia, odio e violenza degli altri membri della famiglia.

 

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