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Gio
18 Settembre 2014
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Politica

L’Europa che parla italiano

L’Europa che parla italiano

di Fabrizio Casari

Dopo una campagna elettorale dove tra i protagonisti sono stati avvistati Dudù, Hitler, Stalin, la peste rossa e una robusta dose di insulti che hanno coperto programmi e contenuti, le urne europee in Italia hanno lasciato di stucco tutti, almeno visti i sondaggi dei giorni precedenti che indicavano in un avanzamento del M5S e nella tenuta del PD il dato saliente del possibile risultato elettorale. Tutt’altro invece emerge dallo scrutinio. Renzi ha stravinto, sia nelle percentuali elettorali italiane, sia in confronto con il dato europeo che vede ovunque i partiti dell’area del socialismo europeo in calo, in alcuni casi in crollo (vedi GB e Francia).

L’impressione è che, se al vertice del PD e al governo si fossero trovati gli esponenti del Nazareno succedutisi negli ultimi anni, anche in Italia si sarebbe registrato lo stesso fenomeno di Francia e GB. Invece da noi, l’effetto Renzi ha cambiato completamente le carte in tavola, ottenendo un risultato che nemmeno nei suoi sogni migliori l’ambizioso premier avrebbe vissuto.

Intanto nello scenario europeo, dove il PD risulta essere l’unico partito membro del PSE ad aumentare i consensi e dove la destra non ottiene un avanzamento significativo (ma qui si deve dare merito a Grillo). Nello specifico italiano, mai nella storia i derivati del PCI avevano raggiunto il 40 per cento e mai, nella vicenda politica degli ultimi 30 anni, il partito di governo aveva ottenuto un trionfo invece di un ridimensionamento nelle urne. Renzi vede confermarsi l’elemento chiave della sua strategia elettorale: prendere i voti nel bacino elettorale della destra, a maggior ragione in presenza di un elettorato orfano della leadership persa tra le minorenni di Arcore e gli anziani di Cesano Boscone.

I voti al PD non vengono dalla destra in quanto tale, visto che la somma di Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega e NCD risulta essere quanto il dato del PDL unito; i voti in più al PD arrivano invece dallo smottamento dell’area moderata orfana di rigor Montis e di quell’elettorato che, in fuga dalla destra, si era rifugiato nell’area centrista. Non va poi nascosta una possibile trasfusione di consensi dallo stesso M5S da parte di chi ha visto deluse le speranze d’incisività politica dei grillini a causa del comportamento della coppia Grillo-Casaleggio.

In fondo bisogna riconoscere non solo che la strategia dello sfondamento nell’area moderata ha pagato ma anche che, condivisibile o meno, questa strategia elettorale risulta coerente con l’identità e la linea politica del PD che Renzi aveva ed ha in mente: un partito centrista con venature progressiste sempre meno accentuate, frutto di un’identità culturale e politica indefinita rispetto alle grandi famiglie delle scuole di pensiero politico europee, semmai incline ad un impianto simile a quello dei democratici americani, non per caso grandi sponsor del premier italiano.

Difficile che la vittoria porti suggestioni elettorali in Italia; Renzi si è dimostrato abile ed intelligente e sa che per capitalizzare meglio dovrà darsi un immagine di cambiamento e stabilità politica al tempo stesso. Peraltro, tra poco l’Italia avrà la presidenza di turno dell’Unione Europea, e tutto può fare meno che esercitarla in campagna elettorale.

Una campagna elettorale a base di minacce e presunzione è stata invece fatale per il M5S. Prefigurare vittorie assolute e, subito dopo, dimissioni del Presidente della Repubblica, del governo, istituzione di tribunali popolari via web ed altre idiozie simili, ha contribuito alla flessione pesante registrata dai grillini.

La sensazione è che la cosiddetta terzietà nel quadro politico, l’equidistanza e la sottrazione dai processi di aggregazione politica destinati a innescare processi riformatori, con la rivendicazione di un purezza che sembra piuttosto incapacità politica in quasi tutti i sui esponenti, ha reso il M5S un aggregato politicamente inutile, asserragliato nel castello della sua diversità ma inutilizzabile politicamente.

A questo si è accompagnata la consapevolezza di come la gestione scellerata del processo politico ed organizzativo interno abbia reso il M5S una entità proprietaria di una coppia di amici che, con estrema disinvoltura nell’applicazione di metodi antidemocratici nascosti dietro esempi di democrazia, rischiano di consegnare all’auto avvitamento un percorso politico che dovrebbe e potrebbe essere diverso. L’importanza del Movimento 5 Stelle è evidente, si tratta ora di fornirlo di utilità politica; la testimonianza, da sola, non serve e comunque non basta.

Significativo il successo dell’Altra Europa con Tsipras, dal momento che nonostante il leader di Syriza fosse sconosciuto ai più e che le risorse a disposizione fossero men che esigue. Come sempre, all’opera di occultamento ha contribuito energicamente il sistema di potere mediatico che ha sostanzialmente cancellato i volti e le ragioni dell’unica lista di sinistra presente nella competizione elettorale.

Ad ogni modo l’esperimento è riuscito e saranno tre gli europarlamentari dell’Altra Europa che troveranno nel GUE il luogo per far viaggiare proposte sane di riconversione complessiva della linea economica e politica dell’Unione Europea.

La speranza è che il processo di riaggregazione della sinistra faccia un ulteriore salto in avanti, eliminando rapidamente appartenenze e settarismi che non hanno senso e consegnando la leadership del percorso a quegli intellettuali che hanno dato vita all’appello che diede inizio alla nascita della lista. Le ragioni della sinistra non possono essere affogate tra il fanatismo mercatista dei funzionari di Bruxelles e l’euroscetticismo degli euroscettici, apprendisti stregoni improvvisatisi economisti.

L’Europa, intasata da blocchi di potere e nazisti di ritorno, può e deve avere davanti a sé una prospettiva diversa, se non altro per quanto sia diversa quella disegnata dal Manifesto di Ventotene e quella realizzata dal quarto reich di Frau Merkel.

 

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