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4 Settembre 2015
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Politica

G8, la tortura che non risultava

G8, la tortura che non risultava

di Giovanni Gnazzi

La macelleria cilena operata dalle cosiddette forze dell’ordine nei giorni del G8 di Genova, è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti Umani. Il comportamento dei poliziotti, penetrati all’improvviso dentro la Diaz, dove hanno pestato a sangue ogni corpo, violato ogni diritto e schiacciato ogni decenza, è stato riconosciuto dalla Corte europea come “tortura”. Il ricorso alla Corte europea era stato inoltrato da Arnaldo Cestaro, selvaggiamente pestato in quella notte da macellai.

I giudici gli hanno dato ragione in toto, decidendo all'unanimità che lo stato italiano ha violato l'articolo 3 della convenzione sui diritti dell'uomo dove recita: "Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti".

Impossibile cancellare la memoria di quanto avvenuto. Si era appena insediato il governo Berlusconi e il segnale che la destra volle inviare al conflitto sociale e politico del paese fu chiaro: niente sarà permesso, nulla sarà lasciato nelle mani dell’ordine pubblico inteso come garanzia pubblica della convivenza civile.

Si scelse il massacro volutamente, non venne considerata sufficiente la morte di Carlo Giuliani. Diverse testimonianze, dirette e indirette, identificarono in Gianfranco Fini, con tanto di Ascierto di scorta, colui che dirigeva politicamente l’operato della polizia agli ordini di Di Gennaro.

Quella di Genova fu mattanza. Polizia e Carabinieri s’impegnarono particolarmente contro i manifestanti pacifici mentre i cosiddetti “black-block” (alcuni ripresi insieme alle forze dell'ordine) erano abbastanza liberi di attaccare con azioni di guerriglia urbana tutto ciò che niente aveva a che fare con la riunione del G8 ma molto con la necessità di alzare il livello degli incidenti.

L’ingenuità di un movimento impegnato a rivendicare il diritto a manifestare senza porsi il problema di organizzare la possibilità di farlo, dotandosi di una struttura di controllo del corteo, permise agli uomini di nero vestiti di stipulare una sostanziale alleanza con gli altri uniformati nel radere al suolo la protesta pacifica.

A farne le spese furono le centinaia di militanti pacifici pestati a sangue, in un saldo di feriti mai visto prima nella storia delle manifestazioni politiche in Italia. Vi furono vicende di contorno che contribuirono a rendere quelle giornate una delle pagine più luride della storia nazionale.

Non ultimo l’atteggiamento collaborazionista con i macellai da parte di alcuni medici del pronto soccorso, che invece di tutelare i feriti sia sotto il profilo medico sia sotto quello della privacy, come l’etica professionale impone, scelsero in alcuni casi di consegnare agli agenti assatanati corpi e dati di chi dovevano curare.

Dopo tanti anni di denunce, di film e libri, di dibattiti e di tentativi andati a male d’istituire una Commissione parlamentare di vigilanza che facesse piena luce sulle responsabilità dei vertici di polizia a Genova, dopo la sentenza della Cassazione che individuò solo alcuni tra i responsabili della mattanza, giunge ora la condanna ferma della Corte Europea dei Diritti dell’uomo.

L’aspetto più significativo della sentenza europea emessa è la sanzione all’Italia per l’assenza del reato di tortura dal proprio codice penale. L’Italia, unico paese del consesso internazionale evoluto a non prevedere il reato di tortura nel proprio ordinamento, è un Paese nel quale la tortura è sempre esistita.

Nelle carceri, negli ospedali psichiatrici, nelle caserme, nel corso dei fermi per strada e anche nelle piazze, le aggressioni contro inermi, a volte mortali, sono sempre esistite e, al limite, sanzionate blandamente. Aldrovandi o Cucchi sono solo alcuni degli esempi più tristemente noti, come altrettanto tristi e noti gli applausi del SAP agli agenti suoi affiliati che uccisero Aldrovandi.

Anche grazie all’assenza del reato di tortura, benché il massacro della Diaz fosse avvenuto in assoluta inerzia da parte degli ospiti notturni del Genova Social Forum, i massacratori hanno potuto ottenere sanzioni solo relativamente al reato di lesioni.

“Questo risultato - scrivono i giudici europei - non è imputabile agli indugi o alla negligenza della magistratura, ma alla legislazione penale italiana che non permette di sanzionare gli atti di tortura e di prevenirne altri". Infatti, ove il reato di tortura fosse stato presente nell’ordinamento, diverse sarebbero state le pene inflitte dalla sentenza della Cassazione.

La presidente Boldrini ha appena twittato l’annuncio dell’arrivo in aula per la prossima settimana del disegno di legge sulla tortura. Ma benché nello stesso Disegno di legge sembra che il reato di tortura venga identificato in termini generici, alcuni dei poteri forti si oppongono. Inevitabili saranno le pressioni fortissime dei corpi militari e della Polizia per evitare che il Disegno di legge vada in porto. Perché visto che non hanno risorse e mezzi, vogliono almeno l’impunità assoluta o quasi.

Nemmeno l’identificazione degli agenti impegnati in servizio d’ordine pubblico è ancora possibile, nonostante i ripetuti abusi ed eccessi di violenza puntualmente documentati da immagini e video. Eppure è stato dimostrato come iniettare un livello decente di responsabilità in chi opera in nome e per conto dello Stato non può essere garantito se non a fronte del rischio che chi violi le norme ne debba poi rispondere, in uniforme o no.

Davanti ai giudici di Strasburgo pendono ora altri due ricorsi presentati da 31 persone per i pestaggi e le umiliazioni ai quali furono sottoposti nella caserma di Bolzaneto e si prevede che le relative sentenze non tarderanno ad arrivare.

Come disse Roberto Settembre, il giudice estensore della sentenza della Corte d’Appello che condannò gli agenti per il G8, “con l’impunità la democrazia è a rischio”. Purtroppo il cammino per la democrazia piena è ancora lungo e andrebbe percorso come fosse un autostrada. Sentenze come quelle di ieri possono aiutare ad alzare la sbarra al casello.

 

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