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Sab
30 Luglio 2016
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Politica

La rottamazione del rottamatore

La rottamazione del rottamatore

di Fabrizio Casari

E’ un voto netto, senz’appello, che indica due letture distinte ma non distanti. Quella di un voto contro Matteo Renzi e il PD, e l’affermazione decisa del M5S, che del governo Renzi è avversario acerrimo. Movimento 5 Stelle che da ieri smette di essere un’ipotesi, un’incertezza, una scommessa politica. E’ ora, a tutti gli effetti, una forza di governo, sebbene la sua affermazione risulti ancora a macchia di leopardo, con consensi importantissimi in alcune zone del paese e maggiori difficoltà in altre. Vedremo da oggi quale sarà la capacità di proporsi come alternativa di medio-lungo termine per un movimento che, difficile da inquadrare ideologicamente, rappresenta certamente una forza di rottura del sistema politico italiano.

Ma sarebbe un errore leggere solo come voto di protesta il consenso ai M5S: il voto di protesta si registra semmai nell’astensione, mentre il voto ai pentastellati appare piuttosto come consapevole, ragionato, che identifica nella novità politica una rappresentanza possibile. Il fatto che il Movimento abbia prevalso ovunque la partita lo abbia visto contro il PD, evidenzia che molti sono stati gli elettori della sinistra, privi di una casa di riferimento, che si sono recati a votare per loro. Perché i meno distanti, perché i più puliti, sono molte le sfaccettature che si sono mescolate in ogni voto di questa porzione significativa dell’elettorato con i 5 stelle.

Ma, prima ancora, perché è ormai persino epidermicamente evidente la percezione del PD renziano come partito di regime, come strumento della lotta per il potere senza nessuna pregiudiziale ideologica o politica. Da Mafia capitale al Nazareno, fino a Verdini, il PD appare ormai come un partito che ha un solo disegno strategico: il potere per il potere, a qualunque prezzo.

E che il voto della sinistra decida ancora lo dimostra la vittoria di Sala a Milano. Di fronte alla possibilità di rivedere la destra a Palazzo Marino scatta la disciplina repubblicana della sinistra radicale e degli indecisi della stessa area che vanno alle urne per votare la soluzione meno drammatica. A conferma di ciò c’è il margine di vittoria di Sala su Parisi, che equivale nelle percentuali al voto della sinistra radicale del primo turno. E indica nei numeri un elemento politico chiaro: la contrapposizione tra il PD e il Centrodestra è l’unica possibilità che vede il PD prevalere.

A conferma di ciò particolarmente significativa risulta l’affermazione di Torino, ottenuta con una candidata portatrice di un pedigree inequivocabilmente di sinistra. E non è casuale che la vittoria di Appendino nasce nei quartieri operai della città, nelle aree più colpite dalla deindustrializzazione, che ha costruito le nuove marginalità sociali. Sono le aree che si ribellano al tradimento della rappresentanza e votano contro una partito che ha scelto l’amministratore delegato della Fiat Marchionne come simbolo della nuova Italia da disegnare, mentre ha riservato un attacco senza sosta, pieno di furore ideologico, contro il sindacato e le rappresentanze dei lavoratori.

Torino è la città delle lotte operaie contro Valletta e Romiti e dunque c’è poco da fare: scegliere il modello Fiat come ispiratore del ridisegno del tessuto economico e sociale, comporta in automatico il rifiuto di chi, di quel modello, è la vittima principale benché non l’unica. Risuonano ora un tantino stonate, anche solo dal punto di vista scaramantico, le parole che Fassino dedicò al Movimento 5 Stelle al quale disse: “Fondi un partito e vediamo se è capace di raccogliere voti”. Ci riesce benissimo, a quanto pare.

La vittoria della Raggi a Roma, prima volta in assoluto di un sindaco donna, è eclatante, tanto per la novità politica che per le dimensioni numeriche, che riducono Giachetti a comparsa e il PD ad un ruolo minore nella città che da sempre lo ha visto come primo partito. D’altra parte, quanto fatto a Marino prima e il coinvolgimento del partito in Mafia Capitale, non potevano restare senza risposta da parte dell’elettorato progressista. E non è certo con Giachetti, espressione del sottobosco politico romano, con Orfini, burocrate listo all’asservimento ai potenti nel ruolo di commissario (ma di cosa e di chi?) o con l’ondivago ed opportunista Barca, tutti nelle vesti di improvvisati salvatori della patria,  che si poteva risanare il PD romano.

A Napoli non c’è stata storia: il sindaco De Magistris ha doppiato Lettieri, espressione della borghesia napoletana dai guanti bianchi per coprire le mani sporche. Desta semmai interesse la percentuale del 67 per cento al sindaco di sinistra, che in due turni ha dapprima interrato il PD di Renzi e poi il centrodestra tutto.

Decisamente ridimensionato appare Salvini, che vede fermarsi a percentuali simili a quelle dei migliori anni di Bossi i consensi alla Lega e, soprattutto, con la sconfitta di Varese perde uno dei suoi feudi storici. L’esposizione mediatica perenne del portatore di felpe non è servita a trasformare le verbosità xenofobe in ipotesi politica. A commento della sconfitta di Parisi a Milano Salvini ha incolpato la scelta di un candidato moderato, dimenticando però che a Roma, dove la sua candidata era tutt’altro che moderata, semmai affine alla storia del fascismo sociale, ha comunque perso. Perché la destra, orfana della leadership di Berlusconi e responsabile di un ventennio negativo nella sua esperienza di governo è somma di voti ma non rappresenta più il sogno con il quale ha incantato milioni di elettori per più di venti anni.

E’ comunque Renzi il grande sconfitto. Lui, per una questione di scontrini, ha scatenato la cacciata indegna di Marino dal Campidoglio, che aveva vinto le elezioni con la stessa percentuale con la quale oggi la Raggi è Sindaco di Roma. Dopo aver perso Perugia, Venezia, la Liguria ed ora Roma e Torino, il Presidente del Consiglio registra un voto che, da nord a sud, si delinea come un voto contro lui e il suo governo.

Non ha solo la colpa di aver trinciato l'anima progressista del suo partito, ma quella di aver inserito con forza la meccanica del complotto, del sotterfugio e dell'ipocrisia come elemento centrale nella battaglia politica, l'affermazione evidente di come le leggi per i nemici si applicano e per gli amici s'interpretano. Da Letta a Marino e in numerose altre circostanze, la cifra etica di Renzi è questa.

Raccoglie, Renzi, l’opposizione trasversale dei diversi settori sociali, chi più chi meno colpiti dal suo governo che appare ormai come un regime. Un regime illegittimo perché mai votato che ha dedicato ogni sforzo a colpire l’area dei diritti sociali per avvantaggiare ulteriormente le sacche di privilegio.

Il suo è un governo che ha incrementato i regali al padronato e la disoccupazione per i lavoratori, che si burla dei pensionati, che toglie le tasse ai ricchi e le aumenta ai poveri, che ha tagliato la spesa sociale pur aumentando la spesa pubblica, che ha provveduto a sistemare la sua rete di compari ed amici nei posti chiave del potere economico, politico, finanziario e mediatico, in funzione della costruzione di una sua rete personale di potere, smentendo ogni promessa di meritocrazia a danno del sistema clientelare.

Invece di intercettare il malessere del Paese si è dedicato al benessere delle imprese amiche. Lo ha fatto con scorrettezza nella comunicazione e con le menzogne diffuse a reti unificate e senza contraddittorio. Il tutto con l’arroganza e la volgarità che sono il tratto distintivo del suo operare. L’abusivo ha abusato.

Nonostante il tentativo di scaricare su candidati e partito il peso della sconfitta, è lui lo sconfitto. Servirà ora sconfiggerlo anche nel suo progetto di riforma della Costituzione e della riforma elettorale, esempio plastico di disegno incerto ed arruffato scritto da incompetenti ma dal chiaro segno autoritario a beneficio dei poteri forti nazionali ed esteri, che vedono all’orizzonte l’azzeramento della centralità della rappresentanza e delle istituzioni. Sarà il referendum d’autunno a scrivere la parola fine all’avventura del rottamatore che finirà rottamato.

 

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