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22 Gennaio 2017
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Politica

Il Grillo e il censore

Il Grillo e il censore

di Fabrizio Casari

La dialettica politica italiana sembra diventata una maionese impazzita. C’è chi propone indecenti censure sul web e chi improbabili tribunali del popolo. L’idea di verità con la “V” maiuscola agita il torpore tipico del post vacanze natalizie. Ma sarebbe stolto mettere sullo stesso piano le pericolose minacce censorie di un potere all’angolo, con le baggianate di Grillo, ormai visibilmente non in grado di gestire un Movimento che purtroppo, nel suo divenire forza politica, mostra inadeguatezza, assenza di equilibrio e di sintesi politica, elementi necessari per proporsi come forza di governo.

E’ però al pericolo censorio che si deve prestare attenzione. La versione propagandistica a supporto di iniziative che chiedono di sanzionare il web con procedimenti decisamente più aggressivi di quelli già previsti, deve destare preoccupazione. Si intende rivendicare il monopolio unico della Verità, della corretta informazione; si vuole cioè sommare il dominio delle tesi al dominio degli strumenti informativi. Medium e messaggio si uniscono, portando a sintesi così la parziale dicotomia esposta da Marshall MCLuhan.

Sebbene siano comprensibili le proteste contro le forzature grilline, i giornalisti dovrebbero però protestare soprattutto contro questa idea di Verità Unica, da sempre strumento di quel potere del quale si dovrebbe essere il cane da guardia. Succede però che il giornalismo abbia spesso dimostrato una inclinazione profonda al porsi come cagnolino da salotto e questo non aiuta.

Non per caso la crisi terminale nella quale versa si accompagna alla crisi di credibilità e prestigio di una professione troppo spesso divenuta megafono delle scelte degli editori. Non si vedono schiene dritte in redazioni militarizzate, che producono ormai funzionari di partito più che voci critiche.

Si può pensare tutto ciò che si vuole del web, delle sue storture, delle sue follie, delle sue assurdità. Ma certo sentir dire che ad opporsi alla distorsione delle notizie del web ci sia l’attendibilità delle fonti informative ufficiali è francamente insostenibile.

A mo' di esempio, negli ultimi 40 o 50 anni abbiamo letto di tutto vestito di Verità: dello stragista Valpreda e dal suicida Pinelli, solo per dirne un paio, finendo con le armi di distruzione di massa in Irak o gli haker russi che decidono le elezioni USA.

Le balle mediatiche a fini politici, diffuse senza nemmeno un punto interrogativo dai media ufficiali, sono infinite. Hanno caratterizzato la gran parte dell’informazione di questi decenni e l’esempio fornito da decine di cronisti liberi, abituati a mettere in discussione le versioni ufficiali, a cercare come rabdomanti la ricerca della verità taciuta, sono certo meritevoli del massimo rispetto e di attenzione, offrono tutta la dignità di una professione che non dovrebbe avere padroni. Ma sono rimasti, appunto, esempi.

Sicuri che l’uniformità delle informazioni e delle posizioni politiche delle grandi aziende editoriali dia segnali di credibilità nel sistema informativo? O si pensa che la crisi drammatica di vendite nelle edicole sia solo dovuta all’innovazione tecnologica intervenuta nei costumi?

Il riflesso censorio scatta normalmente quando l’impotenza politica diviene una costante. Ovvero quando il distacco tra gli interessi congrui al mantenimento del sistema perdono la loro capacità di governo. Quando, insomma, la necessità di governance, di consolidamento e crescita del consenso politico, incontrano difficoltà insormontabili e lo scenario da instabile volge al negativo. E i sondaggi che continuano a fornire indicazioni nette sull’esito delle elezioni, rendono isterico l’intero establishment che non ha un piano B da proporre.

L'atteggiamento censorio contro la libertà di espressione si spiega appunto con la crisi politica del sistema italiano. Questa, evidenziatasi con la vittoria del NO al referendum, ha rappresentato solo la manifestazione esantematica di una rottura netta tra sistema politico e popolo.

E’ stata duramente punita non solo la politica socioeconomica del governo, ma anche l’arroganza con la quale Napolitano impose prima il governo Monti, poi quello Letta e infine quello Renzi, a salvaguardia degli equilibri di sistema ma in decisa avversione alle esigenze sociopolitiche manifestatesi a più riprese dall’elettorato.

Ma, soprattutto, la sconfitta referendaria di Renzi ha sancito la fine del progetto politico di Partito della Nazione, che non solo di Renzi era l’obiettivo. Per la prima volta il terreno dell’alternanza tra forze interne al sistema si è spostato su un terreno diverso, fatto di estraneità, di non riconoscibilità di una componente politica che sembra potersi assegnare un blocco elettorale maggioritario e, per ciò, vincente.

Eppure al M5S andrebbe riconosciuta proprio la capacità di tenere in un ambito democratico la rottura sociale. Il Movimento 5 Stelle non dispone della maggior parte delle caratteristiche necessarie per governare una società complessa e in crisi, ma sul piano della protesta riesce a rappresentare, nonostante la pessima prova di Roma, un’ipotesi elettorale credibile.

Dall'altra parte, un sistema vittima dei suoi stessi errori, della sua crisi di credibilità a consuntivo di promesse non mantenute e di aggressione ai livelli un tempo acquisiti di civiltà sociopolitica, affonda nella sua stessa palude.

Sceglie di perdurare nella guerra agli ultimi piuttosto che ripensare profondamente ad una ricetta ideologica monetarista folle, che amplia a dismisura la distanza tra le classi, stravolge le compatibilità insite nel patto sociale e determina il maggiore scollamento della storia democratica tra paese politico e paese reale. Incapace di invertire la rotta, inverte le responsabilità.

Provare a ricostruire una politica che abbia un senso per tutti, la cui destinazione d’uso sia quella di governare ed assorbire le contraddizioni sociali, di proporre una cultura democratica contro l’elitismo delle classi dirigenti, è l’unica via d’uscita. Pensare di sorvegliare e punire, di minacciare e distorcere, non funziona. Prima o poi gli elettori si pronunciano. A meno che non si pensi di impedirgli di farlo. Qualcuno comincia a pensarci?

 

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