Altrenotizie - Fatti e notizie senza dominio

Lun
25 Settembre 2017
Text size
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Esteri

Duterte tra ISIS e Washington

Duterte tra ISIS e Washington

di Mario Lombardo

A partire dal 23 maggio scorso, sull’isola di Mindanao, nelle Filippine meridionali, è in vigore la legge marziale in seguito a un’offensiva contro la città di Marawi, attribuita ad alcuni gruppi che da tempo combattono contro il governo centrale di Manila e che avrebbero più o meno ufficialmente dichiarato la propria affiliazione allo Stato Islamico (ISIS).

Il provvedimento firmato dal presidente filippino, Rodrigo Duterte, ha determinato di fatto la sostituzione dell’autorità civile con quella delle forze armate, peggiorando la situazione dei diritti democratici già estremamente precaria nel paese-arcipelago del sud-est asiatico. La vicenda ha però anche un risvolto strategico non meno significativo, dal momento che si inserisce tutt’altro che casualmente nelle manovre di Duterte di svincolarsi dall’alleato americano per instaurare rapporti più stretti e proficui con paesi come Russia e, soprattutto, Cina.

Il conflitto a Mindanao, dove vive una forte minoranza musulmana, è esploso in seguito a un attacco dai contorni non del tutto chiari e condotto da formazioni fondamentaliste armate nella città di Marawi. La notizia dell’offensiva era stata accompagnata da alcuni dettagli che si sono in seguito rivelati non veri, come ad esempio la decapitazione del capo della polizia della città, l’occupazione del municipio e la distruzione di tre scuole.

L’atmosfera di isteria creata attorno all’attacco e il panico rapidamente diffusosi non solo a Mindanao ma in tutte le Filippine per il possibile radicamento dell’ISIS nel paese ha alla fine spinto il presidente Duterte a firmare il decreto per l’introduzione sull’isola della legge marziale.

Le ricostruzioni degli eventi accaduti il 23 maggio scorso indicano però come il presidente filippino sia stato in sostanza messo sotto pressione dai vertici militari per adottare una misura estrema sulla quale il governo civile sembra avere avuto poco o nessun controllo.

Significativamente, la crisi è esplosa mentre Duterte si trovava a Mosca nel corso di una visita con Vladimir Putin per discutere di una possibile partnership in ambito militare tra le Filippine e la Russia. Su iniziativa del ministro della Difesa, Delfin Lorenzana, il presidente aveva dovuto interrompere la trasferta russa per fare ritorno in patria e dichiarare la legge marziale.

Qualche commentatore ha evidenziato come i fatti delle ultime settimane nelle Filippine abbiano in qualche modo ridimensionato la posizione di Duterte, mettendo nel contempo i militari, tradizionalmente legati agli Stati Uniti, al centro delle vicende del paese.

Lo stesso presidente ha dato questa impressione nel fine settimana, quando è apparso in una conferenza stampa a Manila affiancato da Lorenzana e dal capo delle forze armate filippine. Con la solita schiettezza che contraddistingue le sue uscite pubbliche, Duterte ha affermato di non essere a conoscenza della presenza a Mindanao di un contingente delle forze speciali USA, impegnato nelle operazioni militari con i soldati del suo paese, né di averne mai chiesto l’intervento.

Quest’ultima notizia era circolata dopo che alcuni giornalisti locali avevano appunto documentato il dispiegamento di truppe americane in territorio filippino, negato invece dai militari filippini. Duterte, da parte sua, ha dovuto anche ammettere i legami molto stretti tra i vertici militari dei due paesi, lasciando intendere l’influenza delle forze armate filippine e, di conseguenza, di quelle americane sul governo civile di Manila. Sui fatti di Mindanao, il presidente ha poi riconosciuto la sostanziale cessione dei suoi poteri al ministero della Difesa, avvenuta con l’adozione della legge marziale.

Il ministro Lorenzana ha in seguito spiegato anche come alcuni “consiglieri” militari americani fossero aggregati ai comandi militari filippini già prima del 23 maggio. Una rivelazione, quest’ultima, che ha fatto dubitare in molti della natura dell’offensiva dei gruppi presumibilmente affiliati all’ISIS a Marawi, poiché il contrattacco delle forze armate di Manila potrebbe essere stato studiato preventivamente con Washington per costringere Duterte a dichiarare lo stato di emergenza.

I due gruppi principali impegnati nel conflitto a Marawi sono Abu Sayyaf e Maute. Il primo è protagonista di attentati, rapimenti, estorsioni e assassini da oltre due decenni e tre anni fa aveva dichiarato la propria adesione allo Stato Islamico. Il secondo affonda anch’esso le radici nel radicalismo islamista ma, secondo alcuni, le sue azioni si intreccerebbero con le lotte di potere, spesso sanguinose, tra le più influenti famiglie filippine, tanto da far ipotizzare che la crisi a Mindanao sia esplosa principalmente per questioni legate a queste vicende o agli scontri che spesso vengono registrati con le forze armate di Manila.

Se rimangono forti dubbi sui fatti di Mindanao e sulle motivazioni che hanno portato alla legge marziale, è fuori discussione che il governo americano abbia quanto meno preso l’occasione per fare pressioni sul presidente filippino. Duterte, fin dalla sua elezione nel 2016, ha intrapreso un percorso di riorientamento strategico, rompendo nettamente con la linea seguita dal suo predecessore, il fedelissimo di Washington, Benigno Aquino.

Duterte aveva da subito ammorbidito i toni nei confronti di Pechino e avviato un processo di distensione per consentire alle Filippine di sfruttare le opportunità in ambito economico e commerciale offerte dai progetti di sviluppo cinesi. Il dialogo tra Pechino e Manila si è poi allargato all’ambito militare e proprio questa evoluzione ha fatto suonare l’allarme decisivo a Washington.

Le Filippine sono infatti uno dei cardini della strategia americana di contenimento della Cina e la perdita di Manila metterebbe a repentaglio il già complicato sforzo degli USA per conservare la propria declinante influenza in Asia orientale.

Le mosse di Duterte, allargatesi nei mesi scorsi anche alla Russia, restano comunque controverse in patria e, soprattutto, sezioni della classe dirigente filippina, rappresentate anche da esponenti dello stesso governo, vedono con estremo sospetto un allontanamento dagli Stati Uniti. I vertici militari sono tradizionalmente l’apparato di potere più filo-americano nelle Filippine e quanto sta accadendo sull’isola di Mindanao in questi giorni può essere quindi collegato ai tentativi delle forze armate di richiamare all’ordine il presidente e distoglierlo dalle sirene cinesi e russe.

La presenza delle forze speciali USA in territorio filippino all’insaputa di Duterte è d’altra parte un messaggio chiarissimo e fin troppo ovvio, visto che, nelle fasi finali dell’amministrazione Aquino, Washington e Manila avevano sottoscritto un controverso accordo di cooperazione militare che garantiva, tra l’altro, la permanenza di truppe americane nel paese-arcipelago, sia pure ufficialmente su base temporanea.

La collaborazione propagandata tra i militari filippini e quelli americani nella guerra ai gruppi affiliati all’ISIS serve anche a dimostrare che solo Washington può essere considerato un alleato affidabile contro la minaccia terroristica. Ciò è ancora più chiaro se si considera che recentemente l’amministrazione Duterte aveva sondato la Cina per la possibile fornitura di equipaggiamenti militari destinati precisamente alla lotta contro milizie armate ribelli.

Se Duterte sarà in grado di resistere alle pressioni con cui sta facendo i conti o se riuscirà a mantenere aperto un canale privilegiato con Mosca e Pechino è ancora tutto da verificare. Per il momento, la minaccia dell’ISIS a Mindanao continua a essere mantenuta a un livello elevato anche se relativamente sotto controllo.

Coerentemente con la poca chiarezza delle vicende in corso, martedì sono giunte informazioni contrastanti sullo stato dei combattimenti. I vertici militari delle Filippine hanno confermato l’arretramento delle forze fondamentaliste, le quali controllerebbero non più del 20% di Marawi, mentre lo Stato Islamico, per mezzo della sua agenzia di stampa Amaq, ha invece affermato che le milizie che opererebbero a suo nome nelle Filippine hanno messo le mani su oltre i due terzi della città sull’isola di Mindanao.

 

Francia, il finto trionfo di Macron

Francia, il finto trionfo di Macron

di Michele Paris

Se la vittoria nelle elezioni legislative di domenica in Francia del neonato partito del presidente Macron, “La République En Marche !” (LREM), consentirà a quest’ultimo di ottenere un...

GB, il flop di Theresa May

GB, il flop di Theresa May

di Mario Lombardo

Umiliazione. Disastro. Fallimento. Scommessa perduta. Questi sono alcuni dei titoli che hanno prevalso venerdì sulla stampa britannica per descrivere la prestazione del Partito Conser...

Iran, il terrore viene dal Golfo

Iran, il terrore viene dal Golfo

di Michele Paris

Quello che mercoledì è stato descritto come il primo attacco in assoluto dell’ISIS in territorio iraniano sembra essere più precisamente una drammatica accelerazione della guerra dichi...

Londra, il volto noto del terrore

Londra, il volto noto del terrore

di Mario Lombardo

A un paio di giorni dalle elezioni, il governo britannico del primo ministro, Theresa May, continua a dover far fronte a polemiche e pressioni in seguito alle notizie emerse su almeno...

JPAGE_CURRENT_OF_TOTAL

Edicola internazionale

Internazionale.it
I link ai giornali di tutto il mondo

Le ragioni del no alla TAV

Notav

 

 

 

 


Appello per un ripensamento del progetto di nuova linea ferroviaria Torino – Lione, Progetto Prioritario TEN-T N° 6, sulla base di evidenze economiche, ambientali e sociali.

Leggi tutto

Cuba

Il terrorismo
contro Cuba
a cura di:
Fabrizio Casari
Sommario articoli

Questo sito è ottimizzato per
 
Firefox

Syndicate

feed-image Feed Entries