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25 Marzo 2017
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Esteri

USA, il Congresso di Trump

USA, il Congresso di Trump

di Michele Paris

Con l’insediamento ufficiale del 115esimo Congresso degli Stati Uniti nella giornata di martedì, il Partito Repubblicano americano avrà a disposizione un’ampia maggioranza che, assieme al nuovo inquilino della Casa Bianca, potrebbe teoricamente consentire l’implementazione di un’agenda politica tra le più reazionarie della storia di questo paese.

Gli ambiti nei quali i leader Repubblicani sembrano essere intenzionati a intervenire sono molteplici e l’obiettivo generale dell’offensiva della destra americana è sostanzialmente quello di liquidare o, quanto meno, ridimensionare in maniera drastica le rimanenti regolamentazioni imposte al business privato e l’intervento pubblico a sostegno delle fasce più deboli della popolazione.

Sempre in linea teorica, la possibilità di contare su una maggioranza in entrambi i rami del Congresso di Washington permetterà inoltre l’abolizione della “riforma” del sistema sanitario di Obama (“Obamacare” o “Affordable Care Act”), tentata varie volte dai Repubblicani alla Camera dei Rappresentanti negli ultimi anni, ma sempre bloccata dalla leadership Democratica al Senato, nonché dalla minaccia di veto della Casa Bianca.

Com’è accaduto con i piani per la revoca di “Obamacare”, l’avanzamento di un progetto politico improntato a deregulation e liberalizzazioni è stato definito negli ultimi sei anni di maggioranza Repubblicana alla Camera che hanno fatto registrare una costante deriva verso destra. Questo processo ha portato alla realizzazione di piani per interventi legislativi che potrebbero essere finalmente adottati già a partire dalle prossime settimane.

A dare l’idea dell’estremismo del progetto Repubblicano nel nuovo Congresso è il fatto che gli sforzi della maggioranza entrante si concentreranno da subito sui provvedimenti presi da Obama in vari ambiti, dall’ambiente al salario minimo, che già rappresentavano modeste concessioni, spesso quasi soltanto di facciata e tutt’altro che anti-business, alla base “liberal” del Partito Democratico.

Per quanti avevano creduto nella retorica populista di Trump, protagonista di una campagna elettorale caratterizzata dalla promessa di rilanciare la classe media americana, i prossimi mesi riserveranno così un brusco risveglio, già preannunciato dalle nomine dei membri di un gabinetto formato quasi del tutto da milionari e miliardari irriducibilmente ostili a ogni minima limitazione dei profitti del business privato.

Nel mirino di Trump e dei Repubblicani, oltre alla soppressione della riforma sanitaria del 2010, c’è in particolare la normativa sul settore bancario e finanziario, approvata nello stesso anno e conosciuta con il nome dei suoi due sponsor (“Dodd-Frank Act”). Questa legge ha fatto poco o nulla per limitare le minacce alla stabilità del sistema provocate dalle pratiche dell’industria finanziaria americana dopo la crisi finanziaria esplosa nel 2008, ma anche le esili misure in essa contenute sono viste da Wall Street come un ostacolo da eliminare.

Per entrambe le leggi la revoca potrebbe procedere spedita. I Repubblicani intendono infatti ricorrere a un espediente procedurale che, al Senato, renderebbe nulla la regola che richiede almeno 60 voti per licenziare un determinato provvedimento (“filibuster”). Nella camera alta del Congresso i Repubblicani dispongono di 52 seggi.

Tuttavia, se le leggi in discussione hanno in qualche modo a che fare con questioni di bilancio è possibile invocare una norma chiamata “budget reconciliation” che limita la durata del dibattito in aula e consente l’approvazione con una maggioranza semplice di 51 voti. Questo meccanismo era stato adottato dagli stessi leader Democratici per approvare “Obamacare” nel 2010 di fronte alla ferma opposizione Repubblicana.

Identico processo per superare l’eventuale ostruzionismo Democratico potrebbe essere riservato anche alla riforma del fisco, che Trump e i suoi colleghi al Congresso vogliono sempre più piegare a favore dei redditi più alti, per i quali è in previsione una riduzione delle aliquote a discapito del bilancio federale.

Come previsto negli Stati Uniti, entro certi limiti i presidenti hanno la facoltà di emettere direttive in vari ambiti con forza di legge anche senza l’approvazione del Congresso. Su queste misure sembrano volere lavorare da subito i Repubblicani, sfruttando una legge raramente utilizzata (“Congressional Review Act”) che consente al Congresso di annullare le direttive adottate dalla Casa Bianca e dalle agenzie federali entro i primi 60 giorni del nuovo calendario legislativo.

Visti i limiti di tempo, l’attenzione Repubblicana sarà rivolta alle iniziative maggiormente contestate dalla destra e dal business americano, a cominciare dalle regolamentazioni in materia ambientale che dovrebbero gravare su molte aziende private e dal recepimento dell’accordo sul clima di Parigi del dicembre 2015.

La maggioranza Repubblicana potrà inoltre approvare senza troppi intoppi anche le nomine di Trump relative a incarichi di natura amministrativa e giudiziaria. Quest’ultimo ambito è particolarmente rilevante, poiché i giudici federali che saranno scelti dalla nuova amministrazione minacciano di rimodellare in senso ultra-conservatore il panorama giudiziario negli Stati Uniti.

La conferma dei nuovi giudici, ad eccezione di quelli della Corte Suprema, necessita di appena 51 voti al Senato, dopo che proprio la maggioranza Democratica nella camera alta del Congresso, per velocizzare un processo di nomina spesso rallentato da manovre ostruzionistiche, aveva cancellato la necessità dei 60 voti.

Il controllo di Congresso e Casa Bianca da parte del Partito Repubblicano, se da un lato assicura senza alcun dubbio il drammatico spostamento a destra del baricentro politico americano, dall’altro non garantisce automaticamente un’azione legislativa spedita e priva di ostacoli sulle singole questioni.

Al di là dell’opposizione di un Partito Democratico che in alcuni ambiti potrebbe anche allinearsi alla maggioranza, l’implementazione di un’agenda dai caratteri marcatamente classisti e anti-sociali comporta l’inevitabile esplosione di tensioni e scontri in un paese già segnato dalle proteste contro l’elezione di Donald Trump.

Soprattutto, i possibili interventi contro la riforma sanitaria e il programma di assistenza pubblico destinato agli anziani (“Medicare”), da tempo nel mirino dei Repubblicani, rischiano di scontrarsi con la resistenza di decine di milioni di americani. Ciò potrebbe avere effetti rovinosi sulla molto relativa popolarità di Trump e del suo partito, dovuta oltretutto in larga misura al discredito dei Democratici e dell’amministrazione Obama.

Se “Obamacare” contiene ben pochi elementi progressisti, essendo una riforma basata quasi interamente sul settore privato e che mira al contenimento dei costi sanitari attraverso la riduzione dei servizi offerti, milioni di americani hanno nondimeno ottenuto una qualche copertura per la prima volta in questi anni. Allo stesso modo, la riforma ha vietato alle compagnie assicurative di negare la sottoscrizione di una polizza a coloro che soffrono di patologie “pre-esistenti”.

Su questo fronte non vi è poi accordo tra i Repubblicani sul modello che dovrebbe sostituire “Obamacare”, se non che l’alternativa dovrà fondarsi ancor più sul settore privato e sull’ulteriore impulso alla creazione di una sanità a doppia velocità, una per i ricchi con la possibilità di garantirsi le migliori cure disponibili e una per i più poveri improntata al razionamento e alla scarsa qualità dei servizi.

La vera battaglia potrebbe combattersi però su “Medicare”, visto che qui sembrano esserci le divisioni più pronunciare all’interno del campo Repubblicano. Fino a pochi anni fa, il popolare programma pubblico di assistenza per gli over 65 era considerato quasi intoccabile e il partito che proponeva modifiche a sfavore dei beneficiari veniva quasi sempre punito alle urne.

I cambiamenti politici più recenti hanno invece legittimato le posizioni della destra Repubblicana, anche grazie al sostanziale accoglimento da parte dei Democratici della tesi dell’insostenibilità finanziaria nel medio e lungo periodo di “Medicare”, il quale necessiterebbe perciò interventi che ne ridimensionerebbero l’efficacia e ne comprometterebbero il carattere pressoché universale.

Anche in questo caso non vi è ancora un progetto di intervento ben definito da parte Repubblicana, ma l’intenzione è quella di trasformare “Medicare” in un piano con limiti di finanziamento ben precisi, all’interno dei quali i singoli stati dovranno gestire un numero inevitabilmente ridotto di prestazioni.

“Medicare” minaccia anche di mettere precocemente in evidenza le divisioni nel Partito Repubblicano, dal momento che tra gli stessi membri della maggioranza al Congresso vi sono punti di vista differenti. Ad esempio, lo “speaker” della Camera, Paul Ryan, è tradizionalmente un fautore della “riforma” di “Medicare”, mentre svariati senatori del suo partito hanno già lasciato intendere che l’intervento su questo programma pubblico dovrebbe essere per lo meno rimandato.

Forse determinante potrebbe essere allora la posizione che assumerà Trump. Il presidente eletto metterà in gioco buona parte del suo capitale politico su “Medicare”, dal momento che aveva escluso tagli a questo programma in campagna elettorale.

Dopo la sua elezione, però, Trump ha fatto intravedere un cambio di rotta, scegliendo tre nemici della sanità pubblica per ricoprire altrettanti ruoli chiave nella gestione dei programmi sanitari federali: il deputato della Georgia Tom Price alla guida del ministero della Salute, il suo collega della South Carolina Mick Mulvaney per dirigere l’ufficio della Casa Bianca dedicato alle questioni di Bilancio e la “consulente” sanitaria Seema Verma a capo dell’agenzia che amministra direttamente “Medicare” (“Centers for Medicare and Medicaid Services”).

 

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