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27 Giugno 2017
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Esteri

Francia: il fattore Mélenchon

Francia: il fattore Mélenchon

di Michele Paris

A poco più di una settimana dal primo turno delle elezioni presidenziali in Francia, la competizione continua a essere una delle più imprevedibili e difficilmente pronosticabili della storia repubblicana. Dopo la quasi caduta dell’ormai ex favorito, il gollista François Fillon, l’ex Socialista “indipendente” Emmanuel Macron e Marine Le Pen del Fronte Nazionale (FN) sembravano ormai certi di accedere al secondo turno di ballottaggio, ma nell’ultima settimana il candidato della sinistra “radicale”, Jean-Luc Mélenchon, ha fatto segnare una rapida risalita nei sondaggi, diventando improvvisamente un serio pretendente nella corsa all’Eliseo.

Le rilevazioni di opinione più recenti danno il leader del “Parti de Gauche” (Partito di Sinistra) alternativamente in terza o in quarta posizione, cioè più o meno alla pari con Fillon, e a una manciata di punti dai due attuali favoriti, a loro volta attestati su livelli simili attorno al 23-25%. Mentre però i numeri di Macron e Le Pen stanno ristagnando, Mélenchon in poche settimane ha quasi raddoppiato i propri potenziali consensi.

Lo stesso candidato della sinistra francese vanta poi la percentuale più alta di opinioni favorevoli tra i candidati alla presidenza e viene dato in vantaggio in un eventuale ballottaggio sia con Macron che con Le Pen e Fillon. L’ascesa di Mélenchon è avvenuta finora quasi interamente a spese del candidato del Partito Socialista (PS), Benoît Hamon, il quale al momento non supererebbe nemmeno quota 10%.

Hamon aveva vinto a sorpresa le primarie del PS dopo una campagna elettorale in opposizione al presidente Hollande, ma la profonda impopolarità di quest’ultimo e la decisione di molti leader del suo partito di appoggiare Macron hanno pesato in maniera decisiva sulla sua candidatura. Alcune voci della sinistra francese stanno perciò chiedendo a Hamon di farsi da parte a favore di Mélenchon già a partire dal primo turno di domenica 23 aprile.

I progressi di Mélenchon stanno in ogni caso suscitando qualche preoccupazione negli ambienti di potere e del business in Francia. Il riflesso di queste ansie si è osservato ad esempio nel sensibile allargamento dello “spread” tra i bond francesi e quelli tedeschi negli ultimi giorni, dopo che i sondaggi sembrano dare appunto concrete possibilità al candidato del movimento “France Insoumise” (Francia Ribelle) di qualificarsi per il secondo turno delle presidenziali.

Mélenchon si presenta con un programma che prevede, tra l’altro, un piano di investimenti pubblici addirittura da 100 miliardi di euro e la rinegoziazione dei trattati europei, in modo da allentare l’austerity imposta dall’Unione in questi anni praticamente a tutti i paesi.

Soprattutto, la classe dirigente d’oltralpe teme che il proprio candidato preferito, l’ex ministro dell’Economia Macron, finisca per sgonfiarsi, lasciando strada a un populista di destra o di sinistra che metta a rischio la stabilità dell’Unione Europea, l’orientamento strategico atlantista e anti-russo e il mantenimento della rotta neo-liberista in ambito economico.

Il fattore Mélenchon è determinato in primo luogo dalla crescente repulsione anche degli elettori francesi per la politica tradizionale, rappresentata in primo luogo dai governi Socialisti sotto una presidenza Hollande segnata da tagli al settore pubblico, chiusura di storici impianti industriali, precarizzazione del lavoro e imposizione di uno stato di emergenza che, in nome della lotta al terrorismo, ha ridotto sensibilmente i diritti civili e democratici.

Mélenchon non è comunque una faccia nuova nel panorama politico francese, essendo stato membro dal 1976 al 2008 del PS, per il quale ha ricoperto molte cariche, tra cui quella di ministro dell’Educazione tra il 2000 e il 2002 nel governo Jospin. Inoltre, nel 2012 Mélenchon aveva appoggiato Hollande nel secondo turno delle presidenziali contro Sarkozy, alimentando l’illusione di poter orientare verso sinistra il futuro capo dello stato che, al contrario, avrebbe ben presto operato una decisa svolta a destra sia sul fronte domestico che internazionale.

Nonostante il suo passato, Mélenchon sta però approfittando delle tensioni sociali che attraversano la Francia e la diffusa ostilità per i due candidati favoriti, animati da tendenze ugualmente reazionarie, sia pure con orientamenti differenti.

In particolare, Mélenchon ha beneficiato di una prestazione convincente nell’ultimo dibattito televisivo tra gli aspiranti all’Eliseo, andato in onda il 4 aprile scorso. In esso, Mélenchon aveva denunciato fermamente le politiche dei governi Socialisti e le disuguaglianze sociali che hanno favorito.

Allo stesso tempo, sull’esempio della candidatura di Bernie Sanders per le primarie del Partito Democratico negli USA lo scorso anno, Mélenchon ha costruito un’organizzazione in grado di promuove la sua immagine soprattutto tra i giovani grazie a un’attenta gestione della rete e dei social networks.

A dargli un’ulteriore spinta nei sondaggi è stato anche il bombardamento deciso giovedì scorso dal presidente americano Trump contro una base delle forze armate siriane. Mélenchon, al contrario dell’establishment politico francese, aveva subito denunciato l’iniziativa di Washington, presentandosi come il “candidato della pace”.

Questa presa di posizione ha raccolto parecchi consensi tra una popolazione che continua a manifestare sentimenti pacifisti malgrado le inclinazioni guerrafondaie della classe politica e la propaganda dei media ufficiali. Ugualmente, Mélenchon si è espresso con toni ben diversi da quelli xenofobi e razzisti dei leader di tutti i principali partiti, impegnati in Francia e non solo nel presentare l’immigrazione come un fenomeno catastrofico che sembra minacciare l’esistenza stessa dell’Occidente.

La scalata nei sondaggi di Mélenchon smentisce dunque la tesi di una Francia spostata sempre più a destra e conferma piuttosto come le tendenze reazionarie caratterizzino più che altro le classi dirigenti di fronte al crescere delle tensioni sociali e alla polarizzazione della società.

Che, poi, Mélenchon riesca anche solo a raggiungere il secondo turno delle presidenziali del 7 maggio è tutt’altro che certo. Le forze che spingono Macron verso l’Eliseo sono infatti formidabili e sostanzialmente le stesse che stanno già suonando l’allarme circa il pericolo di un’eventuale presidente appartenente alla sinistra “radicale”.

Ancor più, anche un’eventuale clamoroso successo di Mélenchon con ogni probabilità non si tradurrebbe nell’implementazione di un’agenda progressista. In primo luogo, il leader del “Parti de Gauche” molto difficilmente potrebbe contare su una maggioranza parlamentare dopo le elezioni legislative in programma nel mese di giugno, così che l’approvazione del suo programma risulterebbe pressoché impossibile.

Inoltre, Mélenchon ha trascorso la sua carriera politica nell’ultimo decennio gravitando più o meno attorno al Partito Socialista, trasformatosi ormai in un movimento politico dai contorni reazionari. Questa realtà, assieme alle enormi pressioni domestiche e internazionali, determinerebbero un sicuro ammorbidimento delle posizione registrate in campagna elettorale già all’indomani dell’ingresso all’Eliseo.

Nondimeno, l’avanzata di Mélenchon nei sondaggi e l’imprevedibilità della corsa alla presidenza a pochi giorni dal voto testimoniano della fortissima richiesta di cambiamento in senso progressista tra la popolazione francese, così come di una ferma opposizione al neo-liberismo, alla guerra e al razzismo che, tuttavia, non trova ancora una chiara espressione nel panorama politico odierno.

 

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