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30 Aprile 2017
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Esteri

Germania: Steinmeier e la sfida a Trump

Germania: Steinmeier e la sfida a Trump

di Mario Lombardo

L’elezione a 12esimo presidente della Germania dell’ex ministro degli Esteri, Frank-Walter Steinmeier, ha ratificato nel fine settimana non solo il previsto passaggio di consegne ai vertici dello stato tedesco, ma anche una serie di avvicendamenti a cariche di rilievo tra i leader del Partito Social Democratico (SPD), da collegare ai cambiamenti strategici internazionali preannunciati negli ultimi mesi e alla necessità sempre più evidente di perseguire una politica da grande potenza da parte di Berlino.

Lo scambio di ruoli tra i politici Socialdemocratici più influenti era iniziato a fine gennaio con l’annuncio a sorpresa da parte del numero uno del partito, nonché ministro dell’Economia, Sigmar Gabriel, della sua rinuncia a candidarsi a cancelliere nelle elezioni generali previste per il prossimo mese di settembre.

Gabriel aveva proposto per la successione ad Angela Merkel l’ex presidente del parlamento europeo, Martin Schulz, mentre in precedenza si era già assicurato un accordo con la maggioranza Cristiano-Democratica per l’elezione a presidente federale di Steinmeier.

Quest’ultimo è stato votato domenica a larga maggioranza dall’assemblea federale tedesca e succederà il 18 marzo prossimo a Joachim Gauck, non interessato, all’età di 77 anni, a ricoprire un secondo mandato quinquennale alla presidenza della prima potenza economica europea.

L’accoglienza di Steinmeier da parte della stampa anglo-sassone e, soprattutto, americana è stata significativa, dal momento che il leader della SPD è stato dipinto quasi universalmente come un fermo oppositore di Donald Trump. Steinmeier aveva infatti rilasciato svariati commenti pungenti nei confronti del nuovo inquilino della Casa Bianca a partire dalla sua elezione nel mese di novembre.

Anche se nascoste dietro a una retorica che lasciava intendere vi fossero preoccupazioni per le tendenze anti-democratiche di Trump, le prese di posizione di Steinmeier hanno in realtà sempre avuto a che fare principalmente con questioni di diversa natura. Dopo il voto di domenica, in un’intervista alla ZDF il neo-presidente tedesco ha infatti parlato di un “completo riassestamento delle relazioni internazionali”, in atto dopo il successo di Trump.

Ancora, Steinmeier non ha negato che la classe dirigente tedesca dovrà fronteggiare uno scenario fatto, “nella migliore delle ipotesi”, di “incertezze e difficoltà nei rapporti transatlantici”. Il fatto che un capo di stato appena eletto a un incarico principalmente di rappresentanza abbia rilasciato dichiarazioni così allarmate nei confronti di un alleato la dice lunga sul potenziale conflitto tra Washington e Berlino che si profila nel prossimo futuro.

L’altro aspetto chiave della presidenza Steinmeier e, più in generale, dell’orientamento che la classe dirigente tedesca, o quanto meno una parte di essa, intende dare al paese tramite la leadership Socialdemocratica è emerso da un passaggio del discorso dell’ex ministro degli Esteri dopo il voto dell’assemblea federale. Steinmeier ha in sostanza invocato un ruolo di guida in Europa per la Germania, la quale dovrebbe costituire “un’ancora di speranza” nei tempi tumultuosi che stanno presumibilmente per arrivare.

In altre parole, dietro alle manovre dei leader politici tedeschi e, in particolare, di quelli della SPD vi è la sensazione, per non dire la certezza, che l’avvento di Trump alla Casa Bianca e l’impronta ultra-nazionalista della sua agenda comportino un inevitabile scontro tra gli interessi del capitalismo USA e di quello indigeno, come hanno già lasciato intendere le accuse lanciate alla Germania dal presidente americano.

A questo atteggiamento di sfida proveniente da Washington, Berlino intende rispondere con un irrigidimento delle proprie posizioni, ovvero gettando le basi per il perseguimento degli interessi del business tedesco in maniera indipendente, da un lato accelerando le spese militari per facilitare la conquista e il presidio di nuovi mercati e, dall’altro, rafforzando la leadership della Germania nell’Unione Europea.

Questi obiettivi sono tutt’altro che nuovi, anche se l’ingresso di Trump alla Casa Bianca, l’evolversi degli scenari internazionali e l’avvicinarsi delle elezioni federali hanno introdotto più di una nota di urgenza, di cui si sono osservati appunto i segnali nelle recenti manovre dei vertici della Socialdemocrazia tedesca.

A partire almeno dal 2014, lo stesso Steinmeier, assieme a vari leader della CDU di Angela Merkel e al presidente uscente Gauck, aveva in varie occasioni auspicato un nuovo “ruolo globale” per una Germania che, alla luce del proprio peso economico e delle proprie ambizioni, non poteva più sottrarsi alle responsabilità internazionali.

Sulla stessa linea si è espresso più volte anche Sigmar Gabriel, non a caso subentrato nel mese di gennaio a Steinmeier nel ruolo di ministro degli Esteri del governo di Berlino. Gabriel ha anch’egli invocato una strategia sul piano economico e della sicurezza non necessariamente legata agli Stati Uniti. Anzi, un’eventuale guerra commerciale inaugurata dall’amministrazione Trump potrebbe aprire “opportunità” per la Germania e l’Europa, soprattutto in relazione agli scambi con la Cina.

In questo quadro, anche la candidatura di Schulz a cancelliere trova la principale spiegazione non solo nella difficoltà della SPD a far breccia tra gli elettori con un leader di basso profilo come Gabriel, ma anche e soprattutto nel moltiplicarsi delle richieste per dare una nuova rotta alla politica estera della Germania.

Anche l’ex presidente del parlamento europeo ha non a caso più volte attaccato Trump, ritornando sulla contrapposizione tra Berlino e Washington anche in una recente intervista rilasciata a Der Spiegel, nella quale ha ad esempio definito il neo-presidente USA un “pericolo per la democrazia”.

Per Schulz, Trump intende dividere l’UE e “distruggere il mercato europeo”. Simili minacce, ha aggiunto il candidato cancelliere della SPD, si possono combattere solo con “un vero rafforzamento dell’Unione”, ovviamente sotto la guida della Germania.

Con il ritorno di Martin Schulz sulla scena politica tedesca, il suo partito ha improvvisamente fatto segnare una certa avanzata nei sondaggi. Schulz, poi, sembra essere addirittura più gradito come cancelliere dagli elettori rispetto alla Merkel.

Al di là delle rilevazioni statistiche, sembrano esserci in realtà fortissimi interessi che spingono per un cambio ai vertici del governo di Berlino e la SPD appare come il partito preferito e meglio posizionato per operare un riassetto strategico che potrebbe implicare un conflitto con Washington.

Oltre al fatto che la SPD già in passato si era assunta responsabilità di governo in frangenti delicati per il capitalismo tedesco, basti pensare alla Ostpolitik di Willy Brandt o, più recentemente, alla “ristrutturazione” del welfare di Gerhard Schröder, vi sono dubbi sempre più forti che un nuovo gabinetto di centro-destra sia in grado di operare i cambiamenti di rotta necessari a contrastare l’eventuale ostilità di Washington e a promuovere gli interessi delle grandi aziende domestiche in un frangente storico caratterizzato da una competizione internazionale crescente.

A conferma di ciò, la stampa tedesca nei giorni scorsi ha evidenziato come la Merkel abbia salutato in maniera fin troppo cordiale l’elezione di Trump, pur ribadendo la presunta diversità dei valori sostenuti dalla Germania rispetto a quelli del neo-presidente USA. L’atteggiamento della cancelliera sarebbe non solo in contrasto con quello, molto più duro, di Schulz, ma, sul fronte opposto, appare in conflitto anche con l’entusiasmo mostrato dai vertici del principale alleato della CDU, la CSU bavarese, all’indomani del successo di Trump.

Le divisioni tra le due principali formazioni conservatrici tedesche sembrano in definitiva allargarsi e la volontà di emulare il populismo di Trump da parte della CSU minaccia l’implementazione dei nuovi obiettivi strategici, potenzialmente divergenti da quelli americani, che potrebbe essere chiamato a perseguire fin da subito il prossimo governo di Berlino.

 

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