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30 Aprile 2017
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Esteri

McMaster, il nuovo consigliere di Trump

McMaster, il nuovo consigliere di Trump

di Michele Paris

Nella serata di lunedì, il presidente americano, Donald Trump, ha annunciato ufficialmente la nomina del generale Herbert Raymond McMaster a consigliere per la Sicurezza Nazionale in sostituzione dell’ex generale Michael Flynn, dimessosi settimana scorsa per avere mentito alla Casa Bianca sul contenuto delle sue discussioni private con l’ambasciatore russo a Washington.

La scelta di McMaster ha fondamentalmente due implicazioni. La prima e più ovvia è legata all’intenzione di Trump di continuare ad assegnare un ruolo prioritario ai militari all’interno della sua amministrazione, mentre la seconda indica un possibile precoce cambiamento di rotta sugli orientamenti strategici USA che riguardano i rapporti con la Russia.

McMaster, per cominciare, è almeno il quarto alto ufficiale – in servizio o a riposo – a occupare un incarico cruciale nella formulazione delle politiche relative agli affari esteri e alla “sicurezza nazionale” del nuovo governo. Gli altri sono il segretario alla Difesa, James Mattis, quello per la Sicurezza Interna, John Kelly, e il capo di gabinetto del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, Keith Kellogg.

Dopo le dimissioni di Flynn, quest’ultimo aveva svolto le funzioni di direttore ad interim del Consiglio, mentre ora tornerà a occupare la posizione che gli era stata assegnata in precedenza, diventando di fatto il numero due di McMaster.

La stampa ufficiale americana ha accolto largamente con favore la nomina del nuovo consigliere del presidente, evitando del tutto i commenti critici che avevano accompagnato la scelta di Michael Flynn, ritenuto da subito troppo accomodante nei confronti del Cremlino.

Le doti attribuite spesso con entusiasmo a McMaster si riferiscono soprattutto alle sue doti di comando, ma anche a quelle “intellettuali” che gli hanno consentito di distinguersi nell’analisi delle strategie militari e delle minacce alla sicurezza americana, ma anche alla capacità di sapersi confrontare con i propri superiori o con le autorità civili per la difesa delle proprie idee.

Quest’ultima caratteristica, assieme al fatto di non avere ricoperto incarichi ai vertici della NATO né di avere legami apparenti con gli ambienti “neo-con”, ha convinto alcuni commentatori filo-russi a intravedere nella nomina di McMaster una certa coerenza con quella di Michael Flynn o, quanto meno, l’intenzione di Trump di provare a resistere alle pressioni di quella parte della classe dirigente USA che chiede continuità con le politiche di confronto verso Mosca adottate dall’amministrazione Obama.

Trump avrebbe infatti messo da parte altri candidati alla carica di consigliere per la Sicurezza Nazionale facilmente riconducibili alla fazione dei “falchi” anti-russi, come l’ex sottosegretario di Stato ed ex ambasciatore USA all’ONU, John Bolton, e l’ex direttore della CIA, generale David Petraeus, in modo da avere al proprio fianco una personalità disposta ad assecondare la propria visione strategica.

In realtà, più che la semplice considerazione riservata a Bolton o a Petraeus, è proprio la nomina stessa di McMaster ad apparire come una concessione agli oppositori interni di Trump che, nella comunità dell’intelligence, nel Partito Democratico e in una parte di quello Repubblicano stanno alimentando la caccia alle streghe anti-russa negli Stati Uniti.

Anche se McMaster non è direttamente legato a questi ambienti, i suoi precedenti lasciano pochi dubbi sulle posizioni relative alla Russia. Già distintosi come capitano durante la prima Guerra del Golfo, il nuovo consigliere di Trump aveva attirato l’attenzione proprio di Petraeus per essere stato il primo comandante a reclutare con successo milizie tribali sunnite in Iraq che avrebbero in seguito aiutato le forze di invasione americane a combattere i cosiddetti “insorti” nel paese mediorientale.

A fianco di Petraeus, il quale ha recentemente definito quella russa una minaccia “senza precedenti” per gli Stati Uniti, McMaster ha scalato le gerarchie dell’esercito, mentre più recentemente è stato coinvolto nella “pianificazione strategica” del ruolo delle forze armate USA per il futuro a fronte delle crescenti sfide planetarie.

Quasi tutti i commenti di questi giorni sulla sua nomina hanno poi citato un suo libro del 1997 sulla guerra in Vietnam, ampiamente diffuso tra i vertici militari americani. In esso, McMaster criticava gli alti ufficiali del suo paese e l’allora segretario alla Difesa, Robert McNamara, per non avere offerto maggiore resistenza ai fallimentari piani militari del presidente Johnson, definiti in sostanza troppo prudenti.

L’insistenza su questo particolare, che rifletterebbe una qualche attitudine anti-establishment del generale McMaster, sembra quasi un avvertimento a Trump della capacità del suo nuovo consigliere a resistere eventuali tentazioni filo-russe della Casa Bianca.

A definire ancora meglio gli orientamenti di McMaster è stata però la soddisfazione espressa per la sua nomina da parte di molti politici e commentatori che hanno attaccato Trump per il suo approccio troppo tenero nei confronti della Russia.

Tra i più entusiasti va segnalato il senatore Repubblicano dell’Arizona, John McCain, finora probabilmente il più feroce accusatore delle presunte interferenze di Mosca negli affari americani, ma anche protagonista di accese critiche verso il neo-presidente. L’ex candidato alla Casa Bianca ha elogiato Trump per una scelta che non avrebbe potuto immaginare migliore.

Anche dagli ambienti Democratici sono giunte parole di stima sia per McMaster che per la decisione di Trump. Il deputato Adam Smith, della commissione Forze Armate della Camera dei Rappresentanti, ha ad esempio definito la nomina un chiaro miglioramento rispetto a Michael Flynn.

McMaster, d’altra parte, negli ultimi anni è stato impegnato in prima persona nell’elaborazione dei piani militari che hanno come obiettivo la Russia, considerata da coloro che attaccano Trump come il principale ostacolo al dispiegarsi dell’egemonia di Washington in aree cruciali del globo, a cominciare dall’Europa, dal Medio Oriente e dall’Asia centrale.

Alcuni giornali americani lo hanno definito “tutt’altro che amico della Russia”. La pubblicazione Roll Call, dedicata all’attività del Congresso USA, ha ricordato come lo scorso mese di maggio McMaster avesse discusso presso l’influente think tank Center for Strategic and International Studies (CSIS) della minaccia di Mosca e dell’annessione della Crimea in termini assimilabili alla retorica anti-russa dilagata in America in questi ultimi anni.

Nello stesso intervento era rilevabile infine un vero e proprio compendio del pensiero “neo-con”, così come delle apprensioni che animano la classe dirigente americana per il declino del proprio paese.

Nel definire di natura “offensiva” gli obiettivi e le attività della Russia, McMaster aveva accusato il Cremlino di volere il “tracollo dell’ordine seguito alla Seconda Guerra Mondiale”, assieme allo stravolgimento degli equilibri economici, politici e relativi alla sicurezza del dopo Guerra Fredda, in modo da costruire nuovi scenari “più favorevoli ai propri interessi”.

Se i rapporti di forza all’interno dell’amministrazione Trump appaiono ancora in fase di assestamento e il conflitto interno ai vari organi dello stato americano tutt’altro che risolto, gli sviluppi più recenti suggeriscono un progressivo avanzamento delle posizioni della fazione anti-russa. Le dimissioni di Michael Flynn e la nomina a nuovo consigliere per la Sicurezza Nazionale del generale McMaster non fanno altro che confermare questa tendenza in atto.

 

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