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25 Marzo 2017
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Esteri

Manning e la grazia di Obama

Manning e la grazia di Obama

di Michele Paris

La decisione presa questa settimana dal presidente uscente americano Obama di commutare la pena dell’ex analista dell’esercito, Chelsea (Bradley) Manning, in modo che possa essere scarcerata di qui a pochi mesi, rappresenta un tardivo, parziale e con ogni probabilità cinico ravvedimento da parte del capo di un’amministrazione che ha perseguito il numero più alto di “whistleblowers” nella storia degli Stati Uniti.

Manning tornerà in libertà il prossimo 17 maggio dopo avere scontato quasi sette anni di carcere, in gran parte in regime d’isolamento e di privazione della privacy e dei più normali diritti garantiti ai detenuti. Nell’agosto del 2013 le era stata inflitta una sentenza di 35 anni da parte di un tribunale militare dopo che, su suggerimento dei suoi legali, si era dichiarata colpevole di 20 dei 22 capi d’accusa mossigli dal governo e dalle forze armate.

Com’è noto, Manning aveva fornito a WikiLeaks una mole enorme di materiale classificato sui crimini dell’imperialismo americano, documentando tra l’altro i retroscena delle guerre in Iraq e in Afghanistan e le manovre diplomatiche su scala mondiale di un governo che agisce costantemente in violazione dei principi democratici a cui sostiene di ispirarsi nelle relazioni con gli altri paesi.

La detenzione di Manning ha rappresentato di per sé un crimine, a cominciare dal trattamento riservatole in carcere. Nel 2012 anche il relatore delle Nazioni Unite per le torture, Juan Mendez, dopo una lunga indagine aveva accusato il governo americano di avere trattato Manning in maniera “crudele e disumana”, confinandola in una cella per 23 ore al giorno per 11 mesi nonostante fosse ancora in attesa del giudizio di un tribunale.

La vicenda dell’ex militare, che compirà 30 anni il prossimo mese di dicembre, aveva avuto dei risvolti ancora più drammatici a causa dei problemi psicologici legati alla propria identità sessuale, per i quali le autorità militari si sono sempre rifiutate di garantire i trattamenti richiesti.

Nell’ultimo anno, rinchiusa presso il carcere militare di Leavenworth, in Kansas, Manning aveva messo in atto uno sciopero della fame e, secondo i suoi legali, aveva tentato il suicidio in due occasioni, nel mese di luglio e ancora in quello di ottobre. Dopo il primo tentativo era stata condannata a 14 giorni di isolamento con l’accusa di avere tenuto una condotta che rappresentava un rischio per la sua stessa persona.

Proprio i tentativi di togliersi la vita e l’aggravamento delle condizioni mentali di Manning devono avere pesato sulla decisione di Obama di accorciare la sua pena detentiva. Vista la persistente popolarità dell’ex analista dell’esercito e le continue pressioni di attivisti e organizzazioni a difesa dei diritti civili, un eventuale suicidio in carcere avrebbe provocato uno scandalo e macchiato ulteriormente una presidenza già tra le più reazionarie della storia americana.

Obama, da parte sua, ha giustificato l’indulto a Manning con il fatto che quest’ultima ha già trascorso un lungo periodo in carcere e che i 35 anni inflitti erano oggettivamente esagerati, alla luce anche delle pene di gran lunga inferiori subite in passato da condannati per reati di spionaggio o per avere trafugato materiale governativo classificato.

Si deve ricordare che Manning passò a Wikileaks le immagini e le registrazioni audio che documentavano a Baghdad, nel 2007, l’assassinio di 12 civili innocenti e disarmati (fra loro due giornalisti della Reuters) e i commenti entusiasti e razzisti dei militari autori della strage.

La scelta di non cancellare la pena e la condanna che Manning aveva subito nel 2013 hanno comunque implicazioni non indifferenti, al di là del dato oggettivo più importante, ovvero la libertà riconquistata. Il solo accorciamento della pena lascia infatti intatto il precedente di una condanna durissima che voleva essere un avvertimento per quanti intendevano seguire l’esempio di Manning.

Inoltre, in questo modo Obama sperava forse di limitare le reazioni prevedibilmente ostili alla notizia dell’indulto da parte dell’apparato militare americano e dei leader del Partito Repubblicano. Sempre a questo fine, il presidente uscente nei giorni scorsi ha anche concesso la piena amnistia all’ex vice comandante di Stato Maggiore, generale James Cartwright, condannato per avere mentito ad agenti federali che indagavano su una fuga di notizie relativa a un cyber-attacco condotto dagli USA contro il programma nucleare dell’Iran.

Le polemiche non si sono comunque fatte attendere. L’amministrazione entrante di Donald Trump ha subito condannato la decisione di Obama, il cui portavoce ha peraltro fatto notare come le critiche all’indulto a Chelsea Manning contraddicano i commenti relativamente positivi del neo-presidente su WikiLeaks e Julian Assange.

I Repubblicani al Congresso si sono anch’essi scagliati contro Obama per avere garantito la libertà anticipata a quello che hanno bollato più o meno apertamente come “traditore”. Anche all’interno dell’amministrazione Democratica non deve esserci stato pieno accordo sull’indulto a Manning. I media americani hanno ad esempio scritto che il segretario alla Difesa, Ashton Carter, aveva espresso parere negativo alla liberazione dell’ex militare.

Altri fattori possono avere influito sulla tardiva decisione di Obama, tutti riconducibili più che altro a ragioni di opportunismo. In primo luogo, la concessione della libertà anticipata a Manning serve a ridare una qualche credibilità al Partito Democratico - e allo stesso Obama - agli occhi dei suoi sostenitori “liberal”. Tanto più che il provvedimento può in qualche modo inserirsi nella strategia consolidata dei vertici Democratici di fare leva sulle questioni di genere e d’identità sessuale piuttosto che su quelle sociali, pacifiste o più generalmente legate ai diritti democratici.

Se è pratica comune che grazie, amnistie e indulti vengano concessi nelle ultime settimane dei mandati presidenziali negli Stati Uniti, è altrettanto vero che la decisione su Manning è stata presa da Obama solo dopo l’elezione di Trump al preciso scopo di ripulire l’immagine del suo partito una volta perduta la Casa Bianca. In altre parole, i Democratici non sono stati meno feroci dei Repubblicani nel condannare Manning, Wikileaks, Assange o Edward Snowden e, con ogni probabilità, se Hillary Clinton fosse stata eletta presidente molto difficilmente si sarebbe giunti al provvedimento di indulto di questa settimana.

Non solo: malgrado i distinguo proposti dall’amministrazione Obama, a rigor di logica la commutazione della pena di Manning avrebbe dovuto essere accompagnata da misure di clemenza per Snowden e Assange, la cui sorte dovrà invece confrontarsi con una nuova amministrazione che intende perseguire presunti “traditori” in maniera forse ancora più feroce.

Obama e il suo entourage devono avere avvertito anche l’aumentare delle pressioni a causa del diverso trattamento riservato a personalità militari di spicco che, come Manning, hanno passato informazioni riservate alla stampa o a individui non autorizzati a riceverle. Uno di questi è l’ex direttore della CIA, generale David Petraeus, il quale è andato incontro a trascurabili conseguenze legali per avere condiviso materiale segreto con la sua amante e biografa.

Da ultimo, non è escluso che Obama abbia deciso di graziare Manning in un estremo tentativo di mettere le mani su Julian Assange dopo che il fondatore di WikiLeaks aveva fatto sapere di essere disposto a consegnarsi alla giustizia americana se il presidente uscente avesse concesso l’amnistia a Manning.

Assange, tuttavia, ha escluso che il gesto di Obama sia sufficiente a spingerlo a rinunciare alla protezione che gli sta garantendo l’ambasciata dell’Ecuador a Londra. Infatti, hanno fatto sapere i suoi legali, il provvedimento a favore di Manning non prevede la libertà immediata né tantomeno l’amnistia e la conseguente estinzione totale del reato attribuitole, come appunto chiedeva più che ragionevolmente il numero uno di WikiLeaks.

 

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