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Lun
1 Settembre 2014
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Esteri

Blackwater, mercenari alla sbarra

Blackwater, mercenari alla sbarra

di Michele Paris

In un tribunale di Washington, qualche giorno fa è iniziato un nuovo processo contro quattro ex mercenari della famigerata compagnia militare privata americana Blackwater, responsabili della sparatoria in una piazza di Baghdad che nel settembre del 2007 si concluse in una vera e propria strage di civili. La riapertura del procedimento giudiziario ai danni degli ex contractor del governo USA è stata seguita dalla pubblicazione di alcuni documenti del Dipartimento di Stato, dai quali si comprende a sufficienza sia il potere raggiunto da simili compagnie private nell’Iraq occupato sia la quasi totale libertà d’azione a loro garantita grazie alla protezione dei rappresentati di Washington nel paese mediorientale.

Alla sbarra presso il tribunale distrettuale della capitale degli Stati Uniti ci sono Nicholas Slatten, Dustin Heard, Evan Liberty e Paul Slough. Il primo è accusato di omicidio di primo grado, mentre le altre tre ex guardie private di omicidio (“manslaughter”) volontario e tentato omicidio. Le pene previste in caso di condanna potrebbero arrivare fino all’ergastolo per Slatten e partire da un minimo di trent’anni per i rimanenti imputati nel caso fossero riconociuti colpevoli anche di altri reati di minore gravità. Un quinto ex dipendente di Blackwater coinvolto nei fatti del 2007 è stato invece scagionato e un altro ancora ha raggiunto un patteggiamento con il Dipartimento di Giustizia.

Il risultato della sparatoria che vide protagonisti gli uomini di Blackwater nell’affollata piazza Nisoor di Baghdad fu la morte di 14 iracheni e il ferimento di altre 18 persone. Secondo la versione sempre sostenuta dai mercenari americani, la loro azione sarebbe stata la risposta a un possibile attacco suicida degli “insorti”. In un simile scenario, gli uomini che viaggiavano sul convoglio di Blackwater avrebbero perciò agito per legittima difesa.

Numerose indagini e testimonianze hanno però smentito categoricamente questa ricostruzione. Un’analisi degli avvenimenti fatta dal New York Times già nell’ottobre del 2007, ad esempio, aveva mostrato come non ci fosse stata alcuna minaccia per i contractor del governo americano. In particolare, la prima auto contro cui le guardie private spararono nella piazza, perché identificata come possibile minaccia, si era in realtà scontrata con i mezzi di Blackwater solo dopo che il suo conducente era stato colpito alla testa e aveva perso il controllo della vettura.

Una prima scarica di colpi di arma da fuoco sparati in piazza Nisoor dai mercenari americani sarebbe stata così seguita da una valanga di pallottole e granate, dirette anche contro le auto e i passanti che cercavano in tutti i modi di allontanarsi o trovare rifugio. Nessuna prova o testimonianza ha invece mai confermato spari da parte irachena, provenienti dalle auto nella piazza o dagli edifici adiacenti.

A sostegno dell’accusa in un processo inizialmente abbandonato nel 2009 ci sono ora le testimonianze di decine di cittadini iracheni superstiti, il cui trasferimento negli Stati Uniti è stato coordinato dall’FBI. Secondo uno degli assistenti del procuratore impegnati nel procedimento, alcune delle vittime della sparatoria erano civili che cercavano di evitare il fuoco dei contractor. Questi ultimi, una volta lasciata piazza Nisoor, iniziarono al contrario a far circolare la propria versione dei fatti, sostenendo che il convoglio su cui viaggiavano era stato assaltato dagli “insorti”, a cui avevano risposto armi alla mano per garantire la loro sicurezza.

Inoltre, lo stesso assistente procuratore ha spiegato come il Dipartimento di Stato americano avesse atteso quattro giorni prima di inviare alcuni uomini nella piazza di Baghdad per indagare sulla strage. Come se non bastasse, la stessa indagine ufficiale è stata definita caotica e incompleta, dal momento che era stata avviata con il solo scopo di “scagionare i contractor” al servizio proprio del Dipartimento di Stato.

Nei giorni scorsi alcuni testimoni iracheni hanno già raccontato in aula la loro drammatica esperienza nella piazza Nisoor. La commozione di Mohammed al-Razaq Kinani, ad esempio, ha costretto il giudice che presiede l’udienza a licenziare temporaneamente i giurati. Kinani ha ricordato tra le lacrime di come il figlio di nove anni era stato ucciso dagli uomini di Blackwater dopo che una pallottola lo aveva raggiunto alla testa mentre era sul sedile posteriore della sua auto.

I legali degli accusati hanno bollato come “fabbricate” questa e altre testimonianze. La loro strategia difensiva, secondo quanto riportato dai media americani, si baserebbe sul tentativo di convincere la giuria che il livello di violenza in quel periodo a Baghdad era tale da giustificare una reazione così forte in risposta alla minima minaccia percepita. A loro disposizione ci sarebbbe poi un presunto testimone che avrebbe accertato la presenza di “insorti” intenzionati a prendere di mira il convoglio di Blackwater. Infine, lo stesso numero molto elevato di testimoni dell’accusa potrebbe generare confusione circa la corretta ricostruzione dei fatti, senza fornire un quadro sufficientemente chiaro degli eventi e delle responsabilità.

La strage del settembre 2007 a Baghdad, in ogni caso, non è stata in nessun modo un caso isolato ma solo uno degli esempi più sanguinosi della dura repressione ai danni della popolazione irachena, messa in atto dai militari e dalle guardie private americane nel corso dell’occupazione del paese mediorientale.

Episodi come quello di piazza Nisoor, oltre a rimanere quasi sempre impuniti, rivelano il vero volto di un esercito di mercenari a cui ricorre sempre più frequentemente il governo americano e con il quale le forze armate ufficiali operano in stretto coordinamento. Blackwater, soprattutto, ha spesso occupato le pagine dei giornali di mezzo mondo per le proprie operazioni criminali, non solo in Iraq ma anche in Afghanistan, dove ha ottenuto appalti del valore di miliardi di dollari dal Dipartimento di Stato e dalla CIA.

Secondo la stampa tedesca, addirittura, uomini di Blackwater - il cui nome è stato cambiato in Xe Services nel 2009 e in Academi nel 2011 - sono stati recentemente impiegati anche in Ucraina al fianco dei gruppi paramilitari neo-fascisti promossi dal nuovo regime di Kiev per reprimere nel sangue le manifestazioni anti-governative nelle regioni orientali del paese.

Il fondatore di Blackwater, l’ex membro delle forze speciali “Navy SEAL” Erik Prince, aveva ceduto la compagnia nel 2010 e proprio qualche settimana fa essa si è fusa con la rivale Triple Canopy, assumendo la nuova denominazione di Constellis Holdings.

Il livello di integrazione di questa compagnia con le forze di occupazione in Iraq e lo strapotere che essa aveva raggiunto sono state messe in luce da un dettagliato articolo pubblicato nel fine settimana dal New York Times a firma dell’autorevole giornalista investigativo James Risen.

I fatti raccontati da Risen sulla base del contenuto di documenti finora mai pubblicati risalgono all’agosto del 2007, poche settimane prima della strage di piazza Nisoor. Nell’estate di quell’anno, il Dipartimento di Stato aveva inviato in Iraq due investigatori - Jean Richter e Donald Thomas - con il compito di valutare la condotta già più che discutibile di Blackwater nel paese occupato.

Nella lunga lista di violazioni del proprio contratto con il governo riscontrate da Richter e Thomas spiccavano, tra l’altro, la variazione senza il permesso del Dipartimento di Stato delle norme di sicurezza previste per la protezione dei diplomatici USA, come la riduzione del numero di guardie private da impiegare nei vari incarichi.

Inoltre, i mercenari tenevano armi e munizioni nelle proprie stanze private, dove davano vita a frequenti feste a base di alcool e in presenza di donne. Molte guardie avevano anche a disposizione armi che non erano autorizzate a usare. Tutt’altro che rari erano infine i casi in cui Blackwater gonfiava le proprie fatture dopo avere falsificato i registri del personale addetto alla protezione degli uomini del Dipartimento di Stato.

Secondo i due investigatori, Blackwater aveva potuto mantenere un simile comportamento grazie agli stretti legami stabiliti tra la compagnia e il personale dell’ambasciata americana in Iraq. I due investigatori avrebbero trovato conferma a loro spese della corretteza di questa conclusione.

Il 20 agosto del 2007, Richter fu infatti convocato dal responsabile per la sicurezza dell’ambasciata USA, Bob Hanni, il quale lo informò di avere ricevuto una richiesta per “documentare il comportamento inappropriato” dello stesso investigatore.

Il giorno successivo, Richter e il suo collega, Donald Thomas, si recarono dal “project manager” di Blackwater in Iraq, Daniel Carroll, anch’egli ex Navy SEAL, per discutere dell’esito della loro indagine. Secondo quanto lo stesso Richter avrebbe successivamente comunicato al Dipartimento di Stato, Carroll minacciò di ucciderlo in maniera esplicita, aggiungendo che, vista la situazione dell’Iraq in quel periodo, non ci sarebbe stata per lui nessuna conseguenza penale.

Correttamente, Richter prese “sul serio la minaccia di Carroll”, dal momento che le questioni sollevate nella sua indagine potevano avere un “impatto potenzialmente negativo su un proficuo appalto per la sicurezza” dei diplomatici americani. Il collega di Richter, a sua volta, avrebbe confermato la versione del collega circa l’incontro con il numero uno di Blackwater in Iraq.

A rendere ancora più inquietante la situazione per Richter e Thomas fu il mancato appoggio ottenuto dall’ambasciata degli Stati Uniti nonostante le minacce di morte ricevute. A questi ultimi fu infatti ordinato di lasciare immediatamente l’Iraq, poiché la loro presenza era diventata “un ostacolo alle operazioni quotidiane e creava un ambiente inutilmente ostile” per i contractor privati.

Richter e Thomas furono così costretti ad abbondonare bruscamente il loro lavoro e a fare ritorno a Washington il giorno successivo. Quando, pochi giorni dopo, alcuni uomini della Blackwater si sarebbero resi protagonisti del massacro in piazza Nisoor a Baghdad, il Dipartimento di Stato avrebbe finalmente preso in considerazione gli avvertimenti dei due investigatori sulla compagnia stessa, ma senza decidere alcun provvedimento.

Le stesse successive indagini ufficiali sui fatti del settembre 2007, a cominciare dalla speciale commissione istituita dall’allora segretario di Stato, Condoleezza Rice, avrebbero accuratamente evitato di raccogliere la testimonianza dei due uomini che meglio di chiunque altro avevano descritto il comportamento criminale della principale agenzia di sicurezza privata operante in Iraq con la colpevole complicità del governo degli Stati Uniti.

 

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