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28 Marzo 2017
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Esteri

Trump, cammino pericoloso

Trump, cammino pericoloso

di Fabrizio Casari

Le misure di Trump contro i rifugiati sono orripilanti sul piano etico, inutili sotto il profilo della sicurezza e dannose per l’economia statunitense. Non è certo la prima volta che gli Stati Uniti chiudono le loro frontiere o procedono ad espulsioni di massa di cittadini originari di altri paesi o anche, come fece Reagan, (accogliendo la mozione del senatore fascista Helms) verso i malati di HIV.

Dal 1882, nel primo provvedimento contro i cinesi che si riteneva togliessero lavoro agli americani, passando per i cittadini di origine giapponese espulsi dopo Pearl Harbor, la pulsione xenofoba ricorre costantemente nella storia di un paese che, in fondo, è nato come nazione sterminando un'altra nazione, quella dei nativi d’America. Ma questa volta l’allarme individua le misure islamofobiche associate a pulsioni razziste, cioè riscontra il pericolo tanto verso l'estero come verso l'interno.

Va detto che le incongruenze contenute nel Decreto presidenziale sono tali da evidenziare come non si tratti affatto di misure securitarie, bensì di xenofobia allo stato puro. Basta infatti vedere i paesi destinatari del provvedimento: Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Ora, a parte l’incoerenza di ritenere l’Irak paese terrorista mentre i soldati americani combattono insieme ai militari irakeni a Mosul e in altre parti del paese, se il fine fosse quello d’impedire l’ingresso di potenziali terroristi – ammessa e non concessa l’efficacia della misura - questa dovrebbe riguardare in primo luogo l’Arabia Saudita.

E’ Ryad, infatti, che ha creato, finanziato e organizzato l’Isis, e sono sauditi 15 degli attentatori delle Torri Gemelle, così come saudita era lo stesso Osama bin Ladin. I 150.000 visti annui che Washington concede a Ryad, però, non verranno toccati.

Per non parlare del Qatar, punto di riferimento delle Brigate Al-Nusra, ovvero la filiale siriana di Al-Queda Nella sua Tv satellitare, Al-Jazeera,viene intervistato il loro capo, Abu Mohammed al Jolani, addobbato con tanto di cintura esplosiva e kalashnikov. Ma anche qui, nonostante il ruolo evidente di Doha nel finanziamento e sostegno politico ai terroristi islamisti agli ordini di Ayman al Zawahiri, i novemila visti annui per gli USA non verranno sospesi. E infine: si vuole forse sottostimare il ruolo del Pakistan e dei suoi Servizi segreti nell’addestramento e copertura per i Talebani afghani? Ma il Pakistan non viene sottoposto a restrizioni e la collaborazione della sua intelligence con la CIA prosegue allegramente.

A leggere bene il senso vero del provvedimento, si può notare come si tratti di paesi poveri, poverissimi, privi comunque di risorse ritenute strategiche per gli USA. Alcuni di essi – Somalia, Libia, Yemen, Sudan – non sono nemmeno in grado di emettere passaporti vista l’inesistenza di uno Stato nel senso vero del termine. Dunque il senso del provvedimento è tutto propagandistico, utile a rinserrare le fila del suo elettorato, nella convinzione che esitare nell’attuazione di alcuni dei suoi deliri programmatici potrebbe confortare il dubbio sulla loro reale applicabilità. In definitiva, della sua stessa credibilità.

Le proteste contro Trump che si svolgono ormai da giorni sono certamente legittime, addirittura sacrosante. Magari mobilitarsi prima per impedire che fosse Hillary Clinton la candidata democratica da opporre a Trump e poi andare a votare per fermare il tycoon sarebbe stato più efficace, ma tant’è. Non protestano solo i cittadini, anche molte aziende sono sul piede di guerra.

Che siano le maggiori multinazionali statunitensi a dissociarsi dall’operato del neopresidente non deve stupire. Sono infatti esse, più di ogni altra impresa, ad aver realizzato profitti enormi con i loro investimenti all’estero.

Interpreti eccellenti della globalizzazione dei mercati, attraverso l’esternalizzazione della produzione e l’impiego di mano d’opera a prezzi stracciati hanno messo in piedi un dispositivo che si è giovato di un costo del lavoro da terzo mondo per realizzare prodotti venduti poi ovunque a pezzi da primo mondo.

Ovvio quindi che siano preoccupati e contrariati: c’è da aspettarsi che alle politiche xenofobe di Trump seguano altrettante reazioni basate sul concetto di reciprocità. Da Wall Mart a Starbucks, da MC Donald a Nike, Airbnb e molti altri marchi ancora, in molti casi il peso degli investimenti esteri è decisamente più rilevante di quelli in patria e, di conseguenza, il rischio di vedere colare a picco i profitti non può essere escluso.

Dal boicottaggio dei prodotti statunitensi fino all’innalzamento delle imposte locali per le imprese a stelle e strisce, cui potrebbero aggiungersi restrizioni o addirittura divieti alla libertà di movimento del management statunitense, sono possibili misure ritorsive verso gli USA che complicherebbero oltremodo le attività industriali delle major americane e causerebbero perdite finanziari di assoluto rilievo.

Peraltro, l’ipotetico scambio tra riduzione della pressione fiscale in cambio di un ritorno in patria della produzione ha margini ridotti, visto che già ora il prelievo e minimo. Invece, se la produzione si spostasse all’interno degli USA, i prezzi di ogni prodotto verrebbero come minimo quintuplicati e questo non sarebbe certo apprezzato dai consumatori.

Si tratta ora di capire l’impatto effettivo che le strampalate teorie di Trump avranno sul complesso del sistema militar-finanziario statunitense. L’impressione è che fino a quando le sue decisioni potranno misurarsi con provvedimenti più simboliche che concreti, l’opposizione resterà quella dei manifestanti, salvo proteste formali, benché nette, da parte di alcuni degli attori economici statunitensi.

Ove invece Trump dovesse incidere davvero nel cuore del sistema, ovvero mettere in discussione la centralità del complesso militar-industriale e la leadership internazionale, allora altri e di diverso spessore saranno gli oppositori. Non esibirebbero cartelli né pubbliche marce, si muoverebbero come sanno muoversi: silenti e letali. Impeachment, scandali, i mezzi non mancano, la fantasia nemmeno, la predisposizione di Trump neppure. A quel punto, il cammino del magnate esperto in bancarotta sarà segnato. Se prima non avrà segnato il nostro.

 

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