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Sab
25 Ottobre 2014
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Esteri

Moscovici e il cavallo di Troia

Moscovici e il cavallo di Troia

di Carlo Musilli

"Temo i greci anche quando portano doni", diceva Lacoonte davanti al cavallo di Troia. Se oggi il sacerdote troiano fosse un europeo di sinistra, probabilmente userebbe parole simili dopo aver letto la composizione della nuova Commissione europea. Nella squadra presentata mercoledì dal neoeletto presidente Jean Claude Juncker, il socialista francese Pierre Moscovici ha ottenuto una posizione di assoluto rilievo, quella di commissario agli Affari economici e monetari dell'Unione.

Di per sé, la notizia suonerebbe come una vittoria non solo della Francia, ma di tutti i Paesi che - come l'Italia - puntano a un allentamento dell'austerità per spostare il mirino economico di Bruxelles sulla crescita. Moscovici, infatti, pur non essendo un guerriero capace di mettere in discussione i Trattati, è noto per la sua inclinazione antirigorista.

Purtroppo è già chiaro che il politico parigino non avrà le possibilità di manovra che François Hollande e Matteo Renzi avrebbero sperato. Un po' come Ulisse con il cavallo, l'astuto Juncker ha trovato il modo di blandire i suoi avversari e allo stesso tempo di condannarli alla sconfitta.

Il trucco dell'ex Premier lussemburghese si nasconde nella nomina di ben sette vicepresidenti. Uno di loro è il finlandese Jyrki Katanien, predecessore di Moscovici agli Affari economici, nonché falco intransigente e fedelissimo di Angela Merkel, che avrà competenze su lavoro, crescita, investimenti e competitività.

La sua missione prevede di gestire i 300 miliardi d'investimenti che Juncker ha promesso per stimolare l'economia europea nel prossimo triennio e - soprattutto - di "coordinare" l'attività dei commissari con competenze economiche, sulle cui decisioni avrà diritto di veto. Lo stesso Juncker ha spiegato che i vicepresidenti potranno “bloccare l’iniziativa legislativa, perché la Commissione dovrà funzionare come una squadra ben organizzata”. Traduzione: Moscovici non potrà fare nulla che non stia bene a Katanien. Con buona pace di chi sperava in un cambiamento di rotta della politica economica europea.

Non è però questa la sola difficoltà contro cui il povero socialista francese dovrà combattere. Nel gruppo dei portafogli economici, Moscovici è circondato da una serie di falchi come nemmeno in un museo di ornitologia: si va dal lettone Vladis Dombrovskis (vicepresidente per l'Euro e il dialogo sociale) al tedesco Gunther Oettinger (commissario all'Economia digitale), dalla polacca Elzbieta Bienkowska (che avrà competenze su Mercato unico e Industria) alla svedese Cecilia Malmstrom (Commercio), passando per la danese Margrethe Vestager (Concorrenza).

Di questi nomi, le tre donne - che in tutto sono appena nove sui 28 membri della Commissione - non solo sono liberiste convinte, ma provengono anche da Paesi che non fanno parte dell'Eurozona. Completerà il quadro lo spagnolo Luis De Guindos, membro del Partito popolare sostenuto dalla Merkel per la presidenza dell'Eurogruppo.

Un capitolo a parte riguarda la Gran Bretagna, che ha piazzato Jonathan Hill sulla poltrona di commissario alla Stabilità finanziaria, ai Servizi finanziari e all'Unione dei mercati finanziari. In altre parole, le redini della finanza europea saranno in mano alla City di Londra.

Si tratta forse di un calumet della pace offerto da Juncker al primo ministro inglese David Cameron, che negli scorsi mesi si era opposto strenuamente all'assegnazione della presidenza all'ex premier del Lussemburgo (sbagliando, visto che per la prima volta gli elettori si erano espressi conoscendo i candidati dei diversi schieramenti).

Di fronte a una Commissione del genere verrebbe da pensare che dalle urne fosse emerso un plebiscito per il Ppe. In realtà non fu così, anzi. Eppure quindici commissari appartengono ai popolari, sette ai socialisti e democratici, cinque ai liberaldemocratici e uno ai conservatori. Senza contare che i commissari sono commissariati in partenza dai vicepresidenti.

La débacle socialista è ben riassunta dalle parole di Moscovici in un'intervista al quotidiano finanziario Les Echos: "Prima di tutto dobbiamo applicare le regole, tutte le regole e nient’altro che le regole - ha detto -. E' escluso che si possa concedere una qualsiasi deroga, sospensione o eccezione. Le regole non offrono dei margini di interpretazione in funzione delle circostanze economiche e degli sforzi strutturali che sono operati".

Forse nessuno gli ha detto che due giorni fa la Francia ha ammesso di non riuscire a mantenere la promessa fatta a Bruxelles sul deficit, destinato a rientrare nel limite del 3% solo nel 2017, con altri due anni di ritardo rispetto agli impegni presi. O forse ha solo capito l'aria che tira, un po' come Lacoonte.

 

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