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Mar
1 Settembre 2015
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Esteri

Sentenza letale

Sentenza letale

di Michele Paris

La stessa Corte Suprema degli Stati Uniti che venerdì scorso era stata celebrata dai “liberal” americani per avere decretato la legalità dei matrimoni gay in tutto il paese, all’inizio di questa settimana ha emesso una nuova sentenza sull’ammissibilità della pena di morte, sanzionando di fatto il diritto dello stato a giustiziare i detenuti con metodi cruenti, cioè in aperta violazione del dettato costituzionale.

Il caso “Glossip contro Gross” riguarda tre detenuti nel braccio della morte in Oklahoma che ritenevano incostituzionale la procedura di condanna a morte tramite la somministrazione di un sedativo, il midazolam. Quest’ultimo dovrebbe appunto rendere incoscienti i condannati prima dell’azione di un secondo farmaco che interrompe le funzioni vitali.

Inizialmente, i querelanti erano quattro ma uno di essi, il detenuto Charles Warner, è stato giustiziato il 15 gennaio scorso in seguito a una macabra manovra della Corte Suprema. Una maggioranza ristretta dei giudici aveva infatti respinto la richiesta dei suoi legali per una sospensione della condanna anche se, una settimana dopo la morte di Warner, la stessa Corte avrebbe accettato di esprimersi sul caso e bloccato l’esecuzione degli altri tre detenuti.

La sentenza definitiva di lunedì della Corte Suprema ha dato il via libera all’uso del midazolam nelle condanne a morte, nonostante la storia degli ultimi mesi autorizzi a considerare il metodo attualmente usato dall’Oklahoma e da altri stati USA una “punizione crudele e inusuale”, proibita dall’Ottavo Emendamento alla Costituzione americana.

Il primo detenuto a essere messo a morte con una procedura che include il midazolam era stato William Happ in Florida nell’ottobre del 2013. Secondo i testimoni, durante l’esecuzione Happ aveva evidenziato insoliti e affannosi movimenti del corpo prima di perdere conoscenza.

Decisamente più raccapriccianti erano state altre esecuzioni con l’uso del midazolam, tra cui quelle di Dennis McGuire in Ohio, di Clayton Lockett in Oklahoma e di Joseph Wood in Arizona, avvenute tra gennaio e luglio del 2014. Lockett, in particolare, si era risvegliato in preda a dolori atroci svariati minuti dopo essere stato apparentemente sedato. La morte sarebbe alla fine sopraggiunta per attacco cardiaco dopo quasi tre quarti d’ora dall’inizio della procedura.

La sentenza appena pronunciata dai cinque giudici della maggioranza appare estremamente inquietante e scritta appositamente per giustificare l’omicidio di stato con qualsiasi metodo a disposizione delle autorità. L’autore del verdetto, il giudice ultra-conservatore Samuel Alito, ha affermato che i detenuti non sono stati in grado di dimostrare che l’utilizzo del midazolam comporti il “rischio sostanziale” di provocare un dolore intenso.

In maniera ancora più assurda, Alito ha sostenuto che gli stessi querelanti non hanno identificato un farmaco più efficace e reperibile da utilizzare nelle loro stesse esecuzioni. Il ricorso al midazolam si è reso necessario negli ultimi anni vista l’impossibilità da parte degli stati di acquistare i farmaci tradizionalmente usati in precedenza a causa del boicottaggio messo in atto dalle aziende produttrici, soprattutto europee.

La Corte Suprema, in sostanza, dalla premessa della costituzionalità della pena di morte, ha decretato che praticamente qualsiasi metodo di esecuzione possa essere adottato, così che, in assenza di alternative migliori, quello attuale deve essere dichiarato legale. L’onere di individuare un metodo adatto alla propria morte dovrebbe inoltre spettare non alle autorità, bensì ai condannati stessi.

L’incredibile tesi sostenuta da Alito e appoggiata dagli altri giudici di estrema destra, Clarence Thomas, Antonin Scalia e John Roberts, nonché dal “centrista” Anthony Kennedy, è stata criticata aspramente dall’opinione dissenziente del giudice Sonia Sotomayor.

Quest’ultima ha sottolineato come la maggioranza della Corte abbia fissato, “in maniera del tutto inedita, l’obbligo da parte dei condannati di indentificare un metodo disponibile per la loro esecuzione”. Secondo tale logica, ha aggiunto correttamente la Sotomayor, “non ha importanza se uno stato intenda usare il midazolam o se invece i detenuti vengano… squartati, torturati lentamente o bruciati vivi”.

Per il giudice Alito, al contrario, “il rischio di provare dolore è intrinseco a qualsiasi metodo di condanna a morte” e “la Corte Suprema ha stabilito che la Costituzione non impone di evitare ogni rischio” di questo genere. Insistendo sul sofismo della differenza tra “dolore” e “rischio di dolore”, Alito ha poi aggiunto che, “dopo tutto, mentre la maggioranza degli uomini si augura una morte senza dolore, molti non hanno questa fortuna.

Sostenere che l’Ottavo Emendamento richieda essenzialmente l’eliminazione di ogni rischio di provare dolore metterebbe di fatto fuori legge la stessa pena di morte”. Cosa che un sistema giudiziario barbaro e vendicativo come quello avallato dalla Corte Suprema degli Stati Uniti non può in nessun modo tollerare.

Uno dei quattro giudici dissenzienti ha in ogni caso redatto un’opinione relativamente insolita sul caso, giungendo quasi a dichiarare incostituzionale la pena di morte. Stephen Breyer, assieme al giudice Ruth Bader Ginsburg, ha invitato a smettere di “curare le ferite legali della pena di morte una alla volta”, sollecitando al contrario a interrogarsi su una questione fondamentale, vale a dire “se la pena di morte violi o meno la Costituzione”.

Il parere di Breyer, contrario a quello della maggioranza, afferma come “sia altamente probabile che la pena di morte violi l’Ottavo Emendamento”, ricordando come ci siano molti casi di persone innocenti giustiziate, ma anche come molti detenuti nel braccio della morte siano stati scagionati, come le sentenze capitali vengano talvolta emesse in maniera arbitraria e l’intero sistema sia macchiato da discriminazioni razziali.

Per il 77enne giudice nominato da Bill Clinton nel 1994, inoltre, il fattore di deterrenza della pena di morte sarebbe annullato dai lunghissimi tempi previsti dall’applicazione delle sentenze, mentre gli Stati Uniti sono ormai un’eccezione tra i paesi “avanzati” a prevedere ancora questo genere di punizione.

L’intervento del giudice Breyer non è in realtà l’unico a essere stato pronunciato in maniera così netta contro la pena di morte alla Corte Suprema. Considerazioni molto simili erano state espresse, ad esempio, già nel 1994 dal giudice Harry Blackmun e da John Paul Stevens nel 2008.

Le posizioni più retrograde su cui è attestata buona parte della classe dirigente americana sono state però sostenute dalla maggioranza della Corte Suprema nel caso “Glossip contro Gross”, con il giudice Scalia che ha bollato come “assurdità” le posizioni contro la pena di morte del collega Breyer.

A confermare il carattere reazionario del più alto tribunale degli Stati Uniti, sempre nella giornata di lunedì è arrivata anche un’altra sentenza a dir poco discutibile. Anche in questo caso con una maggioranza di 5-4, la Corte Suprema ha giudicato illegale un’iniziativa dell’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA) volta a limitare le emissioni inquinanti delle vecchie centrali elettriche a carbone.

I giudici di maggioranza hanno nuovamente insistito su un cavillo, sostenendo che l’EPA non aveva valutato in maniera esplicita e all’inizio del processo di regolamentazione i costi che le centrali dovrebbero sostenere per applicare le misure in questione. L’EPA, in maniera illegale, secondo la Corte avrebbe fatto piuttosto un bilancio di questi costi solo una volta implementate le nuove regole, intraprese esclusivamente sulla base dei benefici per l’ambiente e la salute dei cittadini.

Il caso potrebbe comunque risolversi ancora a favore dell’EPA, visto che la decisione della Corte Suprema non ha fatto altro che rimandarlo a una corte inferiore per essere riesaminato. La sentenza, tuttavia, manda un segnale molto chiaro all’agenzia ambientale americana, messa in guardia per il futuro dall’adottare misure eccessivamente penalizzanti per i profitti delle compagnie private.

 

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