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Sab
25 Giugno 2016
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Esteri

La guerra illegale di Obama

La guerra illegale di Obama

di Michele Paris

Il presidente americano Obama è finito qualche giorno fa al centro di una causa legale con implicazioni che toccano in maniera diretta i limiti costituzionali e di legge del potere esecutivo negli Stati Uniti. Il procedimento è stato insolitamente avviato da un giovane capitano dell’Esercito USA, preoccupato per la palese illegalità della guerra scatenata dalla Casa Bianca nel 2014 contro lo Stato Islamico (ISIS) in territorio iracheno e siriano.

Il 28enne ufficiale, Nathan Michael Smith, lavora per l’intelligence militare in Kuwait e, come egli stesso ha spiegato, accetta in pieno la logica della “guerra al terrore”, così come considera necessaria la guerra all’ISIS. Tuttavia, la sua iniziativa è motivata dal fatto che il presidente non ha alcuna autorizzazione a condurla, visto che il Congresso di Washington non ha mai approvato con un voto l’impegno americano su questo fronte.

Per Smith, decidendo i bombardamenti in Iraq e in Siria, ma anche inviando in questi paesi soldati e membri delle Forze Speciali, Obama avrebbe violato la Costituzione, secondo la quale solo il Congresso detiene il potere di dichiarare guerra, e la legge del 1973 che regolamenta questa stessa materia (“War Powers Resolution”).

Quest’ultima legge era stata approvata nel corso della guerra in Vietnam e stabilisce che il presidente degli Stati Uniti, entro 48 ore dall’inizio di una qualsiasi azione militare, deve renderne conto al Congresso. Inoltre, il presidente deve richiedere e ottenere l’approvazione del Congresso entro 60 giorni dall’inizio delle ostilità. In assenza di una simile autorizzazione, entro i successivi 30 giorni deve essere posta fine alla guerra stessa.

Se le ragioni del capitano Smith possono essere discutibili, la sua denuncia ha l’indubbio merito di riportare all’ordine del giorno il dibattito sulla legittimità legale dalla più recente guerra lanciata dagli USA in Medio Oriente e, ancor più, sulla trasformazione dell’esecutivo in questo paese, da anni ormai dotato di poteri virtualmente illimitati, quanto meno sul fronte dell’azione militare.

Il presidente degli Stati Uniti è il “comandante in capo” durante i conflitti ma è il Congresso a dichiarare guerra e a concludere i trattati di pace, nel rispetto della separazione dei poteri e per impedire l’accumulo di eccessiva autorità da parte di un’unica carica o istituzione.

Come probabilmente mai accaduto nella storia americana, l’amministrazione Obama ha tenuto una condotta straordinariamente contraria ai principi legali e costituzionali nel perseguire gli interessi della classe dirigente USA all’estero. Il presidente Democratico, in questo ambito, è andato ben al di là dell’amministrazione Bush, la quale aveva per lo meno fatto approvare specifiche autorizzazioni del Congresso, in modo da ottenere un mandato formale per scatenare guerre all’estero.

L’attitudine dell’attuale inquilino della Casa Bianca, ironicamente anche ex docente di diritto costituzionale, è d’altronde la logica evoluzione di un processo segnato dalla crescente ostilità per le forme democratiche di governo, inclusa la “War Powers Resolution”, in parallelo alla “guerra al terrore” e, di conseguenza, all’emergere di altre caratterizzate da una chiara tendenza all’autoritarismo.

La legge sui poteri di guerra era stata violata dall’amministrazione Obama già nel 2011 con l’aggressione della Libia per forzare il rovesciamento del regime di Gheddafi. In quell’occasione, il presidente non aveva nemmeno provato a cercare un’autorizzazione del Congresso e svariati deputati e senatori Repubblicani avevano criticato anche aspramente la decisione della Casa Bianca.

Con l’emergere nel 2014 di un nuovo nemico in Medio Oriente - l’ISIS - Obama aveva nuovamente avviato una guerra in maniera unilaterale. In questo caso, la giustificazione legale per l’intervento era stata indicata nell’Autorizzazione all’Uso della Forza Militare (AUMF), ovvero la legge votata a larga maggioranza dal Congresso di Washington all’indomani degli attacchi dell’11 settembre 2001 e che aveva permesso all’amministrazione Bush di utilizzare tutti i mezzi necessari a perseguire i responsabili degli attentati.

Queste fondamenta legali appaiono però estremamente fragili e controverse. La guerra lanciata nel 2014 è infatti contro un’organizzazione fondamentalista che nemmeno esisteva al momento dell’approvazione dell’AUMF e che nulla ha a che fare con l’Afghanistan, paese dove secondo gli USA avevano trovato rifugio i pianificatori degli attentati del 2001.

Inoltre, la filiale di al-Qaeda in Siria, il Fronte al-Nusra, ha da tempo sconfessato l’ISIS. Per Washington, tuttavia, la nascita dell’ISIS è da collegare alle operazioni di al-Qaeda durante il conflitto in Iraq e, dunque, la giustificazione legale fondata sulla legge del 2001, che intendeva punire l’organizzazione che fu di bin Laden, sarebbe del tutto legittima.

Il Dipartimento di Giustizia di Washington fa notare poi come la guerra all’ISIS sia giustificata legalmente anche da un'altra autorizzazione, quella che il Congresso garantì all’amministrazione Bush nel 2002 per invadere l’Iraq. Su questa misura, Obama ha però affermato di non voler basare la guerra all’ISIS, dal momento che tale “autorizzazione” è ancora meno difendibile di quella del 2001 e che diede il via libera alla distruzione di un intero paese.

Se l’amministrazione Obama sostiene pubblicamente di agire in Iraq e in Siria nel pieno rispetto dei poteri costituzionali, più di un dubbio deve però attraversare i pensieri del presidente. Infatti, lo scorso anno la Casa Bianca aveva richiesto formalmente al Congresso un’autorizzazione a combattere l’ISIS, sia pure senza vincolare la continuazione delle operazioni militari al voto di Camera e Senato.

Il Congresso non ha mai agito, visto che a prevalere sembrano essere le divisioni tra quanti vogliono riaffermare i limiti legali del presidente in ambito bellico e coloro che, al contrario, auspicano l’attribuzione di poteri ancora più vasti al capo dell’esecutivo.

Secondo il New York Times, la causa avviata contro Obama la settimana scorsa potrebbe sfociare proprio in un provvedimento che amplia le facoltà del presidente di condurre guerre. Se cioè la richiesta del capitano Smith trovasse accoglimento in tribunale, il Congresso potrebbe agire per evitare lo stop alla guerra, finendo anche per attribuire maggiori poteri al presidente.

L’ufficiale americano si troverà comunque di fronte ostacoli enormi. Tra di essi vi è il comportamento dello stesso Congresso, il quale, secondo molti, ha dato il proprio implicito appoggio alla guerra all’ISIS attraverso lo stanziamento del denaro necessario a finanziarne le operazioni.

Oltre alla causa in sé, è infine significativo che a sollevare in un’aula di tribunale la questione della legalità e costituzionalità dell’ultima incarnazione della “guerra al terrore” degli Stati Uniti sia l’iniziativa individuale di un ufficiale dell’Esercito. Il silenzio o il disinteresse dei politici e dei media per una questione vitale come questa testimonia dell’avanzato stato di degrado delle istituzioni democratiche americane.

Tutti le parti in causa, dal governo al Congresso alla stampa, hanno d’altra parte svolto il loro compito per favorire la promozione degli interessi nascosti dietro la “guerra al terrore”, contribuendo così al processo di accentramento di poteri nelle mani del presidente e a trasformare in un dato di fatto praticamente indiscutibile lo smantellamento di alcuni dei più fondamentali principi democratici fissati dalla Costituzione e dalle leggi degli Stati Uniti.

 

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