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23 Novembre 2014
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Esteri

Bulgaria tra Mosca e Bruxelles

Bulgaria tra Mosca e Bruxelles

di Michele Paris

Le elezioni anticipate andate in scena domenica in Bulgaria hanno prodotto il Parlamento più frammentato nella storia post-sovietica del paese dell’Europa orientale. A conquistare il maggior numero di seggi è stato comunque il partito di opposizione di centro-destra GERB (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria), il quale dovrà però cercare partner di governo al di fuori delle forze normalmente considerate come alleati naturali, con il risultato di dar vita a un nuovo debole esecutivo che sarà chiamato ad affrontare delicate questioni politiche, economiche e strategiche nell’immediato futuro.

Il dato più significativo del voto è stato quello dell’astensione, con circa la metà degli elettori bulgari che non si sono presentati alle urne in un chiaro segnale della profonda disaffezione verso una classe politica che negli ultimi anni ha presieduto ad una crisi dopo l’altra, senza scalfire la realtà di un paese che rimane il più povero dell’Unione Europea.

L’altro sintomo della frustrazione diffusa verso l’establishment politico tradizionale è stata l’insolita dispersione del voto, come conferma il fatto che per la prima volta otto formazioni politiche hanno superato la soglia di sbarramento, fissata al 4%, per poter ottenere seggi nell’unica camera del parlamento bulgaro (Assemblea Nazionale).

Il GERB dell’ex e probabile futuro primo ministro Boyko Borisov ha ancora una volta capitalizzato l’avversione verso il Partito Socialista Bulgaro, ottenendo più voti di quelli dei suoi due principali rivali combinati. Quasi il 33% dei consensi, tuttavia, non permettono al GERB nemmeno lontanamente di contare sulla maggioranza assoluta in maniera autonoma.

Le speranze di Borisov di far nascere un governo di coalizione relativamente stabile sono state inoltre spazzate via dalla modesta affermazione del Blocco Riformista, indicato alla vigilia come partner naturale del GERB. Formato da cinque partiti minori di centro-destra, infatti, il Blocco ha convinto appena il 9% dei votanti.

I vertici del GERB nella giornata di lunedì hanno comunque già fatto sapere di essere disponibili a imbarcare in una coalizione di governo anche il Fronte Patriottico, un’alleanza elettorale all’insegna del nazionalismo che ha conquistato il 7,3% dei consensi. Una qualche forma di collaborazione con il prossimo governo potrebbe essere creata poi con il partito di estrema destra anti-semita ATAKA, il quale ha perso quasi 3 punti percentuali rispetto alle elezioni del maggio 2013, assestandosi attorno al 4,5%.

La performance del GERB non sembra essere dunque in nessun modo un attestato di fiducia della maggioranza degli elettori bulgari, tanto più che un recente sondaggio Gallup aveva evidenziato come il 59% degli interpellati si fosse detto contrario a un nuovo incarico a primo ministro per Borisov.

Il partito che ha maggiormente patito il voto anticipato è stato quello Socialista (BSP) che è passato dal 26,5% del 2013 a poco più del 15% di domenica. Gli altri tre partiti che entreranno in parlamento sono poi il Movimento per i Diritti e le Libertà o DPS (14,8%), che rappresenta la minoranza turca, Bulgaria Senza Censura (5,7%), del giornalista televisivo Nikolay Barekov, e l’Alternativa per lo Sviluppo della Bulgaria o ABV (4,2%), dell’ex presidente Georgi Parvanov.

La seconda tornata elettorale in poco più di un anno in Bulgaria è dovuta al crollo avvenuto la scorsa estate del governo di minoranza appoggiato dal Partito Socialista e dal DPS e guidato dal premier “indipendente” Plamen Oresharski. La crisi dell’esecutivo era stata prodotta dalla modesta performance dei partiti che lo sostenevano nelle elezioni europee ma, in realtà, la sua già precaria stabilità era stata scossa più volte da proteste popolari contro la corruzione dilagante e la nomina di un magnate delle comunicazioni alla guida dell’agenzia per la sicurezza nazionale, così come, successivamente, dalla pessima gestione di una rovinosa inondazione nel mese di giugno e da una tuttora poco chiara crisi bancaria che durante l’estate aveva causato una corsa al ritiro dei risparmi depositati presso due istituti bulgari.

Le dimissioni del governo Oresharski avevano portato così alla formazione di un gabinetto ad interim di “tecnici” guidato dall’ex membro del Partito Socialista, Georgi Bliznashki, che ha condotto il paese fino al voto del fine settimana.

Ancora prima delle tensioni provocate dalla condotta dell’esecutivo uscito dalle elezioni del 2013, in ogni caso, la Bulgaria era finita al centro dell’attenzione della comunità internazionale come uno dei paesi più instabili dell’Unione Europea. Infatti, il governo di centro-destra di Borisov si era a sua volta dimesso nel febbraio 2013 in seguito a proteste popolari oceaniche contro rincari vertiginosi delle tariffe dell’energia elettrica e, più in generale, contro le durissime misure di austerity che avevano colpito una popolazione già impoverita a sufficienza.

A inasprire la persistente crisi politica bulgara negli ultimi mesi è stata anche la vicenda ucraina e il confronto in atto tra l’Occidente e la Russia, che ha provocato di riflesso uno scontro molto duro tra le varie fazioni politiche a Sofia.

La Bulgaria ha legami piuttosto stretti con Mosca nonostante l’ingresso nell’UE e, in particolare, il Partito Socialista - erede del Partito Comunista Bulgaro - vede con un certo favore il mantenimento del rapporto con la Russia, respingendo perciò lo scontro frontale voluto da Washington e Bruxelles. L’evoluzione dei fatti in Ucraina ha però reso sempre più complicata la difesa di una simile posizione, iniettando nella realtà politica - ma anche economica - della Bulgaria un ulteriore fattore destabilizzante.

Oltre ad avere avuto probabilmente un peso nella già ricordata crisi bancaria, i riflessi della questione ucraina si sono fatti sentire soprattutto attorno alla sorte del South Stream, il gasdotto in fase di costruzione che dovrebbe trasportare il gas russo verso l’Europa attraverso il Mar Nero e la Bulgaria fino all’Austria e l’Italia, evitando l’Ucraina.

Con l’aggravarsi della crisi tra Kiev e Mosca, l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno esercitato enormi pressioni sul governo di Sofia per sospendere la costruzione della sezione bulgara del gasdotto di proprietà al 50% della russa Gazprom. L’annuncio dello stop ai lavori in Bulgaria era giunto così ai primi di giugno, due giorni dopo la visita a Sofia di un gruppo di senatori americani guidati dal repubblicano John McCain.

L’apparente linea dura bulgara nei confronti della Russia è poi proseguita dopo l’installazione del governo tecnico di Georgi Bliznashki, formato da varie personalità legate all’UE e agli USA. Allo stesso modo, il probabile prossimo primo ministro Borisov ha assicurato che i lavori del South Stream nel suo paese proseguiranno solo con il via libera di Bruxelles, da dove continua a prevalere la volontà di punire il Cremlino.

A complicare il quadro c’è poi la posizione dei paesi beneficiari del gasdotto, come Austria e Italia (l’ENI è coinvolto al 20% nel progetto South Stream), i quali si oppongono alla decisione dell’Unione di sospendere i lavori.

La stessa Bulgaria sembra avere peraltro un atteggiamento ambiguo sulla questione, visto che alcuni lavori del South Stream secondo alcune fonti starebbero proseguendo anche dopo la decisione ufficiale di sospenderli.

Alcune testate nelle scorse settimane avevano ad esempio parlato di tubi giunti nel porto di Varna destinati alla costruzione del gasdotto, mentre più recentemente i vertici della società South Stream hanno affermato che il posizionamento delle tubature sul fondo del Mar Nero inizierà come previsto nel mese di novembre.

Sulla diatriba e sull’orientamento stesso del prossimo governo di Sofia continua infine a intervenire l’Unione Europea con toni intimidatori. Alla notizia della possibile prosecuzione dei lavori del South Stream in Bulgaria - ma anche in Serbia - malgrado l’annuncio ufficiale della sospensione, una portavoce del commissario europeo per l’energia, Günther Oettinger, qualche giorno fa ha agitato nuovamente la minaccia delle procedure di infrazione, in base sia alla violazione delle sanzioni anti-russe adottate da Bruxelles sia alla regola UE che vieta ad una singola compagnia - in questo caso Gazprom - di essere contemporaneamente fornitrice del gas naturale e proprietaria delle infrastrutture in cui esso deve transitare.

 

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