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Mer
29 Luglio 2015
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Esteri

TPP, il Congresso stoppa Obama

TPP, il Congresso stoppa Obama

di Michele Paris

Gli sforzi messi in atto dall’amministrazione Obama per spianare la strada all’approvazione di alcuni trattati di libero scambio, ritenuti fondamentali dalle multinazionali americane, continuano a faticare a produrre risultati tangibili. A Washington sono infatti in corso frenetiche trattative tra la Casa Bianca e il Congresso per superare i nuovi ostacoli emersi in seguito a un voto della Camera dei Rappresentanti nel fine settimana scorso tutt’altro che favorevole al presidente Obama.

A larga maggioranza, la Camera aveva bocciato la cosiddetta “Trade Adjustment Assistance” (TAA), ovvero un provvedimento tradizionalmente collegato ai trattati di libero scambio sottoscritti dagli Stati Uniti con altri paesi. Questa legge, i cui effetti positivi potrebbero scadere alla fine di settembre, prevede compensazioni economiche e programmi di formazione per quei lavoratori che perdono il loro impiego a causa degli stessi trattati.

Lo stop alla TAA ha comportato la stessa sorte per un altro provvedimento ad essa collegato, la “Trade Promotion Authority” (TPA) o “Fast Track Authority”, decisamente più importante ai fini dei negoziati internazionali sui trattati di libero scambio. In caso di approvazione, la TPA assegnerebbe per cinque anni a Obama e al suo successore l’autorità per stipulare con le proprie controparti straniere dei testi praticamente definitivi dei vari trattati, dal momento che il Congresso avrebbe facoltà soltanto di approvarli o respingerli, senza poter discutere o votare eventuali emendamenti.

I due provvedimenti erano stati uniti in un unico pacchetto dalla leadership repubblicana del Senato nel mese di maggio, così da permettere ai senatori di entrambi gli schieramenti provenienti da stati già duramente colpiti dal processo di deindustrializzazione di votare per la concessione al presidente dell’autorità di negoziare in autonomia i trattati di libero scambio senza essere accusati di non avere a cuore le sorti dei lavoratori.

TAA e TPA sono state però separate alla Camera e, mentre la seconda è stata approvata di misura, la prima non ha avuto la stessa fortuna. La maggior parte dei democratici, in particolare, ha deciso di non votare per una misura che essi stessi sostengono, con l’obiettivo di impedire l’avanzamento delle trattative sui trattati di libero scambio. Anche la maggioranza dei repubblicani ha votato contro la TAA, considerata una forma di welfare e quindi sostanzialmente uno spreco di denaro pubblico.

L’importanza per la classe dirigente americana della “Fast Track Authority” è in ogni caso evidente dal fatto che tutti i principali trattati di libero scambio sottoscritti dagli Stati Uniti negli ultimi decenni sono stati approvati ricorrendo ad essa, inclusi il NAFTA (Accordo Nordamericano per il Libero Scambio) del 1994 e quelli più recenti, firmati nel 2011, con Colombia, Panama e Corea del Sud.

Il primo trattato che verrebbe probabilmente ratificato con la riapprovazione di questo procedimento accelerato è la Partnership Trans-Pacifica (TPP), in fase di negoziazione tra Washington e altri undici paesi asiatici, latinoamericani e dell’area del Pacifico. Più che un trattato di libero scambio tradizionale, il TPP risulta essere il tentativo di creare nella quasi totale segretezza un gigantesco spazio economico nel quale a dettare le regole sarebbe il capitale statunitense.

Sostanzialmente gli stessi principi di supremazia del business - in particolare di quello a stelle e strisce - stanno guidando poi i negoziati per la Partnership Transatlantica sul Commercio e gli Investimenti (TTIP) tra USA e Unione Europea, anch’essa potenzialmente coperta dalla TPA.

Oltre a creare condizioni favorevoli per le grandi aziende americane, questi accordi sono considerati come importanti armi strategiche, da qui l’impegno dedicato alla loro approvazione da parte della Casa Bianca. Nel TPP, da cui è esclusa significativamente la Cina, Washington vede uno strumento decisivo nella strategia di accerchiamento e contenimento di Pechino, mentre il TTIP è principalmente il tentativo di impedire l’integrazione economica tra l’Europa da una parte e la Russia e la Cina dall’altro, ancorando il vecchio continente agli Stati Uniti.

Gli stessi paesi che dovrebbero sottoscrivere questi trattati con gli USA attendono inoltre che alla Casa Bianca sia assegnata l’autorità prevista dal “Fast Track”, poiché in pochi accetterebbero di firmare un accordo che potrebbe essere modificato anche pesantemente dal Congresso.

I giornali americani hanno così parlato in questi giorni di fitte conversazioni telefoniche tra Obama e i membri del suo staff e i deputati democratici per convincerli a tornare sui propri passi e approvare la FTA.

Il presidente e lo “speaker” della Camera, il repubblicano John Boehner, sono poi in contatto per pianificare le prossime mosse. Una prima ipotesi potrebbe consistere in un nuovo voto sull’identica versione del provvedimento bocciato settimana scorsa, nella speranza che un numero sufficiente di deputati democratici ceda alle pressioni dell’amministrazione Obama. In alternativa, Boehner potrebbe cercare di convincere i suoi compagni di partito che hanno votato contro la TPA a cambiare idea, ma i circa 90 voti necessari sembrano essere al momento un ostacolo decisamente insuperabile.

Altre possibili manovre prevederebbero l’inserimento della TAA in una legge ad essa estranea ancora da approvare e che raccoglie un ampio consenso bipartisan. Tuttavia, una simile mossa rischierebbe di affondare anche quest’ultima se la resistenza ad approvare il provvedimento dovesse persistere.

Ancora, i vertici della Camera potrebbero programmare un nuovo voto solo sulla TPA e poi inviarla al Senato, dove dovrebbe essere nuovamente approvata, visto che sarebbe disgiunta dalla TAA. Al Senato, però, non ci sarebbero voti sufficienti a causa dell’assenza della misura destinata ai lavoratori penalizzati dai trattati di libero scambio. La Camera, in ogni caso, avrà tempo fino alla fine di luglio per trovare una soluzione allo stallo.

Lo scontro in atto a Washington ha comunque ben poco a che vedere con le conseguenze negative prodotte dall’approvazione del TPP o del TTIP per i lavoratori americani, nonostante a ciò facciano riferimento i politici che si oppongono alle politiche commerciali della Casa Bianca. Se scrupoli di questo genere vi sono, essi sono di natura puramente elettorale, mentre gli schieramenti venutisi a creare riflettono in realtà diversi interessi all’interno del business d’oltreoceano.

Da un lato, l’amministrazione Obama e la maggioranza dei repubblicani sembrano sposare la causa di settori come quello farmaceutico, dell’industria finanziaria e le grandi aziende esportatrici che hanno tutto da guadagnare dalla stipula dei trattati in fase di negoziazione. Dall’altro, invece, i democratici al Congresso e le associazioni sindacali sposano il punto di vista di quelle compagnie che sono state e che rischiano di essere danneggiate dalla competizione con altri paesi.

Che a Obama venga consegnata o meno dal Congresso l’autorità a gestire in autonomia le trattative sugli accordi di libero scambio, a fare le spese dell’ennesima crisi politica a Washington potrebbero essere proprio i lavoratori che hanno perso o perderanno il lavoro in seguito all’entrata in vigore del TPP o di accordi simili, visto che, in assenza di un’intesa tra democratici e repubblicani, i modesti benefit previsti dalla “Trade Adjustment Assistance” (TAA) saranno spazzati via con la fine dell’anno fiscale in corso.

 

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