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Mar
28 Aprile 2015
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Esteri

Iran, i repubblicani sfidano Obama

Iran, i repubblicani sfidano Obama

di Mario Lombardo

Con la stretta finale dei negoziati sul programma nucleare iraniano sempre più vicina, le divisioni all’interno della classe politica americana circa l’approccio da tenere nei confronti della Repubblica Islamica hanno fatto registrare questa settimana un ulteriore aggravamento in seguito a un’iniziativa con pochi precedenti presa lunedì da un gruppo di membri del Congresso di Washington.

47 senatori della maggioranza repubblicana hanno cioè indirizzato una lettera aperta alle autorità della Repubblica Islamica per avvertire che qualsiasi eventuale accordo dovesse uscire dai colloqui tra Teheran e i P5+1 (USA, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, Germania) potrebbe avere validità soltanto finché il presidente Obama risiederà alla Casa Bianca.

L’iniziativa è stata promossa dal neo-senatore dell’Arkansas, Tom Cotton, e dovrebbe servire a “illuminare” il governo di Teheran sui meccanismi costituzionali degli Stati Uniti in relazione ai “progressi sulle trattative per il nucleare”.

In definitiva, l’intenzione dei senatori repubblicani sarebbe quella di ricordare all’Iran e, forse, ancor più a Obama che un futuro accordo sul nucleare dovrà essere necessariamente ratificato dal Congresso americano. In assenza di ciò, minacciano i senatori repubblicani, tra meno di due anni l’Iran si troverebbe probabilmente a dover contare soltanto su un “accordo esecutivo” tra Obama e l’ayatollah Ali Khamenei, che un eventuale nuovo presidente repubblicano potrebbe cancellare con una semplice firma.

La mossa repubblicana contribuisce così a innalzare il livello dello scontro interno alla classe dirigente USA in seguito all’apertura del dialogo tra Washington e Teheran. Uno scontro che va ben al di là dell’eventuale accordo sul programma nucleare iraniano, del quale peraltro non esistono prove che sia indirizzato a scopi militari.

Un’intesa con la Repubblica Islamica comporterebbe infatti un drammatico riallineamento strategico degli Stati Uniti in Medio Oriente, cosa che una parte dell’establishment americano - assieme a Israele e alle monarchie assolute del Golfo Persico - intende combattere ad ogni costo.

La lettera aperta rivolta all’Iran dai senatori repubblicani riflette appunto questo timore e rappresenta un’escalation dei tentativi di far naufragare i negoziati in corso. Il Congresso USA, d’altra parte, dispone già del potere di bloccare la revoca delle sanzioni più pesanti che colpiscono Teheran, nonostante il presidente abbia facoltà di sospenderne una parte e di cancellare quelle non approvate dall’organo legislativo americano.

Una decisione così plateale come quella di sfidare il presidente e, secondo molti osservatori, di scavalcarlo nella conduzione della politica estera non può avere perciò che un significato politico ben preciso, vale a dire quello di fare pressioni sulla Casa Bianca per abbandonare il tavolo dei negoziati o per ottenere un accordo che azzeri di fatto il legittimo programma nucleare civile iraniano.

La minaccia dell’annullamento di un eventuale accordo da parte di un prossimo presidente repubblicano è inoltre piuttosto improbabile, visti i rischi politici di una simile decisione, soprattutto nel caso Teheran dovesse rispettare scrupolosamente i termini dell’intesa stessa e se i due paesi dovessero riuscire a consolidare la distensione dei rapporti bilaterali da qui al 2017.

La lettera dei repubblicani appare perciò come un gesto disperato per impedire la firma di un accordo, così come lo era stato il discorso della scorsa settimana al Congresso del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, concordato appunto con la leadership repubblicana dietro le spalle dell’amministrazione Obama.

Prevedibilmente, la notizia della lettera dei senatori repubblicani ha suscitato dure condanne da parte dell’amministrazione Obama. I toni più forti li ha usati il vice-presidente, nonché presidente del Senato, Joe Biden, il quale ha detto di sentirsi “offeso” da un’iniziativa che ha definito “al di sotto del livello di dignità di un’istituzione che rispetto profondamente”.

Biden ha aggiunto che “in 36 anni trascorsi al Senato degli Stati Uniti, non sono in grado di ricordare un’altra occasione in cui i suoi membri si siano rivolti direttamente a un altro paese - ancora meno a un tradizionale rivale - per comunicare che il presidente [americano] non dispone dell’autorità costituzionale per raggiungere un’intesa” con i suoi leader.

Obama ha sottolineato a sua volta come i firmatari della lettera abbiano fatto il gioco dei “falchi” di Teheran, i quali aspettano precisamente segnali di questo genere da Washington per ottenere lo stesso obiettivo dei senatori repubblicani, ovvero il fallimento dei negoziati.

La replica alle critiche di Obama da parte del promotore dell’iniziativa del Senato è stata estremamente significativa della disposizione mentale di una fetta consistente della classe politica USA e, nel caso specifico, dell’ignoranza abissale che la contraddistingue. Il senatore Tom Cotton, in diretta alla CNN, dopo avere escluso che la lettera possa turbare gli equilibri necessari al raggiungimento di un accordo, ha affermato con assoluta certezza che in Iran “non vi sono che falchi ed estremisti islamici”.

Da Teheran, il capo della delegazione iraniana, il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, ha bollato la lettera dei repubblicani come una “manovra di propaganda”, giudicando “molto interessante” il fatto che, “mentre i negoziati sono ancora in corso e non è stato raggiunto nessun accordo, alcuni gruppi politici di pressione sono talmente spaventati anche solo all’ipotesi di un’intesa da ricorrere a metodi insoliti e senza precedenti nella storia della diplomazia”.

Lo stesso Zarif ha comunque ribadito la propria fiducia in un esito positivo delle trattive durante un’apparizione di fronte all’Assemblea degli Esperti nella giornata di martedì. Il suo ottimismo sembra essere condiviso anche dai membri delle delegazioni dei P5+1, visto che una possibile convergenza tra le parti appare vicina su una delle questioni più spinose, cioè la quantità di tempo che l’Iran avrebbe teoricamente a disposizione per sviluppare un’arma nucleare.

Il cosiddetto “break-out time” verrebbe stabilito in dodici mesi, mentre Teheran dovrebbe inoltre ridurre sensibilmente le proprie capacità di arricchimento dell’uranio e accettare un regime di ispezioni fortemente invasivo da parte degli ispettori internazionali.

Uno dei punti più controversi rimane invece quello relativo alla durata del regime restrittivo a cui sarebbe sottoposto l’Iran secondo il dettato dell’accordo. Settimana scorsa, Obama e Zarif erano stati protagonisti di uno scambio di vedute a distanza sulla questione, con il presidente americano che aveva affermato in un’intervista alla Reuters che questo periodo avrebbe dovuto essere di almeno dieci anni, mentre il suo interlocutore iraniano aveva eslcuso una simile eventualità.

Soprattutto, però, Teheran esige la cancellazione di tutte le sanzioni applicate negli ultimi anni, visto che il raggiungimento di un accordo con la comunità internazionale e il rispetto dei termini da esso stabiliti non giustificherebbero il mantenimento di misure punitive. Le modalità con cui il più o meno graduale allentamento delle sanzioni dovrebbe essere implementato risultano ancora poco chiare e su questo punto la distanza tra le parti potrebbe essere significativa.

Il più recente round di negoziati si era concluso la scorsa settimana a Montreux, in Svizzera, dove erano giunti anche il segretario di Stato americano, John Kerry, il ministro dell’Energia USA, Ernest Moniz, e da parte iraniana Zarif e il numero uno dell’Agenzia per l’Energia Atomica, Ali Akbar Salehi.

Dopo un pausa di quasi due settimane, i negoziati riprenderanno il 15 marzo, con incontri previsti tra Losanna e Ginevra. Entro il 31 marzo, le parti coinvolte dovranno definire almeno una bozza di intesa, per poi finalizzare un accordo definitivo non più tardi del 30 giugno.

 

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