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Gio
24 Agosto 2017
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Esteri

Venti di guerra sulla Corea

Venti di guerra sulla Corea

di Mario Lombardo

Il vertice strategico sino-americano che si è aperto mercoledì negli Stati Uniti è stato anticipato da un intervento pubblico del presidente Trump sulla situazione in Corea del Nord che ha confermato l’intenzione di Washington di alzare il livello dello scontro con Pyongyang, mettendo nuovamente in una situazione scomoda il governo cinese.

Al “Dialogo strategico e sulla sicurezza”, concordato da Trump e Xi Jinping nel mese di aprile, partecipano i segretari di Stato e alla Difesa USA, Rex Tillerson e James Mattis, e i rispettivi omologhi cinesi, Yang Jiechi e Fang Fenghui. Fonti del dipartimento di Stato hanno chiarito che il tema principale in agenda è appunto la Corea del Nord, attorno alla quale la retorica americana ha fatto segnare una nuova escalation nei giorni scorsi.

L’occasione è giunta questa volta dal decesso, avvenuto lunedì, del 22enne studente americano Otto Warmbier pochi giorni dopo il rimpatrio in stato di coma dalla Corea del Nord, dove era stato arrestato e condannato a 15 anni di lavori forzati, ufficialmente per avere rubato un manifesto di propaganda da un hotel.

Washington ha subito fatto sapere di voler prendere in considerazione lo stop ai viaggi di cittadini americani in Corea del Nord, mentre esponenti politici e dei vertici militari, incluso il presidente Trump, hanno chiesto o promesso una risposta adeguata al trattamento di Warmbier.

Ancora prima dei risultati delle analisi mediche sulle reali cause della morte del giovane dell’Ohio, soprattutto dal Congresso è giunto un coro di durissime accuse nei confronti del regime nordcoreano. Tra gli altri, i senatori repubblicani John McCain e Marco Rubio hanno invitato la Casa Bianca a non lasciare impunito quello che è stato definito un “assassinio” di un cittadino americano da parte di una “potenza ostile”.

Nuove sanzioni punitive contro Pyongyang sarebbero già in preparazione, ma anche l’ipotesi militare continua a essere pericolosamente discussa sui media e all’interno del governo americano. In una conferenza stampa, la portavoce del dipartimento di Stato, Heather Nauert, ha confermato che gli USA starebbero “considerando ogni opzione”.

Il già ricordato intervento di Trump, come al solito su Twitter, ha poi convinto molti dell’imminenza di un’operazione militare contro la Corea del Nord. Martedì, cioè, il presidente americano ha ringraziato il governo cinese per “l’aiuto” nel trattare con la Corea del Nord, per poi aggiungere che lo sforzo “non ha funzionato”.

L’uscita di Trump fa riferimento alle continue pressioni su Pechino per richiamare all’ordine il regime di Kim, convincendolo ad abbandonare il proprio programma nucleare e ad accettare le condizioni imposte da Washington per il possibile avvio di un qualche confronto diplomatico.

Nei mesi scorsi, infatti, l’amministrazione Trump aveva chiarito che l’eventuale contributo di Pechino nella risoluzione della crisi nella penisola di Corea avrebbe dovuto dare frutti nel breve periodo. In caso contrario, Washington avrebbe risolto la questione in maniera unilaterale.

Questa strategia serviva evidentemente a creare il clima adatto a un’offensiva anche militare contro Pyongyang. Di ciò il governo cinese ne era ben consapevole, così com’è oggi cosciente del pericolo di un’escalation militare contro la Corea del Nord. Se la Cina è di gran lunga il principale partner economico e strategico di Pyongyang, per non dire l’unico, la sua influenza sulle dinamiche interne del vicino nord-orientale è però limitata.

Da Pechino, martedì un portavoce del ministero degli Esteri ha ricordato come la crisi potrà essere affrontata efficacemente solo attraverso la “cooperazione” di USA e Cina. La testata ufficiale cinese Global Times ha inoltre definito una “illusione” credere che la questione possa essere risolta solo grazie all’aiuto della Cina.

Con la consueta moderazione, cioè, il governo cinese insiste correttamente nel ricordare come la responsabilità dell’aggravamento della situazione nella penisola coreana, così come di un’eventuale de-escalation, sia soprattutto degli Stati Uniti.

Il “tweet” di Trump aveva comunque l’obiettivo di fissare da subito i toni della discussione di mercoledì e giovedì a Washington tra i rappresentanti di USA e Cina. Un esito negativo del vertice potrebbe perciò essere utilizzato dalla Casa Bianca come giustificazione per le nuove misure allo studio, sia in termini di sanzioni che militari, attribuendone la colpa al rifiuto o all’incapacità cinese di rimettere in riga la Corea del Nord.

D’altra parte, i preparativi per una guerra nella penisola di Corea sono ormai avanzati, visto il dispiegamento di forze USA nella regione ordinato durante le scorse settimane. Se le portaerei Carl Vinson e Ronald Reagan dovrebbero avere lasciato recentemente le acque al largo della penisola, la dimostrazione della forza militare americana in questi giorni è apparsa evidente dall’esercitazione condotta martedì da due bombardieri B-1B con l’aviazione giapponese e sudcoreana.

Le pressioni degli ambienti “neo-con” per imprimere un’accelerazione sulla Corea del Nord devono però fare i conti anche con gli equilibri politici ancora in fase di assestamento a Seoul. L’amministrazione sudcoreana del neo-presidente di centro-sinistra, Moon Jae-in, sta cercando di definire i propri orientamenti strategici nel tentativo di attenuare la linea dura tenuta nei confronti di Pyongyang dai suoi due predecessori conservatori.

Moon sta da un lato assecondando per molti versi l’aggressività di Washington sulla crisi nordcoreana, ma ha dall’altro evidenziato una certa disponibilità al dialogo con il regime di Kim, coerentemente con il suo programma elettorale che ha intercettato la moderazione diffusa tra la popolazione sudcoreana per quanto riguarda i rapporti con il nord.

Potenzialmente, anzi, le posizioni di Washington e Seoul rischiano di divergere sempre più nel prossimo futuro, visti anche i giustificati timori con cui la Corea del Sud guarda a un eventuale catastrofico conflitto armato nella penisola.

A conferma delle tensioni tra i due alleati, mercoledì un portavoce del presidente Moon ha affermato che la Corea del Sud “non necessita del permesso degli Stati Uniti per riaprire il dialogo” con Pyongyang. La precisazione è arrivata in seguito alla controversia scatenata da una precedente intervista rilasciata dallo stesso presidente alla rete americana CBS, nella quale la giornalista Norah O’Donnell aveva appunto chiesto a quest’ultimo se Trump sarà disposto ad approvare un eventuale negoziato tra le due Coree “senza condizioni preliminari”.

 

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