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27 Giugno 2017
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Esteri

Germania, fine dell’effetto Schulz

Germania, fine dell’effetto Schulz

di Michele Paris

La terza batosta consecutiva incassata in altrettante elezioni regionali sembra avere già fatto deragliare il treno del Partito Social Democratico (SPD) tedesco, passato in pochi mesi dalla speranza concreta di una vittoria nel voto federale del prossimo settembre, grazie alla nomina a leader dell’ex presidente del parlamento europeo Martin Schulz, a una quasi certa sconfitta nuovamente per mano della CDU (Unione Cristiano Democratica) di Angela Merkel.

L’ultima umiliazione, patita dalla SPD nella giornata di domenica, è se possibile la più grave delle tre incassate a partire dal voto nello stato della Saarland dello scorso 26 marzo. La Renania Settentrionale-Vestfalia era infatti considerata non solo una sorta di roccaforte Social Democratica, visto soprattutto il carattere industriale dello stato, ma è anche il più popoloso dei 16 “Länder” che compongono la Germania.

Dopo le sconfitte nella Saarland e settimana scorsa nello Schleswig-Holstein, quello in Vestfalia era inoltre un appuntamento vitale per i Social Democratici tedeschi, i quali avevano essi stessi puntato su una conferma per rilanciare le prospettive di un partito che appare sempre più in affanno a poco più di quattro mesi dal voto per il rinnovo del parlamento di Berlino.

Nella Renania Settentrionale-Vestfalia, la SPD ha governato per 46 degli ultimi 51 anni e l’unica volta che la regione è stata guidata dalla CDU fu per cinque anni dopo le elezioni del 2005, in seguito alle quali il partito della Merkel avrebbe scalzato i Social Democratici anche dal governo federale.

Domenica, i Cristiano Democratici hanno toccato quota 34%, incrementando i propri voti di circa 7 punti, mentre la SPD è scesa dell’8% per fare segnare, con il 31%, il suo peggiore risultato di sempre in questo stato. Il successo della CDU è ancora più significativo se si pensa che il leader locale del partito e prossimo capo del governo regionale, Armin Laschet, era considerato un candidato di basso profilo e semi-sconosciuto fino a pochi mesi fa.

Quella che è apparsa come una punizione esemplare per le forze al governo nella regione si è conclusa con risultati pessimi anche per il partner della SPD, cioè i Verdi, a malapena al di sopra della soglia di sbarramento del 5%. Soglia che ha invece solo sfiorato la Sinistra (Die Linke), evidentemente non in grado di proporsi come alternativa credibile.

Oltre che verso la CDU, i voti persi dalla SPD e dai Verdi sono andati all’ultra-liberista FDP (Partito Democratico Libero) e all’Alternativa per la Germania (AfD) di estrema destra. Anche grazie a questo risultato, l’FDP conta di ricostruirsi una qualche credibilità per ritornare nel parlamento federale a settembre dopo il tracollo nelle elezioni del 2013. L’AfD ha ottenuto invece meno consensi rispetto a quanto previsto dai sondaggi, ma i suoi rappresentanti sono comunque entrati nel parlamento statale e sono presenti ora in 13 delle 16 regioni della Germania.

I giornali tedeschi e internazionali hanno attribuito l’esito del voto nella Renania Settentrionale-Vestfalia fondamentalmente a due fattori. Il primo sarebbe il successo della CDU nel capitalizzare il malcontento diffuso verso il governo regionale a causa di una crisi sociale crescente, fatta, secondo il sito web della rete Deutsche Welle, di “insicurezza, criminalità, immigrazione in aumento, disoccupazione relativamente elevata e viabilità stradale” insostenibile.

L’altro fattore determinante è invece da collegare alla figura della cancelliera Merkel che gli elettori tedeschi vedrebbero come una guida sicura, equilibrata e affidabile, cioè la leader ideale in un frangente storico tumultuoso come quello attuale.

Sulle sorti della SPD pesa soprattutto quella che sembra essere la fine precoce del cosiddetto “effetto Schulz”, manifestatosi in maniera limitata in seguito alla proclamazione a gennaio dell’ex presidente del parlamento europeo a candidato cancelliere per il principale partito di centro-sinistra tedesco.

Per alcune settimane, Schulz era sembrato dover emergere come il favorito per le elezioni federali di settembre. La sua nomina aveva fatto salire le quotazioni della SPD, almeno stando ai resoconti dei media ufficiali, grazie anche a una serie di prese di posizione nelle quali veniva prospettata un’agenda marcatamente progressista nell’eventualità di un prossimo governo Social Democratico.

La popolarità di Schulz era stata data a un certo punto anche superiore a quella di Angela Merkel, ma la prova delle urne nei tre “Länder” che hanno votato dalla fine di marzo è fallita clamorosamente. Nelle elezioni dello scorso fine settimana, inoltre, Schulz ha mostrato ancor più di non avere nessun effetto benefico sul partito, visto che egli stesso è originario della Renania Settentrionale-Vestfalia.

I sondaggi più recenti danno oggi la SPD con un distacco di circa dieci punti percentuali dalla CDU in vista delle elezioni federali, con il divario che si è sensibilmente allargato rispetto ad appena un mese fa. Anche un’ipotetica sfida a due tra Schulz e Merkel vedrebbe il leader Social Democratico soccombere, come conferma una rilevazione della rete ARD che dà la cancelliera al 49% contro il 36% del rivale.

L’apparente entusiasmo generato dalla nomina di Schulz a numero uno della SPD era dovuto in realtà quasi esclusivamente a una campagna mediatica creata ad hoc nel quadro di un riassetto della leadership del partito, dovuto a sua volta a un adattamento al mutato panorama strategico internazionale.

Il lancio dell’ex presidente del parlamento europeo è sembrato essere cioè legato all’iniziativa di settori della classe dirigente tedesca che, alla luce dei precedenti storici e della natura stessa del partito, ritengono che la SPD dia maggiori garanzie per la promozione dei propri interessi.

Nello specifico, il prossimo governo di Berlino sarà chiamato a sostenere le ambizioni da grande potenza della Germania, entrando potenzialmente in conflitto anche con paesi alleati, inclusi gli Stati Uniti, tenendo contemporaneamente sotto controllo le tensioni sociali derivanti dall’intensificazione delle politiche neo-liberiste, a cominciare dall’ulteriore compressione del welfare e dalla precarizzazione del mercato del lavoro.

Questa operazione appare però già sulla via del fallimento, poiché gli elettori tedeschi, passata la relativa euforia iniziale seguita all’avvicendamento ai vertici della SPD, continuano a vedere questo partito per quello che è, cioè una forza nominalmente di “sinistra” responsabile del peggioramento delle condizioni di vita di decine di milioni di persone, a causa ad esempio delle “riforme” del welfare del governo Schröder, e della deriva militarista poi accelerata in questi ultimi anni.

Lo stesso Schulz ha inoltre mostrato il suo vero volto e quello del suo partito in seguito alle sconfitte nelle elezioni regionali, evidenziando un chiaro spostamento a destra dopo avere preso atto dell’impossibilità di convincere gli elettori a sostenere una campagna all’insegna del progressismo.

Esemplare in questo senso è stato il suo recente intervento di fronte alla Camera di Commercio e dell’Industria tedesca a Berlino. In questa occasione, Schulz ha in sostanza chiarito il contenuto dei suoi propositi “riformisti”, da considerare in nessun modo come una minaccia per le grandi imprese tedesche, mentre ha salutato con entusiasmo il successo nelle presidenziali in Francia di Emmanuel Macron, le cui “ambizioni”, totalmente al servizio dei poteri forti francesi ed europei, dovrebbero contagiare anche i leader politici tedeschi.

A riassumere perfettamente la parabola già discendente di Schulz e della SPD è stato infine il politologo tedesco Matthias Micus in una recente intervista a Deutsche Welle. Secondo quest’ultimo, al breve slancio iniziale di Schulz ha contribuito l’impressione che il candidato alla cancelleria per la SPD avrebbe potuto “correggere le riforme neo-liberiste del welfare, note come ‘Agenda 2010’, implementate nel 2003 da Gerhard Schröder” e responsabili dell’emorragia di consensi per il partito tra la “working-class”.

Simili promesse, ha aggiunto Micus, “vengono proposte dalla SPD a ogni tornata elettorale”. Lo stesso Schröder promise maggiore “giustizia sociale” nel 2005, prima di consegnare il governo tedesco alla CDU di Angela Merkel. “Tra le elezioni”, però, la SPD finisce puntualmente per perseguire “politiche business-friendly”, così che la credibilità del partito risulta ormai gravemente compromessa e sempre più lontana appare la possibilità di recuperare consensi tra quello che era il proprio elettorato di riferimento.

 

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