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Gio
24 Agosto 2017
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Economia

La manDragata

La manDragata

di Carlo Musilli

Si aspettavano di vederlo imbracciare un bazooka, ma lui si è presentato alla guida di un panzer. Con le nuove misure annunciate giovedì 10 marzo, Mario Draghi ha confermato per l’ennesima volta che la Bce è l’unica istituzione europea a mettere in campo una politica davvero espansiva per l’economia dell’area valutaria. Gli interventi varati dal Consiglio direttivo sono andati ben oltre le attese.

L’Eurotower ha potenziato il quantitative easing, portando da 60 a 80 miliardi di euro l’importo dei titoli che saranno acquistati ogni mese (i mercati avevano previsto un aumento a 70) e allargando il programma anche ai bond emessi dalle società non bancarie, purché con rating “investment grade”.

La Bce ha anche tagliato tutti i tassi d’interesse, azzerando quello principale (prima allo 0,05%) e riducendo da -0,3 a -0,4% quello sui depositi. Questo significa che ora le banche dell’Eurozona dovranno pagare ancora di più per parcheggiare il proprio denaro nei forzieri di Francoforte e ciò dovrebbe indurle a incrementare gli impieghi, dando così linfa agli investimenti e all’inflazione.

Tuttavia, i tassi a questi livelli danneggiano la redditività degli istituti, perché riducono il margine di guadagno sui prestiti. Si può allora immaginare che le banche preferiscano spostare la liquidità in eccesso ancora una volta sui mercati finanziari, sennonché i bond non rendono quasi più nulla e le azioni sono dominate da una volatilità poco rassicurante. Allora, che fine farà tutto quel denaro?

E’ qui che arriva la vera manDragata. A partire da giugno, la Bce lancerà quattro nuove aste - una ogni tre mesi - per rifinanziare le banche di Eurolandia con prestiti quadriennali. Si chiamano Tltro (Targeted long term refinancing operation) e prevedono che gli istituti possano incassare i fondi dell’Eurotower solo se si impegnano a usarli per aiutare famiglie e imprese.

Di per sé queste operazioni non sono una novità e finora non hanno avuto un impatto decisivo, dal momento che le banche non hanno mai avuto un reale incentivo ad aumentare la propria esposizione nei confronti di aziende e privati cittadini. Ecco perché la Bce ha introdotto una modifica: il tasso d’interesse sulle nuove Tltro sarà pari a zero (come il tasso di riferimento), ma potrà scendere ulteriormente, fino ad arrivare a un rendimento negativo pari a -0,4% (come il tasso sui depositi) se gli istituti chiederanno fondi oltre una certa soglia.

In altri termini, la Bce pagherà le banche perché facciano credito. Difficile immaginare una misura più espansiva di questa, soprattutto perché finalmente il mirino dell’istituto centrale è puntato dritto sull’economia reale, non sui mercati finanziari.

Le novità in arrivo da Francoforte, insomma, sono più che buone, ma guai a confonderle con una panacea. Per quanto illuminata e aggressiva, la politica monetaria della Bce rimane solo una variabile dell’equazione e da sola non basta a far tornare i conti.

Come ha ribadito lo stesso Draghi, servono anche “politiche fiscali orientate alla crescita”. Traduzione: meno tasse e più investimenti da parte dei governi centrali. Il problema è che su questo fronte le richieste dell’ex governatore di Bankitalia si scontrano con la spinta in senso opposto che arriva dalla Commissione europea.

Al contrario di quanto accade nel board della Bce, l’Esecutivo di Bruxelles rimane sotto il giogo del rigorismo tedesco, che non consente all’Eurozona di cambiare davvero passo. Le discussioni sulla flessibilità sono meglio che niente, ma - nelle condizioni in cui siamo - trattare per mesi su ogni 0,1% di deficit-Pil in più vuol dire cercare di riempire una vasca da bagno con un cucchiaino da tè.

Ormai la contraddizione fra la politica monetaria super espansiva della Bce e la rigidità ostinata di Bruxelles non potrebbe essere più evidente. Di sicuro, se negli ultimi anni la Commissione avesse fatto per l’Eurozona un terzo di quello che ha fatto la Bce, ora navigheremmo in acque molto migliori. Invece Mario Draghi, dopo aver salvato l’euro con l’ormai proverbiale “whatever it takes” che spaventò gli speculatori, rischia di passare alla storia anche come l’unico dei potenti ad aver davvero combattuto contro la deflazione e la stagnazione secolare.

 

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