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Mar
23 Maggio 2017
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Economia

Deutsche Bank, la casa del rischio

Deutsche Bank, la casa del rischio

di Carlo Musilli

Prima la bocciatura dalla Federal Reserve, poi l’anatema del Fondo monetario, che l’ha definita una delle principali fonti di “rischi sistemici” per il sistema finanziario globale. È un doppio colpo quello che la settimana scorsa si è abbattuto su Deutsche Bank, provocando una nuova ondata di vendite sul titolo in Borsa. La tegola numero uno è arrivata dalla Fed.

La Banca centrale americana ha fatto sapere che per il secondo anno di fila la controllata statunitense del colosso tedesco non ha superato gli stress test, la cosiddetta “Comprehensive Capital Analysis and Review”. Insieme alla divisione Usa di Santander (alla terza bocciatura consecutiva, un record), la costola di Deutsche è stata criticata per “una generale debolezza sostanziale” nei piani sui capitali e per aver compiuto scarsi progressi rispetto ai test del marzo 2015.

Poche ore dopo è caduta la tegola numero due, molto più pesante. L’Fmi ha scritto che Deutsche è “una delle banche importanti a livello globale che più di tutte contribuisce ai rischi sistemici, seguita da Hsbc e da Credit Suisse”. Il Fondo sottolinea che “la rilevanza di Deutsche Bank aumenta la necessità di saper gestire i rischi; occorre inoltre monitorare attentamente l’esposizione transfrontaliera, così come la capacità delle banche di rilevanza sistemica di elaborare nuove procedure di risoluzione”.

Il contraccolpo sui mercati non si è fatto attendere, ed è stato violento. Giovedì alla Borsa di Francoforte le azioni della Banca sono scese fino a 12,05 euro, il minimo degli ultimi trent’anni, per risalire a quota 12,53 alla chiusura di venerdì. Secondo il Financial Times, dopo Brexit i fondi di George Soros e Marshall Wace, uno dei più importanti hedge fund della City, hanno scommesso milioni su un’ulteriore caduta del titolo Deutsche, che la settimana scorsa ha perso un quinto del proprio valore e nell’ultimo anno è crollato addirittura del 55%.

Gli allarmi di Fed e Fmi, perciò, non sono arrivati a ciel sereno. Lo scorso anno Deutsche Bank ha registrato una perdita di 6,8 miliardi di euro e in questi mesi il nuovo amministratore delegato John Cryan ha avviato una profonda ristrutturazione dell’istituto. In un’intervista pubblicata sabato sullo Spiegel, il manager ha assicurato che non ci sarà bisogno di un aumento di capitale.

L’impegno principale è un altro: chiudere entro quest’anno il maggior numero possibile di contenziosi, che incidono pesantemente sui conti dell’istituto. Deutsche, infatti, vanta un poco onorevole primato: è il gruppo bancario che ha pagato di più fra multe e accordi stragiudiziali (oltre 12 miliardi solo negli ultimi tre anni), frutto di una lunghissima serie di scandali che hanno coinvolto l’istituto a varie longitudini (dalla manipolazione del Libor a quella delle valute, dalle operazioni dubbie su oro e argento al sospetto di evasione fiscale, dal riciclaggio all'aggiramento delle sanzioni contro la Russia).

Per quanto riguarda invece l’aspetto esclusivamente finanziario, come sottolinea il Fondo monetario nello studio sulle banche tedesche pubblicato la settimana scorsa, il problema più grave di Deutsche è la vulnerabilità ai bassi tassi d’interesse. La questione, naturalmente, non riguarda la redditività di mutui e prestiti, ma l’esposizione dell’istituto ai derivati tossici, che dopo la crisi finanziaria globale si è ridotta molto meno rispetto a quella degli altri colossi.

Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, l’istituto tedesco è esposto in derivati per 50mila miliardi di dollari, una cifra pari a duemila volte la sua capitalizzazione di mercato e a circa 15 volte il Pil tedesco. La Bri, inoltre, ritiene che soltanto su Deutsche Bank e Morgan Stanley pesi il 20% dell'esposizione globale in derivati.

E all’interno di questa montagna di titoli, le maggiori difficoltà dell’istituto tedesco sono legate ad alcune scommesse sbagliate sui tassi: più questi rimangono a livelli bassi, più le posizioni assunte da Deutsche ne risentono. Non a caso nelle scorse settimane David Folkerts-Landau, capo economista del gruppo, si è scagliato con ferocia contro la politica monetaria della Banca centrale europei, che prevede di mantenere ancora a lungo i tassi a questi livelli. Del resto, nel consiglio direttivo della Bce il più acerrimo nemico di Mario Draghi è da sempre Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e fervente paladino degli interessi di Deutsche Bank.

 

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