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24 Marzo 2017
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Economia

Stessa spiaggia, stesso giullare

Stessa spiaggia, stesso giullare

di Antonio Rei

Continua a ripetere che l’Italia finalmente riparte, che cambia verso, che è la volta buona e che chi non è d’accordo è un gufo. Finché si tratta di zittire rapaci notturni della risma di Cuperlo o Fassina la dialettica di Matteo Renzi è di straordinaria efficacia, ma ormai il Presidente del Consiglio deve accettare il fatto che contro di lui stanno gufando i numeri.

Gli ultimi in ordine di tempo sono quelli sulla produzione industriale, che a giugno - secondo l’Istat - è scesa dello 0,4% su mese e dell’1% su anno. Si tratta della seconda flessione consecutiva, nonché del dato peggiore dal gennaio 2015 (all’epoca la caduta era stata del 2,1%). Nella media del periodo aprile-giugno 2016 la produzione ha registrato un calo dello 0,4% rispetto al trimestre precedente.

Non solo. Nella nota mensile pubblicata la settimana scorsa dall’istituto di statistica si legge anche che, sempre a giugno, in Italia si è osservato “un aumento più marcato degli occupati dipendenti a termine (+2,6% rispetto al primo trimestre) e della componente indipendente (+1,1%) rispetto alla moderata crescita dei dipendenti permanenti (+0,2%)”.

In altri termini, nel mercato del lavoro i contratti a tempo determinato stanno velocemente riguadagnando terreno su quelli stabili, poiché quest’anno si sono dimezzati gli incentivi alle assunzioni che nel 2015 avevano dopato le statistiche. Ed è facile prevedere che, quando gli incentivi spariranno del tutto, l’Italia tornerà in men che non si dica ad essere il paradiso del precariato.

Tornando alla nota mensile dell’Istat, nel paragrafo dedicato alle prospettive di breve termine si legge anche che “l’indicatore composito anticipatore dell’economia italiana, ricalcolato sulla base degli indicatori mensili più recenti, ha evidenziato un ulteriore calo, seppur di intensità più contenuta rispetto alle flessioni degli ultimi mesi”.

Insomma, i dati raccontano una storia di segno opposto rispetto a quella propinata dal governo: l’Italia non sta affatto accelerando e non sta nemmeno ripartendo. Al contrario, dopo una breve fase d’espansione ciclica, la nostra economia è tornata a rallentare ed entro la fine dell’anno è pressoché certo un nuovo colpo di scure alle previsioni sul prodotto interno lordo.

Naturalmente su questa situazione ha pesato una serie di fattori internazionali: il prezzo del petrolio brutalizzato dall’Arabia Saudita, la riduzione delle importazioni da parte della Cina e il conseguente calo del commercio mondiale, il terrorismo e le crisi geopolitiche che hanno minato il clima di fiducia, la Brexit e le bufere sui mercati finanziari a causa delle banche.

È tutto vero, ma non basta ad assolvere chi avrebbe il compito di guidare il nostro Paese. Se l’Italia non riparte e non cambia verso lo deve soprattutto alla politica economica elettoralistica di questo governo, capace solamente di smistare mance e mancette, senza nemmeno la velleità di far ripartire consumi e investimenti pubblici e privati in una prospettiva di lungo termine.

E se qualcuno ancora crede all’efficacia - o anche solo alla realtà - del taglio delle tasse, occorre fare presente che le facili previsioni delle cassandre si sono avverate. Quello che esce dalla porta, rientra dalla finestra: dal 2008 a oggi il costo della tassa sui rifiuti è raddoppiato, sostiene un‘indagine di Confesercenti, mentre Confcommercio calcola che fra il 2010 e il 2015 il rincaro sia stato del 55%, malgrado nello stesso periodo la produzione di spazzatura in Italia sia diminuita dell’11%.

E nel 2016 la Tari aumenterà ancora: secondo lo studio annuale dell’Osservatorio Nazionale della Federconsumatori sui costi relativi al mantenimento di una casa, il 2016 segnerà una variazione mensile rispetto allo scorso anno pari al +4%.

Non è chiaro se Renzi si renda conto di tutto questo o se ormai il narcisismo e l’autoesaltazione galoppante lo abbiano spinto troppo lontano dal campo gravitazionale terrestre. Purtroppo ha un referendum da vincere, perciò in ogni caso non può che andare avanti a negare l’evidenza, scollandosi dalla realtà in uno sdoppiamento alla Dostoevskij.

Il processo è ormai talmente avanzato che il nostro Premier, con tanto di magliettina tricolore, si è ritrovato a Rio De Janeiro a perorare la causa delle Olimpiadi a Roma. Il problema è che a Roma non ha vinto l’olimpionico Giachetti, ma l’agnostica Raggi, che ai Giochi non pensa proprio. Forse Renzi se n’è dimenticato, o forse semplicemente fa finta di nulla. Continua per la sua strada, ignorando i segnali che gli arrivano dal mondo esterno. In fondo, al referendum manca solo qualche mese: non è questo il momento di cambiare.

 

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