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Mar
27 Giugno 2017
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Economia

Banco Bpm, neonato misterioso

Banco Bpm, neonato misterioso

di Antonio Rei

Le assemblee di Bpm e del Banco Popolare hanno approvato il progetto di fusione dei due istituti, dando il via libera alla creazione del terzo gruppo bancario italiano alle spalle di Intesa e Unicredit. Si chiamerà Banco Bpm e avrà 4 milioni di clienti, 2.467 sportelli e una quota di mercato dell'8,2%. Questa aggregazione è il primo frutto dalla controversa legge che ha imposto la trasformazione delle popolari in società per azioni.

Ma è anche la prima fusione dopo l’avvio dell’Unione bancaria e l’organo di Vigilanza della Bce non ha mancato di avanzare richieste severe, imponendo al Banco un aumento di capitale di un miliardo per alzare le coperture sulla montagna di crediti deteriorati che l’istituto ha in pancia. Allo stesso tempo, Francoforte ha ridimensionato le richieste della Bpm su governance e autonomia della sua banca, che dopo un triennio dovrà essere incorporata nella capogruppo.

In sostanza, l’integrazione consentirà di rimediare alle condizioni del Banco, tormentato dalle alte sofferenze e dalla bassa redditività, grazie al supporto di Bpm, che è una banca più piccola ma anche molto più in salute. Per intenderci, la Popolare di Milano ha chiuso il primo semestre con un utile netto di 158 milioni, in leggera crescita rispetto al 2015, mentre il Banco Popolare ha registrato una perdita di 380 milioni, con rettifiche sui crediti per 980 milioni.

A fronte di questi numeri, per arrivare all’intesa è servito un delicato esercizio di equilibrio nella definizione degli incarichi della turnazione delle assemblee tra Verona, Milano, Lodi e Novara, così da rappresentare tutte le anime delle due banche. Il Cda di Banco Bpm, che avrà sede legale a Milano e amministrativa a Verona, sarà composto da 19 membri, con Giuseppe Castagna amministratore delegato e Carlo Fratta Pasini presidente. In base al concambio, gli azionisti del Banco rappresenteranno il 54,6% del capitale e quelli della Bpm il 45,4%.

Quanto agli obiettivi, il nuovo gruppo punta a 1,1 miliardi di utili al 2019, mentre i crediti deteriorati dovrebbero ridursi da 31,5 a 23,9 miliardi. È prevista inoltre l’uscita solo su base volontaria di 1.800 dipendenti e la chiusura di 335 filiali, tagli che a regime contribuiranno a raggiungere sinergie per 460 milioni di euro. Infine, come da tradizione delle cooperative, potrà destinare fino al 2,5% dell'utile per iniziative sociali a favore dei territori di riferimento.

Eppure, dal punto di vista finanziario, la domanda è un’altra: questa operazione conviene agli azionisti delle due banche? Produrrà valore? Secondo il mercato no, almeno a giudicare dall’andamento delle azioni in Borsa, dove - malgrado il recente rimbalzo - dal giorno in cui è stato annunciato il progetto di fusione il titolo Bpm ha perso oltre il 40%, mentre quello del Banco Popolare ha più che dimezzato il proprio valore.

Un altro indizio sospetto è arrivato da Giuseppe Castagna, Ad di Bpm, che di fatto ha convinto i dipendenti-azionisti a votare in favore della fusione con varie promesse in tema di welfare aziendale e prepensionamenti, non con vere argomentazioni di merito. Anche perché, dopo mesi di trattative, i vertici delle due banche sono arrivati all’accordo finale senza redigere un business plan. “Il primo elemento che le banche presentano, prima di qualsiasi altra cosa, è di solito il business plan - fece notare a marzo la presidentessa della Vigilanza Bce, Danièle Nouy -. Nel caso delle due banche italiane arriverà un po’ più tardi”.

Si chiude così, avvolto da un alone di incertezza, uno dei capitoli più importanti del romanzo bancario italiano. Molti altri restano da affrontare: non solo la partita decisiva su Mps, con la cessione degli Npl e l’aumento di capitale, ma anche il nuovo piano industriale di Unicredit e la soluzione dei problemi di banche più piccole, come Carige, Popolare di Vicenza e Veneto Banca.

Molte operazioni sono state rinviate a dopo il 4 dicembre, data del referendum costituzionale, considerato un fattore di potenziale instabilità. In caso di vittoria del No, infatti, è possibile che sul breve termine si scateni l’irrazionalità finanziaria degli operatori e che per qualche mese risulti più difficile far affluire in Italia capitali stranieri. Ma sarà soltanto una fase di transizione, poi tutto tornerà come prima. E i problemi delle banche saranno sempre lì, ad aspettarci.

 

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