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28 Aprile 2017
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Economia

Brexit, l’ora delle conseguenze

Brexit, l’ora delle conseguenze

di Carlo Musilli

I timori per le conseguenze della Brexit non erano eccessivi. Chi lo ha pensato la scorsa estate deve iniziare a ricredersi. È vero, le Borse hanno retto e nessuna piaga biblica si è abbattuta sul Regno Unito. Ma i guai stanno arrivando, a tutti i livelli. La notizia del giorno è che i colossi bancari preparano le valige per abbandonare la City e spostare le attività in un’altra capitale europea (forse Dublino o magari Parigi).

Il trasloco dei giganti dovrebbe avvenire nei primi mesi del 2017, mentre gli istituti più piccoli potrebbero salutare Londra entro Natale. Lo ha scritto sull’Observer Anthony Browne, presidente e amministratore delegato della British Bankers’ Association. Non proprio l’ultimo dei commentatori.

In sostanza, le banche non si fidano della premier Theresa May, che da marzo condurrà le trattative con Bruxelles per l’uscita dall’Ue. A preoccupare è soprattutto la prospettiva di una “hard Brexit”, ovvero la possibilità che il Paese esca completamente non solo dall’Unione, ma anche dal mercato unico europeo.

Se così fosse, le banche perderebbero il diritto di vendere liberamente servizi e prodotti finanziari da Londra in tutti i 28 Stati comunitari. Per continuare questo business, che rappresenta circa il 20% del fatturato della City, dovrebbero pagare dazi e tariffe doganali, oltre a chiedere valanghe di autorizzazioni alle autorità di ogni singolo Paese. Ecco spiegati i progetti di esodo.

Il problema è serio e riguarda tutto il Paese. A Londra operano 250 banche mondiali, l’industria finanziaria impiega 1 milione e 400mila persone e versa ogni anno tasse per 28 miliardi di sterline, il 12% delle entrate fiscali del Regno Unito. Ora questa struttura rischia di collassare, cancellando di colpo almeno 70mila posti di lavoro solo nella City, senza contare l’indotto.

Certo, la “hard Brexit” non è l’unica soluzione possibile. Si potrebbe negoziare un accordo che permetta ad alcuni settori dell’economia britannica, primo fra tutti quello finanziario, di continuare a operare nel mercato unico. Ma per concedere un simile vantaggio, Bruxelles pretende che la Gran Bretagna non ostacoli la libera circolazione di merci e persone.

Su questo punto May non sembra voler cedere, perché la maggior parte dei britannici ha votato in favore della Brexit proprio per ostilità nei confronti degli immigrati. Ma a giudicare dal modo in cui è stata trattata durante il suo primo summit europeo, non sembra proprio che la premier possa aspettarsi collaborazione dall’Ue.

Intanto, prosegue la caduta libera della sterlina. Sotto i colpi dell'attacco speculativo più violento dal 1992, la moneta britannica ha perso un quinto del suo valore in poco meno di un anno e viaggia sui minimi da più di 30 anni contro il dollaro. Secondo il Financial Times, in termini reali il valore del pound è al livello più basso degli ultimi 168 anni. La svalutazione, naturalmente, è favorevole alle aziende che esportano, ma al contempo danneggia le importazioni e fa alzare i prezzi, pesando sui bilanci di famiglie e imprese, che ridurranno consumi e investimenti.

Per i più scettici è finalmente arrivato un esempio pratico. Tesco, la più importante catena di supermercati inglesi, ha annunciato che vari prodotti alimentari molto popolari (fra cui il tè Lipton, le minestre Knorr e i gelati Magnum) potrebbero scomparire dalle tavole dell’UK. Il motivo? Unilever, la società che importa questi prodotti, vuole aumentare i prezzi a causa del calo della sterlina. Se lo facesse, Tesco dovrebbe scaricare a sua volta il rincaro sui consumatori. Non c’è una terza opzione: o si paga di più o si sta a dieta.

Se ancora non bastasse, a inizio mese gli inglesi hanno sperimentato un’altra esperienza inedita. Con la sterlina appena sopra la parità con l’euro, turisti e uomini d’affari in giro per l’Eurozona hanno avuto una bella sorpresa dai cambiavalute. Una volta applicata la commissione, infatti, il cambio è diventato per loro sfavorevole. E chi dava 100 pound si vedeva restituire 97 euro, se non meno. Chissà se adesso qualcuno dei “Brexiters” comincerà a farsi venire dei dubbi.

 

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