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30 Aprile 2017
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Cultura

Guardando Mission

Guardando Mission

di Rosa Ana De Santis

Poteva essere un esperimento originale e utile. Poteva essere una tv istruttiva per tutti, specialmente per le persone meno istruite e informate. Poteva, ma il bilancio delle prime due puntate lascia, va ahimè riconosciuto, l’amaro in bocca. In una battuta e in piena coerenza con lo stile della tv italiana buca lo schermo la sola Africa del dramma. Certo che attraversare i campi dei rifugiati e le città o i villaggi distrutti dalla guerra non può che raccontare storie di dolore estremo, crisi profondissime di paesi e territori, ingiustizie e abusi.

Ma se tutto questo diventasse testimonianza dei protagonisti, documentario di progetti, lavori, idee e pensieri, interviste ad associazioni e organismi internazionali, studio delle azioni di intervento e non soltanto spot da raccolta elemosina per la donazione di un euro ai volti denutriti o malati dei bimbi africani del Congo, ad esempio, sarebbe stato meglio.

E’ la filosofia dell’assistenzialismo dell’Occidente ad avere un ruolo preponderante nella costruzione della puntata ed era proprio questo il rischio da scongiurare affinché le persone, specie quelle di paesi in crisi come l’Italia, non vivessero il tema dell’immigrazione associandolo unicamente all’elemosina dovuta. Erano quasi più credibili e più adeguati i naufraghi dell’Isola di Famosi che la Barale e i Savoia, improvvisati “missionari”d’occasione, animati dal bene, lacrimevoli di fronte al dolore, fintamente stupiti del male osservato.

Laura Iucci, portavoce per l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ringrazia per i 75 mila euro raccolti dalle donazioni: una cifra considerevole che certamente denota generosità e attenzione da parte delle persone che hanno seguito il docu-film. Sarebbe stato però utile, forse ancor di più che l’aspetto economico già gestito da innumerevoli associazioni e chiese, aiutare le persone a conoscere e a capire. Andare lì in veste di semplici osservatori e lasciarsi interrogare dalle storie e dai paesaggi, senza adottare clichè precostituiti: che siano le sole immagini dei bimbi, delle capanne distrutte o l’Africa degli animali pericolosi.

La trasmissione, attraverso questa contaminazione di elementi tutti tipici della tv italiana, è diventata una miscela tra un reality safari e una soap melodrammatica sull’Africa povera con qualche uomo bianco prodigo di buoni consigli e tanta generosità.  Non è detto che sia un esperimento da azzerare in toto, certo è che l’inizio delude le aspettative.

Magari non di chi a casa è abituato a sentir parlare dell’Africa come di un mondo condannato. Non si voleva certo con questo format divulgativo avere l’ambizione di parlare di traffico d’armi e governi corrotti,  o di saccheggi delle multinazionali.

Ma forse si poteva lasciar spazio alle idee di chi li vive da sempre, di chi da li ha invece scelto di fuggire. Raccontare le ricchezze del sottosuolo, la potenza della natura. Il viaggio tra deserto e mare. Lasciando ai vip il ruolo di chi intervista e ascolta e null’altro può fare, e di chi, familiare al grande pubblico, può funzionare da esca per accendere la tv su quel canale. Senza appelli trionfanti a raccogliere fondi (se non sul sito della trasmissione). E pur con tutto il dolore delle ingiustizie da  spiegare agli italiani, senza lacrime. Mission lo avremmo voluto così.

 

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