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Lun
24 Novembre 2014
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Cultura

Salgado e il sale della terra

Salgado e il sale della terra

di Liliana Adamo

Durante il Discorso della Montagna, nel sermone rivolto da Gesù ai discepoli si recita: "Voi siete il sale della terra…siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa…" Per circa quarant’anni il fotografo brasiliano, Sebastião Salgado, si è reso testimone di un aspetto profetico e “materico” del mondo: conflitti internazionali, carestie, sfruttamento, migrazioni, così come le polimorfie di grandiosi paesaggi naturali e la bellezza violata del pianeta, sembrano volerlo accompagnare nelle sue ultime opere fotografiche.

Il fim-documentario di Wim Wenders, regista, oltre che fotografo, si avvale la collaborazione del figlio di Salgado, Juliano Ribeiro, raccontando, con inquadrature in b/n di tale potenza visiva come raramente si è visto al cinema, gli inizi in America Latina fino agli orrori del Ruanda e oltre. E di tutta questa rappresentazione d’umanità e natura, c’è una frase emblematica che compendia alla perfezione la “cifra stilistica” dell’autore, “L’uomo è l’animale più crudele ma capace di elevarsi sopra se stesso…”.

Passando da Lo stato delle cose a Paris Texas, da Il Cielo sopra Berlino a quel capolavoro che è Buena Vista Social Club, Il Sale della Terra si annovera senza riserve tra i migliori film di Wim Wenders (per alcuni, addirittura il migliore), sicuramente, tra le opere cinematografiche più belle e complesse degli ultimi anni.

Come Salgado, anche Wenders accetta l’idea del viaggio fuori e dentro se stesso, tra l’immagine statica della foto e quella in successione della pellicola. La produzione del fotografo “sociale” è via via scandagliata, offerta agli occhi dello spettatore, il quale ne rimane sconvolto e al contempo inebriato (senza provare, tuttavia, le peculiari risposte emotive dinanzi a una proiezione, piangere, ridere, riflettere).

Per lui, con una carriera spianata in banca, che decide, di punto in bianco di seguire univocamente le orme del cuore e dell’azzardo, il viaggio si compie in cento diversi paesi, testimone di eterogenee culture, di problematiche sociali e aspetti inediti, documentando esodi di massa, genocidi, catastrofi ambientali, il dramma delle comunità minacciate (soprattutto gli indios dell’Amazzonia).

Un viaggio forgiato dalla terra e dalla luce (attraverso il diaframma, l’occhio della macchina fotografica e della macchina da presa), ma anche esito d’esperienza e conoscenza su tutto ciò che ha smosso il mondo alla fine del Novecento: Salgado si reca in Ruanda e scatta, fotogramma per fotogramma, l’orrore dei massacri; in Kuwait, a riprendere le esplosioni dei pozzi petroliferi, ma è nel suo ultimo lavoro, Genesis, testamento di amore e arte, che si rende omaggio alla Terra e alle sue creature. Quasi un atto di riconciliazione.

 

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