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Gio
27 Novembre 2014
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Cultura

L’Ispettore generale

L’Ispettore generale

di Sara Michelucci

È una società corrotta, abietta e grottesca quella portata in scena da L’Ispettore generale, di Nikolaj Gogol, nell’adattamento di Damiano Michieletto, andato in scena al Secci di Terni e in programma in diversi teatri italiani. Una satira pungente contro la società dell’epoca, ma che ben si confà anche a quella contemporanea, dove purtroppo poco è cambiato. L’opera gioca sullo scambio di persone, sul malinteso, mettendo in scena una graffiante denuncia della corruzione pubblica.

Tutto si svolge in un bar di uno sperduto paese della campagna russa, luogo di incontro di personaggi corrotti e profittatori. Non mascalzoni qualunque, ma uomini delle istituzioni. Anche se tutto farebbe presupporre il contrario. C’è il sindaco, il provveditore scolastico, l’ispettore sanitario, l’impiegato delle poste che apre le lettere dei cittadini per pura curiosità. Un’umanità degenerata, che viene ben rappresentata in tutti i suoi aspetti.

Tutti sono in fermento e impauriti, perché hanno saputo dell’arrivo di un ispettore generale dalla capitale. E sembra proprio che sia in incognito. Inizia così una corsa per capire chi possa essere il temutissimo sovrintendente, tanto che lo si scambia per un giovinastro squattrinato che capisce subito quali benefici può trarre dalla situazione.

Un classico della tragicommedia, basato sull’imbroglio e il malaffare, dove la morale è totalmente calpestata e nemmeno in casa del sindaco ci sono remore. Tanto che il giovane scambiato per l’ispettore flirta sia con la moglie che con la figlia del primo cittadino, senza curarsi di nulla.

Il giovane regista veneziano, ideatore di molti allestimenti di prosa, ha la capacità di riportare in scena una grande classico del teatro, dove sfera pubblica e sfera privata si mescolano e si contaminano. Non ci sono né regole né leggi, se non quelle della sopraffazione e del decadimento morale. E la scena finale, che richiama parecchi reality contemporanei e fa venire in mente anche l’immagine della festa nel film premio Oscar, La grande bellezza, la decide tutta sull’impoverimento dell’uomo contemporaneo.

 

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