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26 Aprile 2017
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Cultura

Linguaggio povero? Povero linguaggio!

Linguaggio povero? Povero linguaggio!

di Tania Careddu

Direbbe Wittgenstein che il linguaggio è sempre il frutto di una determinata attività (di pensiero, ndr) e, dunque, se ne potrebbe dedurre che la responsabilità del progressivo imbarbarimento linguistico sia da ricercarsi nel sistema sociale. In quella recente tendenza, tutta italiana, alla semplificazione del pensiero, indi del lessico: poche espressioni, allusive o patetizzanti, possono controllare le emozioni, proprie e altrui, diventando più tranquillizzanti.

Restituendo un lessico gergale, strutturalmente povero, fatto di poche parole, senza articolazioni, contraddistinto da un alone indefinito che costringe alla reiterazione di concetti, all’utilizzo smodato di metafore fatue e orientato a un valore espressivo totalizzante e definitivo. Che rifiuta la complessità della società, perdendo la sua origine (e funzione) creativa.

In cerca di una esasperazione dei toni per coprire il vuoto crescente, fatto di assenza di responsabilità degli esseri sociali, sempre più lontani dalla dimensione collettiva, accompagnati soltanto dal solipsismo del pensiero individuale. Le parole diventano puramente retoriche, senza capacità di movimento e prive di significato, senza intelligenza e perdendo credibilità.

Slogan, frasi fatte, inglesismi, hanno fatto perdere al linguaggio la sua capacità interpretativa e mobilitante, sfasciando la fusione virtuosa tra lingua, pensiero e azione. Perché tecnologia e velocità - di cui la società è vittima e carnefice - frantumano la concentrazione e restringono il tempo della produzione di parole che diventano standardizzate, ridotte alla loro funzionalità di base, vissute come impedimento invece che come risorsa.

La compressione linguistica, che ha caratterizzato progressivamente gli ultimi venti anni, concretizzatasi nei social, porta a un continuo “botta e risposta” di catatonica stupidità, lontane anni luce dalla polisemicità sensata di krausiana memoria.

Privo di eleganza e senza cura né garbo, il linguaggio è diventato cacofonico, privo della sua intrinseca musicalità, piegato alle logiche di una comunicazione di servizio, primitiva ed elementare. Il suo impoverimento è frutto di un passaggio grossolano dal pensare al fare, da strumento del pensiero critico si è trasformato in arnese del fare.

Additata come obsoleta, la lingua italiana è appiattita e depotenziata e, aldilà dell’antigrammatica nell’uso corrente (cosa ben meno grave di tutto il resto), l’imbagascimento del lessico collettivo, per dirla con Gadda e con il titolo di una relazione del Censis di recente pubblicazione in occasione di un incontro sul tema, pone la questione della primitivizzazione del dialogo.

Dal turpiloquio alla bestemmia, per usare un linguaggio diretto si perde il senso dell’attività comunicativa, quella di spiegarsi reciprocamente nessi interpretativi che aiutino (sempre reciprocamente) allo svelarsi di cause e contesti. Il suo involgarimento, accantonando la sostanza extra-linguistica del linguaggio - fatta di cose, sentimenti ed emozioni - deriva dall’illusione che di lui ci si possa impadronire personalmente, senza doverlo nemmeno condividere.

Ma le parole implicano ascolto, ormai in caduta verticale, metabolizzazione di concetti e fiducia: per capirsi e restituire al linguaggio la sua identità polimorfa bisognerà sostenere la molteplicità dei lessici e dei loro infiniti significati e riscoprirlo come strumento di dialogo e di conoscenza. Scialla.

 

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