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24 Marzo 2017
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Ambiente

Great Pacific Patch: isole di plastica

Great Pacific Patch: isole di plastica

di Liliana Adamo

A un certo punto, le immagini della BBC mostrano due persone, un inviato scortato da un ecologista, che si aggirano con aria avvilita sulla battigia di una spiaggia alle Hawaii. L’arenile di Kamilo Beach è tappezzato da infiniti e infinitesimali granellini colorati: un granellino grigio, uno azzurro, l’altro aranciato…

Coriandoli scoloriti venuti da lontano, residui quasi impercettibili dei nostri rifiuti in seguito all’azione delle onde, ormai inestricabilmente amalgamati alla sabbia. L’ecologista ne prende una manciata e la mostra al reporter; scomponendoli uno a uno, comincia la triste conta: “Questo è plastica, questo, invece, è ferro, quest’altro è semplicemente vetro…”.

Il reportage in questione, prodotto appunto dalla BBC e intitolato "Tropic of Cancer - Laos to Hawaii”, è diventato popolare qualche anno fa per aver divulgato attraverso il mezzo televisivo, quel segmento scomodo cui pochi erano informati perché sapientemente “imboscato” dai governi di ben due continenti. E’ chiamata “Pacific Trash Vortex” e Kamilo Beach, su un’isola delle Hawaii, si trova esattamente sulla sua traiettoria. Ha un diametro di 2500 chilometri, una profondità di 30 metri e, negli ultimi anni, quest’immensa discarica galleggiante in pieno oceano, ha raggiunto quasi i 4 milioni di tonnellate.

Se dalla blasonata BBC ci spostiamo a una piccola televisione indipendente che dirama via web“The plastic bag”, vale a dire, la vita immortale di un sacchetto di plastica (cortometraggio di Ramin Bahrani), diventerà lampante cosa sia destinato a sopravvivere dopo di noi. Il video, molto cliccato, mostra le smanie esistenziali di un anonimo shopper (non biodegradabile e non riciclabile), complemento imprescindibile dei consumi urbanizzati, che finisce in pattumiera e poi in discarica. Dopo un imprecisato numero di tentativi, riesce a riprendersi la libertà mentre, sulle ali del vento, vola alla ricerca di colei che l’aveva gettato via, per ricomporre l’origine e trovare il senso immortale della sua esistenza.

Ma ecco il colpo di scena: fuggito dalla discarica, il sacchetto trova un mondo ormai spopolato dall’umanità. La sua inquietudine si placa nel momento in cui, trasportato dalla pioggia fino al letto di un fiume, si ritrova in mare, dove, finalmente, potrà ricongiungersi ai suoi simili nel vortice dei rifiuti nel Pacifico e qui, senza fretta, si lascerà macerare in uno stato d’inesauribile inerzia.

Emblema indistruttibile della civiltà dei consumi nordamericana, l’immondezzaio del “Pacific Trash Vortex” si è formato dal boom economico degli anni Cinquanta, spinto dal Subtropical Gyre che si muove in senso orario a spirale, grazie a un sistema di correnti ad alta pressione. Ipotizzando un modello terrestre, la zona può essere riconducibile a una sorta di deserto oceanico, dove la vita è pressoché scomparsa, un luogo inverosimile evitato da pescherecci e altre imbarcazioni.

Come nel caso di Kamilo Beach, il materiale galleggiante finisce fuori portata, terminando la propria vita sulle spiagge delle Hawaii o addirittura in California fino alle coste giapponesi, formando degli strati spessi, alti a tre metri. L’80% dei rifiuti proviene dalla terraferma, mentre il resto è travasato in mare da navi private, commerciali, barche da pesca.

Cosa si è fatto finora? Escludendo sparuti temerari come Charles Moore e Curtis Ebbesmeyer, poco o nulla; il “Pacific Trash Vortex” esiste lì, a commemorare il nostro marchio d’infamia, espandendosi sempre di più. Per la plastica, il 15% dei 100 miliardi di chilogrammi prodotti all’anno o giù di lì, finisce in mare; in parte, opprimendo i fondali degli oceani, distruggendo tutto ciò che incontra, biodiversità marina, barriera corallina e quant’altro, mentre il resto continua a galleggiare, sgretolandosi in particelle destinate allo stomaco di mammiferi e pesci, portandoli alla morte. La plastica si decomporrà, ma solo tra centinaia e centinaia di anni, all’alba di un nuovo eden, chissà…

Se storicamente i rifiuti accumulati nell’oceano, erano spontaneamente sottoposti a biodegradazione, dagli anni Cinquanta l’enorme quantità di plastica mista a rottami, invece di declassarsi, si disintegra in frammenti sempre più piccoli, mantenendo la stessa caratteristica polimerica anche quando raggiunge le dimensioni di una molecola.

Non solo il fenomeno produce un alto tasso inquinante di PCB (policlorobifenili) a lento rilascio, ma l’emersione delle particelle, simili allo zooplancton, inganna la fauna marina che le ingerisce, introducendole dritto nella catena alimentare. Si è visto, attraverso alcuni studi, che campioni d’acqua, hanno una quantità di plastica intrinseca superiore al fattore 6 dello zooplancton, con risultati facilmente immaginabili.

La caduta d’interi container di navi cargo, alimenta ulteriormente il vortice di PCB, con materiale che finisce sulle spiagge circostanti. L’incidente più famoso, causato dalla nave mercantile Hansa Carrier, è datato 1990.

Nell’occasione scivolano in mare 80.000 tra calzature e scarpe di ginnastica a marchio Nike, mandate qua e là, nell’arco di tre anni, fra le spiagge della British Columbia, Oregon e Hawaii. Nel ’92, galleggiano migliaia di giocattoli, nel ’94, attrezzature da hockey e così via. Attraverso i flussi delle correnti oceaniche, il gorgo del “Pacific Trash”, può determinare le sue enormi dimensioni su scala globale.

L’equipe oceanografica di Charles Moore ha analizzato a fondo la diffusione e la concentrazione dei detriti plastici formati da monofilamenti, fibre di polimeri, incrostati di zooplancton e diatomee.

Utilizzando una grande rete a strascico, molti ne sono stati tirati su e Marcus Eriksen, ricercatore della Marine Research Foundation creata da Moore, ha rilevato come, inizialmente, la gente si era fatta l’idea che si trattasse di un’isola di plastica, sulla quale sarebbe stato facile camminare. In realtà, ha spiegato, la marea di rifiuti somiglia sempre di più a “un infinito minestrone di plastica che si estende su un’area grande forse il doppio degli Stati Uniti…”.

L’oceanografo, Curtis Ebbesmeyer, che si è occupato a lungo del problema, paragona il gorgo a un organismo vivente: "Si divincola come un grosso animale privo di guinzaglio. Quando la bestia si avvicina alla terraferma, com’è accaduto alle Hawaii, le conseguenze sono gravissime. La massa di rifiuti rigurgita pezzi e le spiagge si trasformano in un tappeto di plastica”.

 

 

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