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Sab
25 Maggio 2013
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Pd, la fine inizia ora

Pd, la fine inizia ora

di Carlo Musilli

Comunque vada a finire, non si vede come il Partito Democratico possa trovare una via di scampo. Il governo "di servizio" targato Enrico Letta dovrebbe vedere la luce oggi e ottenere la fiducia del Parlamento lunedì. A quel punto inizierà uno stillicidio che molto probabilmente consoliderà il vantaggio elettorale riacquisito negli ultimi mesi dal centrodestra. E alle prossime elezioni il Paese si consegnerà per la quarta volta nelle mani di Berlusconi.

La missione del nuovo Esecutivo, a prescindere dai giudizi di merito sui singoli provvedimenti, è senz'altro proibitiva. Sarebbe stata difficile anche se Pd e Sel avessero ottenuto da soli la maggioranza assoluta nelle due Camere. Ma ora che nella squadra di Letta si apprestano a entrare personaggi come Angelino Alfano e Mara Carfagna, ogni proposito riformista in senso socialdemocratico acquisisce i contorni della burla. E questo, purtroppo, vale in primo luogo sul piano dell'economia.

L'esempio più eclatante è certamente quello dell'Imu. Fra gli "otto punti" indicati da Berlusconi come condizioni essenziali per la partecipazione al nuovo governo, l'abolizione dell'imposta sulla prima casa e la restituzione delle somme pagate nel 2012 costituiscono certamente il capitolo dal peso specifico maggiore. Si tratta della solita promessa fumosa lanciata nelle fasi finali di campagna elettorale - un'arte in cui il Cavaliere è davvero insuperabile - che oggi i pidiellini non hanno alcun interesse a rinnegare.

Le risorse indicate a suo tempo da Berlusconi per finanziare un'operazione del genere sono più che mai incerte, dal momento che non è possibile calcolare in anticipo e con sicurezza il gettito prodotto da misure come l'accordo con la Svizzera (ammesso che si faccia) e il rincaro fiscale su alcol, tabacchi e vizi vari.

Il centrodestra lo sa benissimo, ma non è questo il punto. Il vero obiettivo è continuare a sbandierare il vecchio vessillo del "meno tasse per tutti". Se poi il nuovo Esecutivo non riuscirà a liberare gli italiani dall'imposta sugli immobili - com'è ampiamente prevedibile - sarà facilissimo far ricadere per intero la colpa sul Pd. Si tratta pur sempre del partito di maggioranza e, agli occhi degli elettori, dovrà assumersi il carico più pesante di responsabilità.

Per cercare un punto d'incontro sull'Imu, gli uomini del Pd si sono già messi al lavoro. Pur sapendo che i desideri della destra sono al momento velleitari, i democratici cercano una via per alleggerire l'imposta, per renderla più progressiva. Negli ultimi tempi si è parlato di alzare le detrazioni da 200 a 500 euro, incrementando al contempo la pressione sulle abitazioni di lusso. Ma non è così semplice, i margini di manovra sono stretti.

Soprattutto perché questi non sono affatto gli unici soldi che il nuovo governo dovrà trovare. Oltre alla partita ancora aperta sul pagamento dei debiti della pubblica amministrazione (40 miliardi in due anni), bisognerà coprire anche le "spese indifferibili" dimenticate dai professori, come la Cassa integrazione e le missioni internazionali. Rimarrebbero da finanziare inoltre le detrazioni sulle ristrutturazioni.

Già questo sarebbe sufficiente a rendere necessaria una nuova manovrina nel 2013. Ma non bisogna dimenticare altre due stangate che rischiano di deprimere ulteriormente l'economia italiana, perfino peggio di quanto abbia fatto l'anno scorso la tanto vituperata Imu. Parliamo dell'aumento della terza aliquota Iva dal 21 al 22% (previsto per luglio) e dell'aggravio della tassa sui rifiuti (con il balzello della Tares), che i tecnici sono riusciti solamente a rinviare a fine anno.

Facciamo un po' di conti. Il governo "di servizio" dovrà mettere insieme un miliardo di euro per la cig in deroga, due miliardi per evitare l'aumento dell'Iva (che diventano quattro dal 2014), un miliardo per cancellare la Tares e altri quattro per abolire l'Imu sulla prima casa (restituire quella già pagata è un'altra storia: La Russa propone di distribuire Btp a pioggia). Negli ultimi mesi di stallo assoluto ci hanno fatto credere che tutto questo sia possibile senza una nuova manovra. Anzi, lo stesso Letta continua a parlare anche di sgravi alle imprese per favorire le assunzioni di giovani e di nuove risorse per le piccole e medie imprese, il nostro cuore produttivo. Con quali soldi, Presidente?

E' evidente che tutti questi obiettivi sarebbero auspicabili, ma è altrettanto ovvio che non possono essere conseguiti rimanendo nel solco degli accordi europei che abbiamo sottoscritto. Bisognerebbe negoziare con Bruxelles un allentamento del cappio. Letta lo sa, dice di volerlo fare e per questo ha già incassato l'arrogante reprimenda di Wolgang Schaeuble, semi-onnipotente ministro tedesco dell'Economia. Riaprire la trattativa con l'Europa sarebbe sacrosanto, ma per un compito del genere avremmo bisogno di un governo quanto mai forte, coeso, sicuro della meta che intende raggiungere. Quello che stiamo creando è invece un Esecutivo zeppo di persone che hanno passato gli ultimi anni a detestarsi fra loro. E a guidarlo è un partito sull'orlo dell'esplosione.

 

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