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21 Settembre 2014
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La rivincita di Opti Pobà

La rivincita di Opti Pobà

di Carlo Musilli

Dopo anni passati a scrivere "Respect" e "No to racism" su cartelli, magliette, grafiche televisive e pagine web, non potevano proprio stare zitti. E così l'Uefa ha aperto un'inchiesta per "presunti commenti razzisti" contro Carlo Tavecchio, neoeletto presidente della Federcalcio. La decisione su un eventuale provvedimento potrebbe essere presa l'11 settembre, quando si riunirà la commissione disciplinare della massima istituzione calcistica europea.

Nel mirino c'è la famosa frase su "chi mangia le banane": una sparata così triviale che avrebbe fatto sotterrare dalla vergogna chiunque, nonché affossato la carriera di qualsiasi manager europeo. L'Italia è però la terra delle mille possibilità, dove tutto passa in cavalleria e (quasi) nessuno è chiamato a rendere conto degli sfondoni che distilla. Anzi, in questo caso il buon Tavecchio è stato perfino premiato con la carica più importante della sua carriera. Da noi è normale, ma l'Uefa, stavolta, si è sentita in dovere di produrre almeno uno scatto d'orgoglio, il minimo sindacale a tutela della propria credibilità.

"Sono sereno e rispettoso della decisione della Uefa - ha scritto in una nota il nuovo numero uno del calcio italiano -. Del resto si tratta di un atto dovuto, da noi stessi previsto, e sono certo che potrò spiegare anche in sede Uefa sia il mio errore che le mie vere  intenzioni". 

Il diritto alla difesa non si nega a nessuno, ma risulta davvero complicato immaginare un'interpretazione alternativa delle parole pronunciate da Tavecchio durante il discorso di presentazione della sua candidatura alla Figc. Il passaggio sotto accusa è questo (la trascrizione è letterale): "Le questioni di accoglienza sono un conto, le questioni del gioco sono un altro. L'Inghilterra individua dei soggetti che entrano se hanno professionalità per farli giocare. Noi invece diciamo che Opti Pobà è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare della Lazio. E va bene così. In Inghilterra deve dimostrare il suo curriculum e il suo pedigree".

Il concetto, di per sé, è di una semplicità disarmante: nei campionati inglesi gli extracomunitari sono selezionati con maggiore rigore che in quelli italiani. Fine. Peccato che Tavecchio senta il bisogno di esemplificare. Pensa a uno straniero e gli viene in mente un africano; quindi ne scimmiotta il nome, producendo una sorta di Frankenstein fra Obi e Pogba; infine, immagina cosa potesse fare nel suo Paese prima di venire da noi a giocare a palla. E naturalmente il povero Opti Pobà "mangiava le banane".

E' evidente che non ci sia premeditazione, che si tratti di una scemenza dal sen fuggita. Chi mai, mentre cerca di guadagnarsi il favore della platea, si esporrebbe volontariamente ad accuse di razzismo? E' pura e semplice goffaggine comunicativa, un'incapacità che lo stesso Tavecchio sembra aver accettato, tanto che da lì in poi ha ridotto al minimo le frasi a braccio, limitandosi a leggere pedissequamente i testi che qualcun altro scrive per lui.

La domanda però è un'altra: tutto questo può essere sufficiente come giustificazione? Parlare di "presunto razzismo" suona un po' grottesco, perché il razzismo è indiscutibile. Che "le vere intenzioni" di Tavecchio fossero altre è più che verosimile, ma le persone comuni vengono giudicate per quello che dicono e non per quello che avrebbero voluto dire, per quello che fanno e non per quello che avrebbero voluto fare. Se il processo alle intenzioni non vale come accusa, non può tornare buono come difesa.

Chi prende le parti di Tavecchio, di solito, taccia i suoi detrattori di ipocrisia. L'argomento è più o meno il seguente: "Nella vita di tutti i giorni non accade forse di sentire persone che chiamano i neri 'mangia-banane', magari con bonaria ironia? Saremmo pronti a scandalizzarci così tanto anche se le stesse parole pronunciate da Tavecchio ci arrivassero all'orecchio in un bar o in un supermercato?".

Forse no, o quantomeno l'indignazione sarebbe meno accesa, perché nella propria intimità ciascuno è libero di esprimersi in modo pecoreccio e ignorante quanto più gli garba. Il punto è che un personaggio pubblico rappresenta un'istituzione, parla a nome di altre persone e si rivolge alle masse: ha delle responsabilità che superano quelle di chi parla per sé davanti a un bicchiere di vino. Quando apre bocca non può pensare che per lui valga l'attenuante della chiacchiera da bar. Chi ignora questo principio continuerà a meritarsi un Presidente del Consiglio che parla di Barack Obama come di un tipo "abbronzato". 

 

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