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Gio
25 Agosto 2016
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Cambio climatico e industria alimentare

Cambio climatico e industria alimentare

di Tania Careddu

L’agricoltura é uno dei settori industriali con il più alto rischio di essere danneggiato dal cambiamento climatico e, però, è esso stesso responsabile di generare un’enorme quantità di emissioni di gas serra. Provenienti dalla produzione agricola intensiva, una delle principali cause del mutamento del clima, le emissioni vengono generate dalla risaie allagate, vedi il metano, o dall’utilizzo di fertilizzanti che producono protossido di azoto.

Dannose per l’ambiente quanto quelle prodotte dalla deforestazione a scopi agricoli, originano dall’approvvigionamento delle materie prime agricole e i cinque alimenti a più alta emissione sono riso, mais, soia, olio di palma e grano, che, tutti insieme, sono capaci di produrne una quantità superiore a quella prodotta da qualsiasi altro Paese, esclusi Cina e Stati Uniti.

Non solo gas nocivi. La produzione di questi alimenti ha un impatto notevole, pure, sulla scarsità di acqua in un mondo sempre più caldo. Le cui temperature, sempre più elevate, aumentano lo stress termico sul bestiame e, quando associate a una drastica riduzione delle precipitazioni, portano a una costante diminuzione dell’acqua per l’irrigazione.

Le conseguenze economiche (e sociali) per i piccoli produttori che vivono, fra l’altro, nelle regioni più vulnerabili al cambiamento climatico, sono disastrose. E si ripercuotono, anche, sulle grandi aziende alimentari. Si stima, infatti, leggendo il rapporto A qualcuno piace caldo: così l’industria alimentare nutre il cambiamento climatico, redatto da Oxfam, che le dieci maggiori aziende in questione dipendano dal lavoro di almeno cento milioni di agricoltori di piccola scala.

I quali, per primi, subiscono i danni delle calamità naturali derivanti dal mutamento climatico e sono costretti, perciò e pure perché incapaci di farsi carico dell’impennata dei costi associata al fenomeno, a vendere la loro terra rischiando di cadere nel baratro della povertà. Un danno ingente se si pensa che il cambiamento del clima ha già causato una importante flessione della produzione agricola, compresa fra l’1 e il 5 per cento di quella totale.

Con questo andamento, impossibile centrare gli obiettivi chiave dell’accordo di Parigi. L’azzeramento delle emissioni entro la metà del secolo e il contenimento dell’aumento delle temperature entro 1,5 gradi si prospettano irraggiungibili senza un’azione urgente da parte delle grandi aziende del comparto alimentare che assicuri anche un maggior sostegno agli agricoltori di piccola scala, coinvolti nella loro catena di approvvigionamento, nella resistenza agli effetti dei cambiamenti climatici.

Perciò, sebbene finora il dibattito politico e pubblico sul cambiamento del clima ha interessato, tradizionalmente, il settore energetico, il post Parigi dovrebbe essere condotto da quello alimentare. Consapevoli, le quattordici aziende alimentari (firmatarie di una lettera poco prima del summit di Parigi), che il “cambiamento climatico danneggia gli agricoltori e l’agricoltura.

La siccità, le inondazioni e le temperature sempre più alte minacciano la produzione alimentare mondiale e contribuiscono all’insicurezza alimentare”, dovrebbero concentrare i propri impegni sui fondamentali fattori socio-economici alla base della vulnerabilità al cambiamento climatico. Solo così gli accordi di Parigi non rimarranno semplicemente un stretta di mano.

 

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