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Mar
27 Giugno 2017
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Il terrore bussa a Manchester

Il terrore bussa a Manchester

di Mario Lombardo

A due mesi esatti dall’ultimo attentato terroristico, avvenuto nei pressi del Parlamento di Londra, il Regno Unito ha dovuto registrare questa settimana un nuovo sanguinoso episodio di violenza dopo l’esplosione nella tarda serata di lunedì che ha colpito la Manchester Arena al termine di un concerto della cantante pop americana, Ariana Grande.

I decessi accertati sono finora 22, mentre i feriti sarebbero una sessantina. L’identità di tutte le vittime non è stata ancora verificata ma è probabile che molte di esse siano giovani e giovanissimi, visto il seguito soprattutto tra i teenager della cantante che si era appena esibita nella città britannica.

L’attentato è stato seguito come di consueto da un massiccio dispiegamento di forze di polizia, dalla virtuale paralisi della città per alcune ore e da alcuni inevitabili falsi allarmi. Circa tre ore dopo l’esplosione, la polizia ha fatto saltare una sospetta bomba in un parcheggio vicino alla Manchester Arena che si è alla fine rivelata essere un mucchio di vestiti abbandonati.

Martedì, invece, il centro commerciale Arndale è stato evacuato per alcune ore prima di essere riaperto in seguito all’arresto di un uomo che nulla avrebbe però a che fare con i fatti della sera precedente.

Il primo ministro britannico, Theresa May, ha parlato alla stampa nella mattinata di martedì, offrendo poco più della solita retorica che segue simili episodi di violenza. La May ha comunque confermato la natura terroristica dell’attentato, così come le prime notizie che avevano parlato di una sola persona responsabile dell’attacco.

La polizia ha fatto sapere di avere identificato il responsabile nel 22enne Salman Abedi, nativo di Manchester ma di origini libiche. Un commando delle forze di sicurezza ha fatto irruzione nell’abitazione di quest’ultimo, anche se non è chiaro come si sia risaliti alla sua identità in poche ore.

Se Abedi abbia agito da solo o abbia fatto parte di una rete terroristica è ancora oggetto di indagini. I giornali britannici hanno scritto però di un 23enne arrestato nella zona sud della città e di un blitz nel sobborgo di Whalley Range, a sud-ovest del centro di Manchester e con una forte minoranza asiatica. Dopo la perquisizione di un appartamento, nell’area sarebbe rimasta una massiccia presenza di uomini della polizia.

L’attacco suicida sembra confermare la matrice del fondamentalismo islamista. In rete erano quasi subito apparsi filmati di sostenitori dello Stato Islamico (ISIS) che celebravano l’attentato di Manchester e martedì sarebbe arrivata la rivendicazione da parte del “califfato” tramite un delirante messaggio pubblicato sulla piattaforma Telegram.

Maggiori dettagli sui fatti di lunedì emergeranno forse già nelle prossime ore, a cominciare magari dalla notizia, ricorrente dopo gli attentati terroristici in Europa degli ultimi anni, che il responsabile dell’attacco era noto ai servizi di sicurezza inglesi per i suoi legami con gli ambienti fondamentalisti.

Per il momento, è importante sottolineare come l’episodio di Manchester sia avvenuto da un lato nel pieno della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento di Londra e, dall’altro, in concomitanza con le fasi finali della visita del presidente americano Trump in Medio Oriente, segnata dal tentativo di alimentare le divisioni settarie nel mondo arabo e dal ristabilimento della monarchia saudita al centro delle trame degli Stati Uniti nella regione.

Se dovesse essere effettivamente collegato al jihadismo, l’attentato di lunedì sarebbe l’ennesima drammatica conferma delle responsabilità dei governi occidentali, primi fra tutti quelli di Washington e Londra, nell’alimentare direttamente o indirettamente forze fondamentaliste che prosperano grazie all’appoggio di ambienti più o meno legati alla casa regnante saudita e ai suoi alleati nel Golfo Persico.

Mentre Trump, corteggiato dal governo May fin dal suo ingresso alla Casa Bianca per compensare i contraccolpi della “Brexit”, esaltava il regime dell’Arabia Saudita e denunciava l’Iran come il primo “esportatore di terrorismo” nel pianeta, a Manchester andava in scena l’ennesimo atto di violenza condotto con ogni probabilità da individui influenzati dalla sottocultura wahhabita che ha il proprio centro di gravità a Riyadh e non a Teheran.

Lo stesso governo britannico è peraltro da settimane al centro di polemiche per la vicinanza alla monarchia saudita. Ai primi di aprile, la premier May era stata protagonista di una visita cordiale a Riyadh e il suo governo e quello precedente di David Cameron solo negli ultimi due anni hanno approvato circa duecento licenze di esportazione di armamenti verso l’Arabia Saudita, per un valore di oltre 3,3 miliardi di sterline.

Per quanto riguarda il voto anticipato del prossimo 8 giugno, è certo che l’attentato verrà quanto meno strumentalizzato per mantenere al centro del dibattito politico le questioni della lotta al terrorismo e della sicurezza nazionale. Per determinate sezioni della classe dirigente britannica ciò risulta fondamentale in chiave elettorale, visto il “record” dei governi conservatori fatto di tagli senza precedenti alla spesa sociale e ai servizi pubblici.

Non solo: l’orrenda strage di Manchester offre al governo di Londra un’altra occasione per ostentare il pugno di ferro nei confronti del terrorismo in una fase della campagna elettorale segnata da un certo recupero nei sondaggi del Partito Laburista. Se quest’ultimo resta ben lontano dai conservatori, le ultime rilevazioni di opinione indicavano una riduzione dello svantaggio dopo la diffusione dei programmi ufficiali dei due partiti.

Quello del Labour di Jeremy Corbyn è stato presentato dalla stampa britannica come il programma più progressista degli ultimi decenni, mentre la piattaforma dei Tories, malgrado la retorica populista, contiene elementi che minacciano un’ulteriore intensificazione dell’austerity a discapito delle classi più disagiate.

Sulla questione della leadership e delle credenziali del prossimo primo ministro in merito alle questioni legate alla sicurezza nazionale, infine, lo stesso Corbyn è al centro di attacchi e polemiche da parte dei conservatori, così che l’attentato di lunedì potrebbe finire con l’offrire ai suoi oppositori una nuova opportunità per sottolinearne la presunta debolezza.

Uno dei punti centrali della campagna conservatrice era stato finora proprio l’insistenza sulla necessità di confermare la “solida” leadership di Theresa May di fronte alle minacce interne ed esterne, come aveva ad esempio sostenuto criticando Corbyn il ministro degli Esteri, Boris Johnson, a fine aprile.

Proprio nei giorni precedenti i fatti di Manchester, poi, la stampa vicina ai conservatori aveva montato una nuova polemica contro Corbyn per i suoi passati legami con il Sinn Fein irlandese e il rifiuto di condannare senza riserve l’IRA, spia a loro dire dell’attitudine troppo morbida del numero uno Laburista nei confronti del terrorismo.

Questa campagna contro Corbyn ha avuto un esito imbarazzante proprio in seguito all’attentato di lunedì, con il tabloid The Sun di Rupert Murdoch che, con una decisione presa evidentemente prima dell’attacco terroristico, ha pubblicato in prima pagina un’immagine del leader Laburista in compagnia di Gerry Adams del Sinn Fein sotto la scritta “Blood on his hands” (“Le mani sporche di sangue”).

 

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