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Mar
21 Aprile 2015
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AIIB, la banca di Pechino

AIIB, la banca di Pechino

di Michele Paris

Segnali di divisioni tra gli Stati Uniti e alcuni loro importanti alleati in Europa e in Estremo Oriente sono stati registrati nei giorni scorsi in seguito alla decisione presa dal governo britannico di aderire a un nuovo istituto finanziario internazionale ideato dalla Cina. Dopo l’annuncio di Londra, altri paesi alleati di Washington - tra cui l’Italia - hanno lasciato intendere di essere pronti a seguirne l’esempio, nonostante la partecipazione al progetto della Banca Asiatica di Investimenti nelle Infrastrutture (AIIB) fosse stata fortemente scoraggiata dall’amministrazione Obama.

I timori americani dipendono dal fatto che l’AIIB potrebbe sminuire il ruolo di istituzioni come la Banca Mondiale o la Banca Asiatica per lo Sviluppo, tradizionalmente dominate dagli Stati Uniti. Più in generale, gli USA vedono con estrema preoccupazione gli sviluppi dei giorni scorsi in relazione all’AIIB, poiché minacciano di ostacolare la strategia di accerchiamento e isolamento della Cina nell’ambito della cosiddetta “svolta asiatica” lanciata dalla Casa Bianca.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, la decisione definitiva del governo Cameron di diventare membro fondatore dell’AIIB sarebbe stata presa senza consultare gli Stati Uniti, con ogni probabilità per evitare ulteriori pressioni volte a scoraggiare una simile iniziativa.

Pur sostenendo pubblicamente da tempo la propria contrarietà alla partecipazione al progetto finanziario di Pechino da parte di paesi alleati, Washington martedì ha finito col dover fare buon viso a cattivo gioco. Il sottosegretario di Stato USA, Daniel Russel, nel ribadire le perplessità americane, dalla Corea del Sud ha ammesso che la decisione finale spetta esclusivamente ai singoli governi.

In un altro sgarbo per Washington, la visita e le dichiarazioni di Russel sono giunte in concomitanza con la notizia che anche Seoul starebbe valutando l’opportunità di entrare a far parte dell’AIIB.

Per quanto riguarda la Gran Bretagna, il governo Cameron non ha accennato a scuse verso gli USA, ma, almeno a parole, alcune concessioni all’alleato d’oltreoceano sono apparse evidenti. Il Cancelliere dello Scacchiere (ministro delle Finanze), George Osborne, ha affermato che l’approccio da tenere nei confronti dell’AIIB era stato oggetto di intense discussioni all’interno del G7 alla presenza del segretario al Tesoro americano, Jack Lew, e la decisione dell’esecutivo è stata perciò tutt’altro che unilaterale.

Inoltre, Londra ha ripetuto alcune delle preoccupazioni manifestate ufficialmente dagli USA in relazione alla natura dell’AIIB. La presenza della Gran Bretagna tra i membri fondatori dell’AIIB sarebbe quindi fondamentale per garantire la trasparenza dello stesso nuovo istituto finanziario nella gestione degli investimenti verso progetti di infrastrutture.

L’auspicio di Osborne circa l’adesione di altri paesi è stato poi soddisfatto dalla notizia diffusa dalla stampa australiana che il primo ministro Tony Abbott sarebbe tornato a valutare l’opportunità di partecipare all’AIIB. Un annuncio ufficiale in proposito potrebbe anzi giungere già nei prossimi giorni.

Proprio l’esempio dell’Australia permette di comprendere come gli Stati Uniti abbiano manovrato per far naufragare il progetto cinese o, quanto meno, per limitarne l’impatto. Sul finire del 2014, l’amministrazione Obama aveva infatti avviato un’intensa opera di convincimento sul governo conservatore australiano, in modo da farlo desistere dalla precedente decisione di diventare membro fondatore dell’AIIB. Nei piani degli USA, d’altra parte, l’Australia rappresenta una pedina fondamentale nella strategia di contenimento della Cina.

Il Segretario di Stato, John Kerry, quello al tesoro Lew e lo stesso presidente Obama avevano invitato personalmente Abbott ad abbandonare il progetto, così che il ministro degli Esteri australiano, Julie Bishop, aveva alla fine ratificato la marcia indietro del suo governo.

Le motivazioni ufficiali del voltafaccia avevano a che fare ufficialmente con l’assenza dei necessari “standard di investimento” previsti dal progetto AIIB, anche se in realtà le apprensioni di Australia e Stati Uniti erano legate alla possibilità che le risorse della Banca siano destinate a finanziare progetti e infrastrutture per favorire l’espansione economica e militare cinese nel continente asiatico.

Con le nuove dichiarazioni di Abbott del fine settimana, tuttavia, l’adesione dell’Australia all’AIIB sembra essere tornata all’ordine del giorno. Evidentemente, una parte della classe dirigente e del business australiano assegna un’importanza tale ai vantaggi derivanti dall’aggancio all’iniziativa della Cina - peraltro primo partner commerciale di Canberra - da far passare in secondo piano gli avvertimenti americani.

L’AIIB dovrebbe essere inaugurata entro la fine del 2015 e gli obiettivi che si pone, come già anticipato, lasciano intravedere una concorrenza diretta con la Banca Mondiale la Banca Asiatica per lo Sviluppo. Il capitale iniziare dell’AIIB sarà di 50 miliardi di dollari che serviranno a finanziarie progetti per la costruzione di infrastrutture in settori come quelli dei trasporti, dell’energia e delle telecomunicazioni, verosimilmente senza le restrizioni previste dai due organismi in cui a prevalere è la volontà di Washington.

Al momento del lancio dell’AIIB lo scorso ottobre erano rappresentati 21 paesi fondatori, tra cui Filippine, India, Kazakistan, Malaysia, Myanmar, Pakistan, Qatar, Singapore, Sri Lanka, Thailandia e Vietnam. Poco dopo anche l’Indonesia ha fatto sapere di essere pronta ad aderire, mentre il numero dei potenziali membri è salito ora a 26.

I paesi che intendono far parte dell’AIIB devono sottoscrivere un “memorandum d’intesa” entro la fine di marzo, in modo da poter partecipare successivamente ai negoziati relativi alle quote di capitale e al diritto di voto.

L’esempio britannico e l’approssimarsi della scadenza del 31 marzo hanno spinto altri paesi europei a manifestare il proprio interesse per l’AIIB. Sempre il Financial Times ha rivelato che, oltre all’Italia, anche Francia e Germania sarebbero orientate in questo senso. Il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, ha confermato martedì l’intenzione del suo governo di diventare un membro fondatore dell’istituzione. L’agenzia di stampa ufficiale cinese, Xinhua, ha a sua volta indicato Svizzera e Lussemburgo come possibili candidati all’ingresso nell’AIIB.

Se i paesi che hanno confermato il proprio interesse nel nuovo istituto finanziario promosso da Pechino dovessero farne parte a tutti gli effetti, a rimanere isolato in Asia sarebbe un altro alleato di ferro degli Stati Uniti, il Giappone. Assieme a Washington, Tokyo esercita una profonda influenza sulla Banca Asiatica per lo Sviluppo, guidata tradizionalmente da un giapponese, e quasi certamente non entrerà a far parte dell’AIIB pur essendo stato invitato a farlo dalla Cina.

Il numero uno della Banca Asiatica per lo Sviluppo, Takehiko Nakao, in un’intervista ad una rivista nipponica ha però rivelato che le due istituzioni potrebbero collaborare nel prossimo futuro e le discussioni in proposito sarebbero già state avviate.

Gli sviluppi legati alla nascita della Banca Asiatica di Investimenti nelle Infrastrutture (AIIB) sta portando dunque alla luce tutte le tensioni e le fratture provocate in Asia, e non solo, dal riorientamento strategico statunitense in questo continente.

L’aggressività e le pressioni americane sui vari paesi ai fini di un riallineamento in funzione anti-cinese costringono cioè sempre più i governi interessati - inclusi quelli europei - a valutare l’opportunità di conservare un’alleanza strategico-militare con Washington col rischio di vedere svanire importanti occasioni sul fronte economico, offerte appunto dalla Cina.

Simili considerazioni devono avere pesato sulla recente decisione della Gran Bretagna, anche se, in Asia come in Europa, resta da vedere fino a che punto gli alleati degli Stati Uniti saranno disposti a spingersi senza mettere a repentaglio i loro rapporti con Washington alla luce, da una parte, di un’economia globale sempre più integrata e, dall’altra, della crescente intransigenza americana nei confronti dell’ascesa cinese.

 

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