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27 Giugno 2017
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Manchester e le “sviste” dell’MI5

Manchester e le “sviste” dell’MI5

di Mario Lombardo

Le ultime rivelazioni sul responsabile dell’attentato di Manchester della scorsa settimana hanno gettato nel panico il governo britannico di Theresa May a pochi giorni da un voto anticipato che sembra prospettare una vittoria decisamente più striminzita del previsto per il Partito Conservatore.

Sia la versione dei fatti di Manchester fornita inizialmente sia l’immagine di un esecutivo in grado di far fronte alla minaccia terroristica erano già state gravemente compromesse dalle notizie, seguite poco dopo la strage, sui legami dell’attentatore, il 22enne Salman Abedi, con le forze fondamentaliste libiche utilizzate per rovesciare il regime di Gheddafi dai servizi segreti di Londra.

Le pressioni su questi ultimi sono aumentate dopo l’esclusiva pubblicata qualche giorno fa dal quotidiano Daily Mail nella sua edizione della domenica. Il giornale ha scritto che l’FBI americano nel mese di gennaio aveva informato l’MI5, l’agenzia di intelligence britannica operante sul fronte domestico, che Abedi faceva di parte di una cellula terroristica legata allo Stato Islamico (ISIS) impegnata a preparare un attentato contro obiettivi “politici”.

I servizi di sicurezza americani erano giunti a questa conclusione grazie a un’indagine sullo stesso 22enne nativo di Manchester e sui legami, suoi e della sua famiglia, con gruppi terroristici attivi in Libia. Abedi era per questo finito su una lista di sorveglianza di possibili terroristi negli Stati Uniti già nel 2016.

La fonte del Daily Mail ha spiegato che l’MI5 era stato informato di come Abedi facesse parte di una “gang” terroristica con base a Manchester e fosse alla ricerca di bersagli “politici” da colpire. Nella stessa città britannica vive una nutrita comunità libica, della quale fanno parte molti espatriati appartenenti al cosiddetto Gruppo dei Combattenti Islamici Libici (LIFG), organizzazione fondamentalista dapprima perseguitata da Londra e poi appoggiata per combattere le forze di Gheddafi nella finta rivoluzione del 2011.

Dopo questa notizia esplosiva, l’articolo del Daily Mail arriva però a una conclusione sommaria, riportando soltanto che, in seguito all’informazione dell’FBI, l’MI5 aveva condotto un’indagine su Abedi ma, dal momento che nulla di concreto era emerso, il futuro attentatore di Manchester era sparito dal radar dei servizi britannici.

La prima considerazione che scaturisce dalla notizia del Daily Mail è come sia stato possibile che un servizio segreto ritenuto tra i più competenti del pianeta, e di un paese tra i più colpiti dal terrorismo, abbia semplicemente finito per ignorare un individuo oggetto di una segnalazione da parte dell’FBI per le sue intenzioni di organizzare un attentato contro un obiettivo politico, potenzialmente anche ad altissimo livello.

Non solo, l’indagine su Abedi sarebbe durata inspiegabilmente poche settimane, poiché la complessità dell’attacco di Manchester deve avere richiesto una preparazione relativamente lunga, durante la quale, se si accetta la versione ufficiale, l’MI5 non stava sorvegliando il futuro attentatore. In questo periodo, oltretutto, il giovane di origine libica ha potuto viaggiare indisturbato dal paese nord-africano verso la Gran Bretagna e viceversa facendo scalo in vari aeroporti europei.

Senza rischiare di scivolare nel cospirazionismo, è legittimo sospettare che quanto meno i servizi britannici abbiano chiuso entrambi gli occhi sulle trame di Abedi e della sua “gang” di Manchester nelle settimane precedenti l’attentato del 22 maggio, vista l’attitudine tollerante nei confronti degli ambienti del fondamentalismo libico legati al LIFG e, di conseguenza, all’ISIS.

Alcuni giornali la settimana scorsa avevano descritto la politica dell’intelligence britannica sui movimenti di membri ed ex membri del LIFG, del quale aveva fatto parte anche il padre di Abedi. Questi ultimi, spesso osservati speciali di Londra per i loro legami con il terrorismo internazionale, erano incoraggiati nei loro spostamenti perché impegnati nella guerra contro il regime di Tripoli, fomentata e appoggiata dal governo britannico assieme ai suoi partner occidentali.

Queste e altre rivelazioni su Abedi hanno costretto il governo May e gli stessi vertici dei servizi segreti a mettere in atto una campagna per limitare i danni vista la vicinanza delle elezioni. Settimana scorsa, Londra aveva ad esempio criticato in maniera insolitamente dura il governo americano per alcune fughe di notizie sull’attentatore che avevano messo in discussione alcuni aspetti della versione ufficiale dei fatti di Manchester. Le informazioni erano state passate alla stampa dai servizi di sicurezza USA, con i quali la Gran Bretagna aveva condiviso il materiale in proprio possesso sull’attentatore.

L’MI5, poi, ha annunciato un’indagine interna per fare chiarezza su quelli che vengono definiti “errori” nella gestione della minaccia Abedi. Secondo la stampa britannica, è piuttosto raro che l’intelligence renda pubblica una decisione di questo genere, a conferma dell’imbarazzo che hanno generato le rivelazioni sull’attentato e della necessità di porvi in qualche modo rimedio.

L’indagine è stata ad ogni modo appoggiata con ostentato entusiasmo dal ministro dell’Interno del governo May, Amber Rudd, anche se le conclusioni serviranno allo scopo esattamente opposto, vale a dire a insabbiare le reali responsabilità dell’MI5, per non parlare di quelle del governo conservatore.

L’altro interrogativo inevitabile è legato alle pretese dei governi dei paesi colpiti da attentati terroristici circa la continua necessità di dotare le rispettive forze di sicurezza di poteri di sorveglianza e repressione sempre più ampi.

Praticamente ogni episodio di sangue riconducibile a una matrice terroristica in questi anni ha giustificato l’adozione di nuove misure restrittive delle libertà individuali e dei diritti democratici. L’esempio più recente è lo stato di emergenza ripetutamente prolungato in Francia dopo gli attentati di Parigi nel novembre 2015.

Notizie come quella pubblicata domenica dal Daily Mail spingono a chiedersi quali misure i governi ritengano sufficienti per contrastare il terrorismo se già la situazione attuale ha consentito ai servizi di intelligence di avere con ampio anticipo tutte le informazioni necessarie per impedire un attentato. Ciò è vero d’altra parte non solo per il recente attacco di Manchester, ma per molti degli episodi simili accaduti negli ultimi anni.

Per quanto riguarda la Gran Bretagna, poi, le garanzie democratiche interne sono state in buona parte già smantellate in questi anni nel quadro della “guerra al terrore”. Proprio questa settimana, un rapporto delle Nazioni Unite sulla questione ha rilevato come Londra abbia favorito una chiara tendenza a criminalizzare il diritto di libera espressione e alla manifestazione pacifica del dissenso, definendo da “Grande Fratello” il sistema di sorveglianza creato dai governi.

Solo nel mese di gennaio, il gabinetto May aveva temporaneamente abbandonato un progetto di legge sulla sicurezza interna, il cosiddetto “Counter-Extremism and Safeguarding Bill”, dopo le critiche del parlamento per la scarsa chiarezza sulla definizione di “estremismo” che avrebbe potuto finire per criminalizzare qualsiasi attività di protesta o di libera espressione del pensiero.

Da allora, il governo conservatore è sembrato avere sospeso gli sforzi per fare approvare la legge ma, alla luce dei fatti di Manchester, è del tutto possibile che il provvedimento possa tornare all’ordine del giorno dopo le elezioni del prossimo 8 giugno.

 

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