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24 Luglio 2017
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USA, l’odissea di “Trumpcare”

USA, l’odissea di “Trumpcare”

di Mario Lombardo

La legge sul sistema sanitario americano, voluta da Donald Trump per rimpiazzare la “riforma” del settore approvata da Obama nel 2010, martedì ha fatto segnare un nuovo passo falso che ne ha messo in dubbio ancora una volta la definitiva approvazione. La proposta ultra-reazionaria dei leader repubblicani al Congresso continua infatti a mancare della maggioranza necessaria dei consensi all’interno dello stesso partito di governo, soprattutto dopo la pubblicazione di uno studio indipendente sull’impatto devastante che essa avrebbe su decine di milioni di americani.

Dopo il voto positivo della Camera dei Rappresentanti ai primi di maggio su un testo denominato “American Health Care Act” (AHCA), il Senato aveva iniziato la stesura di una propria versione, questa volta chiamata “Better Care Reconcilitation Act”. I lavori avevano proceduto a porte chiuse e, quando la settimana scorsa il numero uno dei repubblicani al Senato, Mitch McConnell, ne ha rivelato i contorni si è capito facilmente la ragione della segretezza.

Malgrado il relativo ottimismo ostentato dai repubblicani, la mancanza di voti per l’approvazione ha spinto martedì la leadership al Senato di Washington a rinviare il voto sulla legge del sistema sanitario. Per il momento, a poco sono serviti gli incontri organizzati tra il presidente e il suo vice, Mike Pence, con i senatori del loro partito.

Il carattere fortemente regressivo della “riforma” sostenuta da Trump era stato chiarito a sufficienza dal rapporto di lunedì dell’Ufficio per il Budget del Congresso, l’ente “non-partisan” deputato alla valutazione dell’impatto delle leggi federali negli Stati Uniti.

La versione del Senato, se implementata, provocherà la perdita di qualsiasi copertura sanitaria per 15 milioni di persone già entro il prossimo anno. Il numero di americani senza assicurazione aumenterà poi di 22 milioni nel 2026, contro i 23 milioni stimati per la legge già approvata dalla Camera.

I meccanismi principali della legge in discussione sono l’assalto frontale a Medicaid, il programma federale di assistenza sanitaria dedicato agli appartenenti alle classi più povere e ai portatori di disabilità, e l’impennata fino a livelli insostenibili dei premi assicurativi di determinate categorie di americani che ricevono la copertura dalle compagnie private.

Medicaid copre attualmente circa 75 milioni di persone negli USA e la proposta dei repubblicani al Senato priverebbe questo programma di 772 miliardi di dollari in dieci anni, con un taglio di spesa pari al 26% nel 2026. Il risparmio deriverebbe da una trasformazione radicale del programma, sostituendo servizi garantiti e adeguatamente finanziati con stanziamenti fissi e limitati da erogare ai singoli stati, i quali a loro volta dovranno ridurre il numero dei beneficiari, tagliare le prestazioni o aumentare il contributo richiesto a coloro che continueranno a essere coperti.

Di fronte a questa realtà e a questi numeri, confermati dall’Ufficio per il Budget del Congresso, Trump e i suoi consiglieri ancora nei giorni scorsi sono stati in grado di affermare sui media che Medicaid non subirà tagli di spesa con l’approvazione della nuova “riforma”.

A partire soprattutto dal 2020, poi, i premi assicurativi diventeranno per molti così “onerosi che pochissimi americani a basso reddito sceglieranno di acquistare una polizza” sanitaria privata. I più anziani saranno particolarmente penalizzati. Un 64enne con un reddito annuo di 26.500 dollari, ad esempio, dovrà sborsare 6.500 dollari all’anno – sussidi federali inclusi – per avere una polizza che garantisca una discreta copertura.

Secondo quanto previsto attualmente da “Obamacare”, invece, un americano in questa situazione pagherebbe 1.700 dollari e la polizza coprirebbe un numero maggiore di servizi sanitari. Con l’aumento del reddito il costo delle polizze salirebbe vertiginosamente, tanto che sempre un 64enne con entrate pari a 56.800 dollari sarebbe gravato ogni anno di una spesa non inferiore a 20.500 dollari.

La bozza di legge del Senato è in sostanza costruita interamente per ridurre i livelli di spesa destinati al settore sanitario e per favorire i profitti delle compagnie assicurative private. Questi due stessi principi erano alla base anche della “riforma” di Obama, da cui appunto Trump e i repubblicani sono partiti per rafforzarne gli elementi pro-business.

Dal momento che il diritto universale a ricevere cure mediche adeguate ed economiche, per non dire gratuite, non viene nemmeno lontanamente considerato dalla classe politica americana, ogni genere di norma che metta a rischio la salute dei pazienti è di fatto contemplata nel testo allo studio.

Un esempio è la facoltà garantita ai singoli stati di richiedere e ottenere dal governo federale l’autorizzazione a escludere determinati servizi sanitari essenziali dai piani assicurativi offerti dalle compagnie private ai cittadini. Secondo l’Ufficio per il Budget del Congresso, ciò farebbe in modo che quasi la metà degli americani rischi di perdere l’accesso a prestazioni fondamentali, come l’assistenza di maternità, cure mentali, servizi di riabilitazione e rimborsi per medicinali molto costosi.

Gli effetti della legge repubblicana hanno spinto alcuni senatori del partito di Trump a dichiarare la loro indisponibilità a votare a favore. Il timore per le ripercussioni elettorali che avrebbero la perdita della copertura sanitaria e l’aumento dei costi per moltissimi americani sta pesando sulle intenzioni di voto di una manciata di senatori “moderati”.

A essi si aggiungono alcuni colleghi di estrema destra, o “libertari”, che si sono dichiarati contrari alla legge perché non abbastanza incisiva nello smantellamento di “Obamacare”. Come già accaduto per la versione licenziata qualche settimana fa dalla Camera, qualsiasi modifica al testo per raggiungere un compromesso accettabile a tutti nelle prossime settimane dovrà essere fatta in maniera molto cauta, visto che le preoccupazioni dei repubblicani “centristi” non coincidono con quelle degli ultra-conservatori.

La leadership repubblicana al Senato può permettersi al massimo due defezioni per mandare in porto la legge, considerando che tutti i democratici voteranno contro. Il partito repubblicano ha una maggioranza di 52 a 48 al Senato e, in caso di pareggio, il vicepresidente, Mike Pence, diventerebbe l’ago della bilancia.

Con la Casa Bianca disperatamente alla ricerca di una qualche vittoria legislativa da mostrare agli elettori dopo oltre cinque mesi di governo, la leadership del Senato intendeva approvare il proprio testo entro il 4 luglio, data in cui il Congresso sospenderà i lavori per la festa dell’Indipendenza americana.

I giornali negli Stati Uniti danno però già lunedì la legge sull’orlo del naufragio, visti i crescenti malumori in casa repubblicana. Le pressioni sui repubblicani dissidenti continueranno comunque a essere molto forti da parte della leadership al Senato e degli ambienti presidenziali. Un gruppo di pressione vicino a Trump ha ad esempio già iniziato una campagna intimidatoria nei confronti di uno dei senatori che ha manifestato la propria contrarietà alla legge, cioè Dean Heller del Nevada, atteso da una delicata rielezione nel 2018.

La testata on-line Politico.com ha invece raccontato che la Casa Bianca e i leader repubblicani cercheranno di far cambiare idea ai senatori orientati a votare contro la legge offrendo stanziamenti di fondi federali destinati a progetti promossi da questi ultimi o a beneficio dei loro stati di origine.

A disposizione per queste trattative ci sarebbero quasi 200 miliardi di dollari, derivanti dal risparmio di spesa generato dalla stessa “riforma” sanitaria la cui sorte appare però sempre più in bilico.

 

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