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31 Ottobre 2014
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Informazione razzista

Informazione razzista

di Tania Careddu

“Il fatto di essere zingaro è sufficiente perché l’individuo e il gruppo siano condannati”, scriveva nel 1987 Jean Pierre Liegeois, sociologo francese che da trent’anni ha orientato la sua ricerca sulla popolazione rom.  Cosicché la canalizzazione della paura verso una determinata etnia si trasforma in odio razziale. Tanto che ogni due giorni nel nostro Paese, secondo quanto rilevato dall’Associazione 21 luglio, in una ricerca che ha monitorato centoventinove fonti di informazione cartacee e on line, raccogliendo i dati nel rapporto Antiziganismo 2.0, si registra un episodio di “discorso d’odio” grave che penalizza e stigmatizza indistintamente gli appartenenti  alle comunità rom e sinte.

Quattrocentoventotto segnalazioni in un anno, il 92 per cento raccolte sui mezzi di informazione. La quale è pesantemente sbilanciata. Purché faccia scalpore. E la notizia sia “sensazionalistica e voyeristica, di solito riservata ai fatti di sangue che si ritiene possano appassionare il pubblico”, si legge nel Terzo libro bianco sul razzismo in Italia, a cura di Lunaria. Sono le pagine di cronaca, che sul mercato vende di più, infatti, a ospitare le notizie sugli stranieri o sui rom. Sovrarappresentati.

Tanto che il discorso mediatico sull’immigrazione si muove all’interno dell’ossessione per la criminalità procurata dagli immigrati. In una duplice ambivalenza: da un lato i media continuano a proporre il binomio straniero/criminale, indicando la strada attraverso la quale lo straniero assume la funzione di capo espiatorio dei problemi della società, e dall’altro solleticano i pregiudizi diffusi nell’opinione pubblica ma li orientano, anche, omettendo un’analisi puntuale degli avvenimenti.

Facendo largo a categorie stereotipiche, ipotesi suggestive non comprovate dai fatti. In barba al “rispetto della verità e con la maggiore accuratezza possibile”, come richiederebbe la Carta dei doveri del giornalista. E bypassando il rispetto del “diritto alla presunzione di innocenza”.

Ma c’è poco da fare: il carnefice è sempre straniero e quand’anche fosse la vittima, il particolare della nazionalità, che campeggia sui titoli nel caso opposto, non è ritenuto così rilevante da essere citato. E quando non sono criminali, la loro presenza, per i media, è associata a situazioni problematiche, in linea, d’altronde, con l’agenda politica.

E’ la retorica dell’emergenza: allarme, invasione, ondata, sono alcune delle parole che descrivono gli sbarchi degli stranieri in Italia. E invasione uguale pericolo: in primis, sanitario, paventato da molti esponenti politici pur senza poter fare riferimento a dati reali, con conseguenti postume smentite di Asl, istituzioni sanitarie e, finanche, del ministero della Salute.

Ma, nel frattempo, è allarme. Anche economico, vedi dopo l’avvio dell’operazione Mare Nostrum, spesso demonizzata dai politici di turno che “drammatizzano” il dibattito, allontanandosi da un’attenta analisi del fenomeno migratorio e delle sue reali dimensioni, manipolando, con l’interpretazione, i numeri e le cifre. Utilizzando un linguaggio stigmatizzante, con dei termini, tipo “clandestino”, che di sparire non hanno nessuna intenzione nonostante il disappunto espresso dalle Linee guida della Carta di Roma, e l’effetto che sortiscono: tendono a deumanizzare e a privare i migranti della loro identità.

Per non parlare degli insulti che sul web trovano terreno fertile tanto da superare quelli registrati nella vita pubblica: si parla di trecentocinquantaquattro casi di discriminazione in un anno, la maggior parte dei quali avvenuti nei social network. La mappa è variegata con gruppi di privati cittadini e pagine che si collegano a movimenti e siti web della destra radicale, dai nostalgici neonazisti fino a gruppi tematici contro l’immigrazione. Una saldatura perversa tra siti web, testate giornalistiche registrate e social network che ritoccano le notizie sui casi di cronaca quotidiana che coinvolgono gli stranieri. E si sa, l’odio in rete ha la violenza di un illimitato contagio. Realmente.

 

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