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Sab
25 Aprile 2015
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25 Aprile, l’onore dell’Italia

25 Aprile, l’onore dell’Italia

di Fabrizio Casari

Sono passati 70 anni da quando la lotta partigiana contro il fascismo e l’occupazione nazista ebbe il suo epilogo vittorioso. Da quel 25 Aprile del 1945 i partigiani, che avevano dato il loro sangue e il loro coraggio per la liberazione della Patria, riscattarono la dignità di un paese che era stato piegato e piagato da 20 anni di fascismo e dalla guerra che Mussolini volle combattere al fianco di Hitler.

Leggi razziali e guerre coloniali, cessione del paese all’occupante straniero, gas contro le popolazioni africane e uccisioni, fine della libertà politica e sindacale, galere e confino contro gli oppositori, sono solo alcuni dei caratteri emblematici del fascismo, che ha avuto nella partecipazione attiva all’Olocausto la cifra simbolica della sua storia ributtante.

Dagli scioperi del 1943 fino all’insurrezione del 1945, il lavoro clandestino politico e militare della Resistenza, guidata dal Partito Comunista, dal Partito Socialista, dal Partito D’Azione e dalla Democrazia Cristiana, cambiò in profondità sia il volto dell’Italia che l’epilogo del dominio nazifascista. Il cuore combattente, nelle montagne e nelle città fu certamente quello del PCI guidato da Luigi Longo, ma anche il contributo socialista, azionista e cattolico non va sminuito. Da quel 25 Aprile proprio le Brigate Partigiane, contribuirono a formare la cintura di sicurezza di un Paese che nella sconfitta del nazifascismo cominciava a costruire il suo futuro di democrazia partecipativa.

Il 25 Aprile sanciva, infatti, la data spartiacque di due epoche storiche. Dichiarava, senza possibilità di replica, la nuova dimensione dell’Italia che iniziava la sua ricostruzione con sulle spalle l’esperienza della lotta di liberazione. E se oggi continuiamo ad avere una Costituzione tra le più avanzate al mondo, forse la migliore dei paesi occidentali, è proprio grazie alla Resistenza.

Vanno dunque accolte con soddisfazione le parole del Presidente della Repubblica, Mattarella, che ha voluto ribadire con forza come “la Costituzione sia il frutto della lotta antifascista contro la dittatura e la guerra”. Anche per questo è stato quindi un atto dovuto, ma bello, vedere pochi giorni orsono i partigiani festeggiati dall’aula di Montecitorio, che grazie alle loro armi cessò di essere “l’aula sorda e grigia” di mussoliniana memoria.

Una storiografia faziosa e revisionista, che vorrebbe vergognosamente equiparare la legittimità di vincitori e vinti, assegna all’intervento angloamericano il merito della resa nazifascista e della liberazione del Paese dall’occupazione straniera. Ma è bene ricordare come il contributo della lotta di liberazione partigiana sia stata determinante, sia per l’indebolimento politico e militare dell’occupante e del suo alleato fascista, sia per aprire la strada all’ingresso delle truppe alleate.

Tedeschi e fascisti dovettero subire l’incessante attività militare partigiana che ne fiaccò non poco la loro tenuta e spazzò via la loro presunta invincibilità. In montagna come nelle valli e nelle città: in nessun luogo gli invasori e i loro alleati fascisti poterono sentirsi al sicuro.

Senza l’azione militare partigiana i tempi e il costo in vite umane dell’arrivo degli alleati sarebbero stati di gran lunga maggiori e le truppe naziste avrebbero potuto disporre di più tempo per tentare di opporre una maggiore resistenza agli sbarchi alleati.

Il contributo militare della Resistenza, dunque, in faccia al revisionismo destrorso che lo vorrebbe limitato nella partecipazione e negli effetti, fu invece fondamentale, come del resto riconosciuto anche dal comando alleato. Basti pensare a Milano o a Genova, dove i tedeschi trattarono la resa direttamente con i partigiani, ben prima dell’arrivo delle truppe angloamericane.

Ma prima ancora che i suoi indiscutibili meriti militari, la resistenza antifascista fu fondamentale per aver offerto al popolo italiano la possibilità di alzare la testa, di trovare la strada possibile per la sua ribellione contro l’oppressore nazifascista. Questo furono i partigiani: il nuovo collante delle classi lavoratrici, che seppero unire il desiderio di libertà al sogno di una società di eguali.

Settant’anni dopo quel 25 Aprile, si possono anche ricordare tutti i tentativi, falliti ma non cessati, di riscrivere la storia di quella guerra e di quella ribellione in chiave revisionista, e nello spacciare una sorta di dolore per tutte le vittime, si tenta di azzerarne le scelte in un indistinto calderone che piega la storia alle convenienze politiche.

Un'operazione politica alla quale anche presunti esponenti della sinistra come l’ex Presidente della Camera Violante hanno offerto il loro contributo, insieme a qualche penna pentita, convertitasi per denaro e rancore alla causa della rilettura di destra della storia. Lo hanno fatto cercando di raccontare quella vicenda assoluta e tragica come una guerra civile tra opposte fazioni e negando così, in profondità, i crimini del fascismo e la resistenza ad essi.

Ma, come scrisse Italo Calvino, “tutti uguali davanti alla morte, ma non davanti alla storia. Come ha ben detto il Presidente Mattarella, “non c'è dubbio che la pietà e il rispetto siano sentimenti condivisibili di fronte a giovani caduti nelle file di Salò che combattevano in buona fede.  Questo non ci consente, però, di equiparare i due campi: da una parte si combatteva per la libertà, dall'altra per la sopraffazione. La domanda di Bobbio ai revisionisti è rimasta senza risposta: che cosa sarebbe successo se, invece degli alleati, avessero vinto i nazisti?".

La società italiana e la sua vicenda politica non rispecchia, a tanti anni di distanza, quel sistema di valori per il quale i partigiani furono disposti a combattere e a morire e che, certamente, sognavano un’altra Italia e non quella che si andò costruendo. Non a caso e non per errore si è parlato spesso di “Resistenza tradita”, proprio per significare la distanza ideale, politica, sociale, civile e morale dai valori della Resistenza a quelli oggi imperanti.

Ma, settant’anni dopo, il ricordo e la testimonianza di coloro che ebbero l’onore di scrivere nelle città e nelle montagne le pagine più belle della storia italiana, non possono che rappresentare un incitamento a non arrendersi, a cercare il cammino della giustizia sociale e della democrazia.

La libertà e la giustizia sociale sono le due gambe su cui cammina la democrazia e affermarle insieme contro la barbarie fascista di ritorno è il modo migliore di celebrare il settantesimo anniversario della rinascita dell’Italia.

Oggi la Resistenza può continuare a rappresentare la parte migliore della storia dell’Italia se saremo capaci di non dimenticare, di non perdonare, di non indietreggiare; se saremo capaci di vigilare e opporsi con forza all’ignoranza barbara del fascismo di ritorno. Impedendo in primo luogo che venga sbianchettata la pagina più nobile della nostra storia in nome d’insopportabili riconciliazioni nazionali, che vogliono azzerare le responsabilità criminali dei vinti e i meriti storici dei vincitori.

 

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