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29 Aprile 2016
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Chernobyl, trent’anni dopo

Chernobyl, trent’anni dopo

di Tania Careddu

Non serviva che il governo ucraino desecretasse quarantanove documenti per capire che il più grande incidente nucleare della storia dell’uomo fosse stato tanto devastante. Se, a distanza di trent’anni esatti dall’esplosione della centrale di Chernobyl, gli effetti sono ancora evidenti. Anzi, conoscere le cause della deflagrazione che, stando ai suddetti documenti risalenti al periodo 1971-1981, sono riconducibili a errori di costruzione e a ventinove interruzioni dell’attività della centrale, di cui otto provocate da sbagli del personale e da violazioni delle norme di sicurezza, scatena la rabbia dell’impotenza.

Un dato appare certo: secondo quanto rivela il briefing di Greenpeace “L’eredità nucleare di Fukushima e Chernobyl”, a causa degli elevati livelli di contaminazione da plutonio nel raggio di dieci chilometri dalla centrale, l’area non potrà essere ripopolata per i prossimi diecimila anni. Più di centocinquantamila chilometri quadrati sono contaminati da radioisotopi a lunga vita e da radiazioni a basso livello nelle zone in cui vivono cinque milioni di persone e oltre diecimila chilometri quadrati sono inutilizzabili per le attività economiche, soprattutto agricole.

E si deve poi considerare che la contaminazione da cesio-137 è ancora presente in prodotti come funghi e frutti di bosco e supera i livelli ammissibili dalla legge nel latte e nella carne bovina.

Nonostante le difficoltà nel valutare stime affidabili, perché del milione e ottocentomila sopravvissuti al disastro è stato possibile verificare la dose di radiazioni assorbita solo in centotrentuno mila e quattrocentocinquanta di essi, e perché dal 2005 in poi nemmeno più l’impatto parziale, alcuni scienziati bielorussi hanno pubblicato le stime dei decessi per cancro in tutti i paesi inquinati da Chernobyl: Russia, Ucraina e Bielorussia. Il risultato è di centoquindici mila morti versus i novemila stimati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ma sebbene risulti ormai quasi impossibile valutare complessivamente gli effetti a causa dei ridotti finanziamenti e della conseguente fine della raccolta e della pubblicazione dei dati, si può accertare l’aumento del tasso di mortalità tra i bambini figli di genitori irradiati, per malattie del sistema cardiovascolare e per tumore della tiroide. Ci sono poi i dati riguardanti i lavoratori impiegati nelle bonifiche (quarantaquattro mila), sui quali non è stata fatta alcuna rilevazione. Si para di incremento della leucemia e del cancro al seno, dei casi di cataratta e di invalidità e la diminuzione delle funzioni cognitive.

Aumentati anche i casi di suicidio, dovuti all’enorme sconvolgimento emotivo e sociale imputabile alla catastrofe che ha costretto migliaia di persone a scappare dalla proprie case per non tornare mai più. E a separarsi dai famigliari per non ritrovarsi più. Scarsamente (o per nulla) ricompensati, vivono in alloggi temporanei (?) in condizioni fatiscenti.

Una devastazione che non è mai stata riconosciuta con onestà dall’industria nucleare, dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) e dalle autorità governative. Quelle stesse che hanno desecretato i documenti top secret?

 

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