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Lun
21 Agosto 2017
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Fukushima: No-Go Zone

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di Liliana Adamo

Come in un motion picture le sequenze emblematiche del nostro contemporaneo sembrano sovrapporsi e fissarsi in quella che chiamiamo memoria storica o, per citarne l’opposto, nella “damnatio memoriae”, cancellazione tangibile del senso che i romani applicavano come condanna a dimenticare, cancellarne ogni traccia. E se la riproduzione mnemonica dei fatti non esiste senza oblio collettivo, la memoria sociale tenta di rimuoverlo e contemporaneamente se ne nutre.

Insieme alle scorie della centrale e al sarcofago del reattore numero quattro, una colonna sepolcrale commemora i caduti della seconda guerra mondiale e gli eroi dell'ex Unione Sovietica che combatterono contro i Tedeschi nel 1944. Nello stesso luogo, è stata eretta una lapide monumentale, un grande monolite, simbolo di un'umanità per metà morta e metà dimenticata, completata da tre piastre d'acciaio con lunghe iscrizioni di nomi e date. Duecento nomi sono stati aggiunti nel 2001 e ancora negli anni successivi. Ecco perché i fabbricanti hanno lasciato altre lastre d'acciaio con uno spazio lungo e vuoto: le morti di Chernobyl hanno strane statistiche.

Fukushima era chiamata Shinobu-no-sato, quando Suginome Taru, signore feudale del dodicesimo secolo, vi costruì un castello e così fu che il latifondo cominciò a svilupparsi e a prosperare, grazie alla produzione delle sete e dei preziosissimi tessuti. Ai primi del Novecento, la piccola città nipponica affacciata sull’Oceano Pacifico, ebbe il privilegio di una banca, primo istituto di credito nazionale nella regione di Tòhokui.

E come in tutti i viaggi atemporali e virtuali che si rispettino, le telecamere di Google Street View sono arrivate a registrare, impassibilmente, ciò che resta della spettrale, ex storica prefettura di Fukushima, una volta città della seta, in un remake, quasi un dejà vu a ritroso di ventisette anni, quando tutti i media del mondo inventariarono i fotogrammi della prima tragedia nucleare in tempo di pace, spezzoni e frammenti per ciò che resta di Chernobyl.

Secondo gli esperti americani e il New York Times, ci vorranno altri trent’anni per completare la bonifica della No-Go Zone, mentre il sindaco ha voluto che Google documentasse la situazione nelle aree disastrate, che si venisse a sapere, tout court, di una ricostruzione mai iniziata.

Le telecamere montate su un’auto catturano le immagini a 360°, ecco ciò che resta fra il centro dello shopping e le strade lungo la costa. Se gli effetti dello tsunami che si è abbattuto l’11 marzo del 2011 (palazzi collassati, rottami, una barca da pesca strappata alla furia delle acque…) avanzano visibili come un ammasso vuoto e inerte di materia urbana senza più ragione d’esistere, le sostanze radioattive riversate dai reattori e rilevate fino a 80 km di distanza dalla centrale (i temibili isotopi dello iodio-131), si concentrano del tutto impercettibili nell’aria, nel suolo, nelle acque, temendo, per chi è rimasto (come i lavoratori della Tepco), una sorta d’abitudine alle radiazioni.

Attraverso la testimonianza di un suo operatore giapponese, Greenpeace racconta di come sia strano arrivare in questi villaggi, imbracati da maschere e tute anticontaminazioni e vedere, immediatamente fuori i venti chilometri interdetti dalla centrale, adulti e bambini aggirarsi normalmente per strada “in pantalone corti e maglietta…"Un giorno mi sono fermato a parlare con un signore e mi sono tolto la maschera…. Non sopportavo quella differenza. Il problema è che la maggior parte della popolazione non è informata, non è realmente al corrente dei rischi che corre, non può proteggersi…quando siamo arrivati al villaggio di Iidate, ci guardavano frastornati, qualcuno addirittura ci scattava foto. Mentre noi misuravamo la radioattività loro semplicemente andavano al supermercato…“ (Sakyo e Daisuke. Dai “Racconti di Fukushima”.)

La memoria collettiva non esiste senza oblio collettivo. L’emergenza è invisibile ma dannatamente presente; benché siano trascorsi due anni dal disastro di Fukushima, il livello di radiazioni è alto, troppo alto perché si entri all’interno dei tre reattori per intraprenderne lo smantellamento. La somministrazione costante di ioduro di potassio (per evitare d’assimilare le emissioni), continua per chi è rimasto e per i lavoratori della Tepco (Tokyo Electric Power Corporation), che pagano il conto più salato, con l’aggravante di una strisciante discriminazione della popolazione locale.

Tutto è partito dai vertici dell’azienda, scaricare le responsabilità sui “Fukushima 50”, dipendenti che, con il loro intervento e a costo della vita, hanno impedito che si producesse la fusione del nocciolo, come invece, è accaduto per Chernobyl. A soli due anni di distanza, sono ormai “eroi” dimenticati, cancellati dalla storia, dall’oblio collettivo.

Oggi, il gruppo dei “Fukushima 50”, insieme ai sessantatrè operai della “Fukushima Daiichi” e ventuno lavoratori precari, sono costretti a operare in condizioni estreme, soffocando nelle maschere di protezione, sfibrati da un lavoro duro e malpagato, spiegando al reporter del Guardian, che la paga si aggira sugli 800 yen l’ora, 6 euro circa, considerando che un bracciante agricolo in Giappone ne guadagna 1500. Per il Ministero della Sanità, molti di questi eroi dimenticati, sono sottoposti a livelli di radiazioni sopra la media consentita. Le statistiche di Fukushima avranno tempi lunghi.


 

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