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Mar
27 Giugno 2017
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Keystone XL, l’oleodotto che devasta

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di Michele Paris

Nello scorso fine settimana migliaia di manifestanti ambientalisti hanno dimostrato a Washington di fronte alla Casa Bianca per chiedere a Barack Obama di prendere una decisione che potrebbe senza esagerazioni determinare il futuro della lotta al cambiamento climatico in tutto il mondo. La scelta che a breve il presidente democratico sarà chiamato a fare riguarda l’eventuale concessione del via libera alla costruzione di un oleodotto in territorio americano per trasportare verso il Golfo del Messico il petrolio estratto da giacimenti estremamente inquinanti situati nello stato canadese dell’Alberta.

Il progetto dell’oleodotto in questione - denominato “Keystone XL” - sembrava già essere sul punto di essere approvato dalla Casa Bianca poco più di un anno fa quando, a sorpresa, nel gennaio 2012 la decisione venne rinviata. Di lì a poco impegnato nella campagna elettorale per la rielezione, infatti, Obama non se la sentì di ratificare un provvedimento così delicato di fronte alla netta opposizione delle varie associazioni ambientaliste che hanno in gran parte sostenuto la sua corsa per un secondo mandato alla guida del paese.

Il percorso originario dell’oleodotto, inoltre, attraversava delle falde acquifere fondamentali per l’approvvigionamento di acqua potabile di alcuni stati occidentali degli Stati Uniti, in particolare il Nebraska, rendendo insostenibile il rischio di possibili fuoriuscite di greggio.

Tale pericolo risulta poi amplificato dalla natura di questo genere di petrolio, estremamente corrosivo, che si trova nei depositi sotterranei dell’Alberta. Esso appartiene alla categoria delle cosiddette sabbie bituminose (“tar sands”), dalle quali si estrae appunto un prodotto greggio attraverso complessi e onerosi procedimenti di raffinazione. Sia l’estrazione che la raffinazione richiedono ingenti quantità di acqua e di energia, contribuendo enormemente all’emissione di anidride carbonica in atmosfera. Come se non bastasse, i procedimenti di estrazione richiedono lo scavo di una sorta di miniere a cielo aperto, le quali hanno già completamente devastato ampie porzioni di territorio incontaminato nello stato dell’Alberta.

L’oleodotto inizialmente progettato dalla compagnia TransCanada aveva incontrato così l’opposizione non solo della maggioranza della popolazione di stati come il Nebraska, ma anche delle autorità locali, non esattamente note per la loro avversione all’industria petrolifera. Il tracciato modificato dell’oleodotto, successivamente sottoposto al governo americano, lo scorso mese di gennaio ha però ottenuto l’OK dal governatore del Nebraska, il repubblicano Dave Heineman, il quale ha invitato la Casa Bianca a fare lo stesso.

Tecnicamente, l’approvazione finale spetta al Dipartimento di Stato americano, dal momento che l’oleodotto da oltre tremila chilometri attraversa anche un paese straniero, ma la decisione definitiva sarà di fatto presa in prima persona dal presidente.

La questione dell’oleodotto Keystone XL ha come previsto assunto dimensioni politiche negli Stati Uniti, con i politici e gli analisti favorevoli alla sua approvazione impegnati a sottolineare l’importanza del progetto sia per svincolare gli Stati Uniti dalla dipendenza energetica da paesi instabili del Medio Oriente o da altri con cui i rapporti sono tutt’altro che amichevoli, come il Venezuela, sia per dare un impulso all’occupazione in tempi di crisi. Per gli oppositori, invece, le ragioni ambientali dovrebbero prevalere sugli illusori benefici immediati che un simile progetto da circa 7 miliardi di dollari potrebbe produrre.

Come ha messo in evidenza qualche giorno fa un’esauriente analisi del professor Michael Klare per il blog TomDispatch, una decisione positiva da parte dell’amministrazione Obama farebbe soprattutto la gioia dell’industria petrolifera canadese e delle grandi compagnie americane che hanno investito massicciamente nelle “tar sands” dello stato dell’Alberta. Per questo motivo, da tempo le lobbies del petrolio stanno intensificando il loro sforzo a Washington per ottenere dalla Casa Bianca un riscontro favorevole ai loro clienti.

Per Klare, infatti, in gioco ci sarebbe il futuro stesso delle trivellazioni di depositi di sabbie bituminose, in Canada e non solo. Dal momento che le estrazioni di questo tipo di petrolio richiedono operazioni molto costose, per le compagnie impegnate nel business delle “tar sands” è necessario disporre di un apparato logistico efficiente che consenta loro di esportare agevolmente ingenti quantità di petrolio verso raffinerie adeguatamente attrezzate. In questo senso, le strutture americane nel Golfo del Messico rappresentano la scelta più razionale e vantaggiosa.

Se il petrolio estratto dalle “tar sands” dell’Alberta, uno stato senza sbocco sul mare, non dovesse ottenere l’accesso ad un oleodotto come quello allo studio del governo americano, le possibili alternative risulterebbero difficilmente percorribili. Le compagnie estrattive dovrebbero cioè, ad esempio, cercare uno sbocco verso ovest per raggiungere il mercato asiatico, dove peraltro scarseggiano le raffinerie adatte a trattare questo greggio, passando attraverso uno stato come il British Columbia dove le resistenze alla costruzione di pericolosi oleodotti è decisamente più ferma rispetto all’Alberta.

Oppure, il greggio delle “tar sands” potrebbe dirigersi sempre verso gli USA ma viaggiando a est, attraverso l’Ontario e il Quebec, per congiungersi agli oleodotti diretti a sud già esistenti. Tuttavia, la diffidenza diffusa tra gli abitanti degli stati canadesi e americani interessati è già risultata evidente nel recente passato e, inoltre, per trovare raffinerie adeguate sarebbe comunque sempre necessario raggiungere l’ancora ben lontano Golfo del Messico.

Di fronte a queste difficoltà, dunque, il greggio proveniente dall’Alberta continuerebbe a dover essere offerto a prezzi decisamente troppo bassi per consentire agli investitori di coprire i costi sostenuti. Secondo alcune stime, le compagnie canadesi ed altre estere come Chevron, ExxonMobil e Shell hanno già investito qualcosa come 100 miliardi di dollari nell’ultimo decennio in questo business e hanno ora tutta l’intenzione di vedere realizzati i loro progetti, ottenendo dalla Casa Bianca il via libera all’oleodotto Keystone XL.

Una decisione a loro favorevole, sostiene sempre Michael Klare su TomDispatch, stimolerebbe anche ulteriori investimenti nelle “tar sands”, in Canada e altrove, mentre in caso contrario lo sviluppo dell’intera industria nel breve e medio periodo potrebbe subire un netto rallentamento.

Quest’ultimo scenario appare peraltro più che auspicabile alla luce del devastante impatto ambientale di questo genere di estrazioni. Vista la tendenza mostrata nell’ambito delle esplorazioni petrolifere dall’amministrazione Obama in questi quattro anni, durante i quali sono state aperte alle trivellazioni nuove vaste aree anche ecologicamente sensibili, come ad esempio in Alaska, le speranze che l’oleodotto Keystone XL possa essere definitivamente messo da parte di fronte alle enormi pressioni degli interessi petroliferi coinvolti appaiono però ridotte.

Qualche gruppo ambientalista continua in ogni caso ad essere fiducioso, come l’associazione Sierra Club, tra le ispiratrici della già ricordata protesta di domenica scorsa a Washington. Per il suo direttore esecutivo, Michael Brune, alla fine il presidente metterà il veto alla costruzione del colossale impianto in territorio americano, poiché con la sua approvazione l’impatto sul cambiamento climatico risulterebbe insostenibile.

Che quella dell’attivista americano sia un’illusione o una speranza fondata risulterà chiaro a breve, quando l’inquilino della Casa Bianca metterà il proprio sigillo su una vicenda che potrebbe lasciare un’impronta indelebile sul futuro del pianeta.

 

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