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29 Agosto 2014
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Il business delle agromafie

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di Alessandro Iacuelli

Sono passati due anni dal primo allarme sul diffondersi delle "agromafie", cioè dell'invasione dei clan criminali italiani nel settore delle produzioni alimentari, agricole ma non solo. Un rapporto appena presentato dall'Eurispes riesce a quantificare, sulla base di stime probabilmente al ribasso, in 12,5 miliardi di euro il guadagno mafioso nel settore. Quanto basterebbe per eliminare una bella fetta di spending review da parte del governo.

L'allarme viene oggi ripreso da Coldiretti, la principale organizzazione di categoria degli agricoltori italiani, a margine dell'operazione della Dia e del Noe dei carabinieri su investimenti della camorra nel settore della mozzarella di bufala campana a denominazione di origine.

"Le agromafie", sottolinea la Coldiretti in un comunicato, "investono i loro ricchi proventi in larga parte in attività agricole, nel settore della trasformazione alimentare, commerciale e nella grande distribuzione con il reinvestimento dei proventi illeciti che ha come corollario il condizionamento della libera iniziativa economica e la concorrenza sleale."

L'attività mafiosa spesso avviene anche attraverso frodi, con la vendita di prodotti importati e di bassa qualità, rietichettati come Made in Italy, o come prodotti a denominazione di origine controllata o protetta. E' quindi importante, insieme all'aumento dei controlli, stringere le maglie della legislazione. "Un segnale importante in questo senso viene dalle novità introdotte nella produzione della mozzarella di bufala campana Dop con l'arrivo dalla fine di giugno di un codice etico che prevede tra l'altro che, per produrla, occorre", conclude la Coldiretti, "il certificato antimafia".

Il caso di questi giorni riguarda il Gruppo Mandara, uno dei principali a livello nazionale. Ai primi anni '80, l'imprenditore Giuseppe Mandara aveva solo un piccolo caseificio, una piccola azienda anche in gravi difficoltà, quasi sul punto di chiudere. A salvare l'azienda intervenne il potente clan camorristico dei La Torre, che avevano il controllo completo sulla piazza di Mondragone, con un "aiuto" di 700 milioni di lire. Soldi che servirono a Mandara per rilanciare l'attività con alcuni investimenti azzeccati, e poi sbaragliare la concorrenza e costruire rapidamente il suo regno.

Prima divenne la principale rete di caseifici e punti vendita della Campania, poi iniziarono a partire i trasporti verso il resto d'Italia, verso l'Europa, verso il mondo intero. Al momento del sequestro di tutte le attività, il gruppo Mandara esportava in Italia e all'estero circa duecento quintali di mozzarella di bufala al giorno, mozzarella che giunge anche negli Usa, Giappone, Russia e Nuova Zelanda.

Prezzi più bassi rispetto agli altri, quelli di Mandara, aderente al Consorzio per la Tutela della Mozzarella di Bufala D.O.P., grazie alla rete camorristica che offriva "sconti particolari" ai centri commerciali del nord, in cambio del non vendere, o limitare la presenza, dei prodotti della concorrenza. Un vero e proprio monopolio camorristico ottenuto senza le solite intimidazioni, sparatorie, e tutte quelle cose "vecchie" da mafie di "bassa lega", ma quella camorra fatta imprenditoria, costituitasi in Società per Azioni, grazie alla grossa dose di capitali liquidi, esentasse e di provenienza illecita, che ha costituito una marcia in più, rispetto agli altri produttori soggetti a fidi e finanziamenti di gruppi bancari sempre meno disposti a concedere liquidità alle aziende in tempo di crisi.

Trattandosi del principale produttore nazionale di mozzarella di bufala, quello che all'estero è da anni un simbolo del Made in Italy, il caso Mandara è diventato rapidamente un caso politico. "Siamo allarmati per il dilagare di attacchi delle mafie all'agricoltura italiana. Un fenomeno in crescita che, secondo le stime delle associazioni, conterebbe oltre 350mila agricoltori tra le vittime dei clan", lo dichiara Ignazio Messina, parlamentare dell'IDV, componente della Commissione Parlamentare Antimafia.

"Il problema delle agromafie", spiega Messina, "va affrontato con urgenza non solo perchè si tratta di una questione economica rilevante per un settore in crisi ma anche, e soprattutto, perchè si tratta di una questione di legalità e dignità per il nostro Paese. Lo Stato deve dare un segnale forte per dimostrare che le nostre produzioni agricole, eccellenza del nostro Paese riconosciuta a livello internazionale, non devono essere toccate dalla criminalità organizzata".

Ci sarebbe da aggiungere, data l'incompletezza della dichiarazione di Messina, che si tratta prima di tutto di un problema di salute, argomento che viene a monte della legalità. Spacciare per D.O.P. prodotti di scarsa qualità, con provenienza ignota, e rietichettati come prodotti di marca tradisce non solo la fiducia del consumatore, ma può dar luogo alla presenza di sostanze negli alimenti non precisamente salutari. E' il caso della presenza di scaglie di ceramica ritrovate nella mozzarella di Mandara, è il caso dei 2300 prosciutti, etichettati come Parma, San Daniele, Modena, sequestrati a Mantova, dove ai suini venivano dati in pasto rifiuti speciali al posto dei normali mangimi. Tanto i maiali mangiano di tutto, si dice.

Il proprietario dell'allevamento è stato denunciato per frode in commercio e vendita di prodotti non genuini, e anche per traffico illecito di rifiuti in concorso con il titolare di due aziende alimentari (una nel mantovano e una nel parmese) che gli vendeva gli scarti di produzione. Qui non c'entrano nè la camorra nè qualche "solito meridionale", ma è una nuova mafia alimentare, tutta lombardo-emiliana, che parla un dialetto mantovano o cremonese, che pur di aumentare i profitti non esita a risparmiare sulla qualità dei cibi per animali destinati all'alimentazione umana.

Tornando al fronte politico, dopo due intensi anni dedicati all’approfondimento del fenomeno, la XIII commissione della Camera ha licenziato il documento conclusivo sulle misure da adottare per la lotta alle agromafie ed agli illeciti in agricoltura. La ricetta che ne emerge è assai ampia: razionalizzazione, semplificazione e unificazione degli apparati amministrativi di controllo, ma anche l'istituzione di una direzione nazionale di sicurezza agroalimentare interforze con compiti di coordinamento investigativo per combattere più efficacemente le organizzazioni criminali, la semplificazione dei rapporti di lavoro per contrastare l’evasione contributiva ed il lavoro nero, l'inasprimento delle sanzioni penali per le frodi commerciali e l’adozione di un complesso di norme comuni a livello internazionale.

"Abbiamo concentrato la nostra attenzione", spiega il presidente della Commissione, Paolo Russo, "sulle forme più diffuse di illegalità in agricoltura, sul business dei clan, sulla diffusione del lavoro nero e sullo sfruttamento della manodopera immigrata. I riflettori sono stati anche accesi su di un altro inquietante fenomeno che condiziona pesantemente il comparto e che offusca il prestigio del nostro Made in Italy agroalimentare: i plagi e le contraffazioni. Per questo il documento che abbiamo approvato rappresenta un grido di allarme lanciato dagli stessi operatori e portatori di interesse che risultano danneggiati dal sistema di illegalità che ingabbia il settore agricolo". Da non dimenticare, infine ma non ultimo, la principale attività mafiosa in campo agricolo: il caporalato.

Il quadro che ne emerge non è positivo per il Made in Italy. I tentacoli delle mafie sono sempre più articolati, ed hanno raggiunto: coltivazioni, mezzi agricoli, bestiame, macelli. Il numero dei reati è impressionante, 240 al giorno, 8 ogni ora e ne fanno le spese oltre 350 mila agricoltori, vittime del racket del pizzo, usura, aggressioni, rapine, abigeato. Già, anche l'abigeato, reato che credevamo scomparso dai tempi del far west e dei coloni nei ranch alla frontiera americana. In Italia non ci facciamo mancare neanche questo: ogni anno 150 mila animali spariscono, in gran parte bovini e maiali destinati alla macellazione clandestina, effettuata senza alcun rispetto di norme igienico-sanitarie.

Per ora, a cadere è stata la sola testa del Re della Mozzarella di Bufala, ma ci si augura che non sia nè la prima nè l'ultima. Con qualche importante particolare da sottolineare. Per lui le accuse sono associazione per delinquere di stampo camorristico e reati in tema di tutela della salute pubblica. Ma la potremmo anche vedere da un punto di vista opposto: una perdita per un territorio già impoverito, altri posti di lavoro che se ne vanno, un indotto (allevatori, trasportatori) già allo stremo che rischia di morire, una D.O.P. campana in più che rischia di crepare.

Pertanto, i sequestri e gli arresti non bastano, e non saranno certo loro a migliorare nè la Campania nè l'Italia. Per migliorare davvero, per arrivare seriamente ad un punto di svolta, ci sarà solo da dissequestrare al più presto i caseifici ed i punti vendita, e far ripartire produzione e distribuzione (e quindi occupazione e reddito), magari in mani più pulite, meno scorrette rispetto alle regole. La soluzione può essere una sola: trasformare l'attività illecita in attività sana.

 

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